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Il Coraggio della Bellezza: quando il Teatro delle buone pratiche si moltiplica. Una conversazione con Elena Di Gioia

Da quando siamo ufficialmente entrati nell’era Covid, o post Covid, a seconda dei punti di vista, era comunque molto complessa e complicata sotto diversi aspetti, si moltiplicano gli appelli più o meno pensati ed articolati, per una resistenza permanente, quasi più simile ad una immanenza, del fatto culturale all’interno del flusso continuo di protocolli, vincoli ed etichette sociali che via via si susseguono tra un DPCM e un altro. Naturalmente, come già qui accennato, si parla molto anche di ripartenze, spesso in termini abbastanza zuccherosi. In tanti, tuttavia, rivendicano il loro non essersi mai fermati e, pur rimanendo il loro lavoro dentro una griglia in qualche modo obbligata, tentano e spesso riescono a gettare il cuore oltre l’ostacolo e dunque, non solo a proporre, ma a rilanciare ed innovare.

Sicuramente questo è il caso dell’operare rigoroso e progettuale, in senso alto, di Elena Di Gioia, che pure in tempi grami, raddoppia felicemente, proponendo contemporaneamente, un piccolo prezioso festival nuovo di zecca e tematico, in uno dei cuori pulsanti dell’area urbana bolognese, ovvero, la Bolognina intesa propriamente come complesso nuovo del Comune, quello per intenderci dei gradoni, della piazza scoperta e coperta in un tripudio scintillante di vetro e acciaio nel cemento e, nello stesso tempo, presentando la nuova stagione di Agorà, vocata fra gli 8 comuni di area metropolitana Reno Galliera a rappresentare un nuovo bisogno di bellezza partecipata.

Per capire di più le ragioni di una scommessa ardita e riferire nel contempo sulle novità più interessanti di una nuova stagione che si profila per altri versi, piena di incognite, abbiamo fatto due chiacchiere con DiGioia, cui non manca la volontà di continuare a immaginare e rappresentare le sue comunità di riferimento dentro un futuro assai prossimo e ricco di momenti condivisi. La incontriamo alla vigilia del debutto del progetto Luci della città, da poco conclusosi per chi legge.

“In realtà – mi spiega – questa apparente sovrapposizione, del resto parzialissima, tra due progetti, si determina per la bizzarra stagionalità imposta dalle vicende Covid, per cui da un lato, l’estate, privata delle sue anticipazioni primaverili, si prolunga nelle sue programmazioni culturali e si anticipano il più possibile le programmazioni autunnali. Ma noi non esauriamo la stagione Agorà all’autunno: sebbene divisa in programma 2020 e programma 2021, questa tranche iniziale ci traghetta fino al primo gennaio, quindi non ci manca certo la fiducia necessaria per andare avanti. Per quello che riguarda il progetto Luci della città, sostenuto da Enel, diciamo che ha l’interessante prerogativa di situarsi come sorta di festival urbano tematico, questo è un primo assaggio, ma intende diventare una consuetudine, quella di rendere viva e agibile alla cultura una zona di prima periferia, in cui si è fatto un investimento urbanistico e simbolico forte. La presenza di un edificio istituzionale e popolare insieme come quello comunale incastonato in un quartiere cosi connotato per la storia più contemporanea della Città, lega in effetti nello spirito questa nuova rassegna, alla connotazione comunitaria di Agorà. Un legame forte nel segno della Cultura, all’interno di tutta l’area metropolitana. È un fatto che l’attuale assessorato alla Cultura, riconosca al Teatro la funzione “politica” che gli è propria. È un atto di coraggio, se vogliamo, che toglie all’idea di teatro quell’allure vecchiotta e borghese, per restituirlo invece allo splendore di una storia cosi antica e radicata da potersi proiettare nel futuro e nella sua rappresentazione. Se ne discuterà naturalmente più avanti: senza anticipare troppo, posso dire che tutte le realtà teatrali di area verranno coinvolte, dato il peso che l’operare teatrale ha avuto e continua ad avere più che mai nel panorama culturale dell’era Covid”

Per quanto riguarda questo ulteriore teatro di piazza semicoperta, la suggestione forte data dalla fonte energetica è stata quella dei poli e dunque delle opposizioni che i 4 artisti prescelti per la loro poetica narrativa particolarmente efficace hanno declinato in modo sapiente e molto originale, in parte creando ex novo e in parte attingendo al loro repertorio rivisitandolo per la situazione in modo da intrattenere un rapporto estremamente informale con il pubblico: Marco Baliani, una straordinaria Giuliana Musso, Randisi e Vetrano e infine Paolo Nori, hanno incantato il folto pubblico di questa riuscita scommessa, con una forma spettacolo che chi scrive definirebbe ecologica per tutte le implicazioni di sobrietà, scena essenziale, rilettura intelligente e abitazione dello spazio, che evidentemente è scenografico del suo, ma deve essere in qualche modo condiviso, gestito e in parte decostruito nella sua fisionomia più techno. Cultura dunque come familiarità del luogo e creazione comune di un genius loci adeguato.

Marcata accentuazione sulla ibridazione di forme e linguaggi a partire da questa natura dei luoghi:sono in fondo heritages, che Di Gioia porta in dote con se dalla quinquennale e sempre più coinvolgente stagione di Agorà. D’obbligo chiederle se, rispetto alle chiacchiere che noi stesse facemmo in tempi di lockdown e ai tanti forum che animarono quel periodo, nell’attuale corso d’opera, la percezione di questa trama in divenire che la pandemia si sta rivelando, siano mutate o meno.

“Sono accadute diverse cose in realtà, che sono il precipitato di linee di tendenza che già esistevano” – mi risponde Di Gioia – “Io ad esempio, pur quarantinata come tutti, non ho mai pensato neppure nei momenti più bui di fermarmi e dunque non mi sento in una ripartenza. Ho deciso quasi subito che avrei rilanciato con nuove produzioni pur in un momento cosi complesso, di risorse molto limitate e di piccoli ragionati azzardi. Già dall’anno scorso abbiamo incentivato la vena all’ospitalità residenziale e alla produzione ed anche per un discorso economico in favore degli artisti, mi è sembrato più corretto che mai essere sul territorio in senso produttivo: anche questa è la coloritura ecologica, più accentuata, una filiera corta necessaria e che invita all’attenzione e al rinnovamento. Cosi, per dirti, noi siamo partiti con il primo clamoroso azzardo, il primo instant play il primo giorno possibile, quel 15 giugno fatidico, in cui Kepler 452, ha portato tutti a riflettere su quanto appena accaduto a tutti noi come individui e corpo sociale. Siamo simbolicamente e materialmente arrivati dalla provincia , dopo le repliche di Castelmaggiore fino in piazza Maggior ee abbiamo dovuto aggiungere repliche.

Cosi è venuta fuori l’altra cosa che ogni giorno verifico con forza: la gente ci chiede Teatro e ha comprensibilmente piacere e preferenza di stare all’aperto. Per questo sfruttiamo anche questo scampolo d’estate che si congiunge idealmente ad una vocazione precisa che la Stagione ha a valorizzare luoghi di grande incanto e charme. Che siano Ville, palazzi, Castelli, parchi, oasi, o portati di archeologia industriale, per noi il teatro deve saper uscire dai teatri e cercare il suo senso e il suo pubblico. Lo abbiamo sempre fatto ed ora si rivela una scelta di rara efficacia che accentua la nostra ulteriore vocazione a mettere in relazione le istituzioni con i loro cittadini e con il mondo della Cultura e degli artisti: già il ciclo delle stagioni di Fabrizio Favale, che stavolta ci farà festeggiare il primo giorno del 2021 in una location ancora segreta, chiudendo e aprendo idealmente, due fasi della programmazione, ci aveva del resto abituato ad essere nel fuori, nella natura tutti insieme come a celebrare un rito collettivo con qualsiasi clima e dunque diventiamo in tal senso sempre più inclusivi e coinvolgenti. Noi dunque sull’essere presenti abbiamo costruito un pensiero, ma ciò al contempo non significa disdegnare la massima prudenza e il rispetto delle regole o non aver appunto imparato tramite l’utilizzo delle tecnologie nuove forme non solo di ecologia culturale, ma anche di orizzontalità e democrazi . Per questo, la diretta radiofonica:nel caso di Luci della Città come diretta streaming degli spettacoli tramite il canale web di Neu Radio, nella stagione Agorà, diventa una sorta di piccolo cartellone interno che valorizza al massimo i nostri migliori talenti di attori-autori, ovvero il progetto la Parola soffiata. Si è chiesto pertanto a 4 nostri grandi interpreti come Oscar De Summa, Marco Cavicchioli, Francesca Mazza e Francesca Ballico di pensare, spalmati ognuno su una domenica sera tra ottobre e novembre, ad una parola chiave da loro associata al periodo di lockdown e di costruirci sopra un recitato di pensieri che verrà trasmesso di volta in volta da una delle nostre sale di consiglio comunale e che il pubblico ascoltatore potrà sentire collegandosi da computer o da telefono. Del resto, la stagione è partita già sabato 12 in effetti con un esperimento interessante, sempre collegato alle nostre emergenze, ovvero le letture dai balconi, una sorta di festa corale che ha visto cittadini comuni leggere come un coro greco pensieri e scritti di intellettuali e altri cittadini meno noti sempre relativi al periodo della vita sui e dai balconi ai tempi di quarantena. A testimoniare una volta di più che il teatro vuole ricominciare ma non rimuovere, non lasciare tutto come prima e casomai rilanciare e sperimentare sempre. Si prosegue venerdi 18, per godere appunto dell’incanto dei luoghi fino in fondo, con uno dei capisaldi della danza contemporanea italiana, Roberto Castello, collocato nello splendido parco di Villa Smeraldi a S Marino di Bentivoglio”.

“Si sente molta commozione vera nei ragionamenti che accompagnano lo snodarsi del programma, ragionamenti marcati da un’enfasi che ci sta tutta” chiosa Digioia, perché bisogna scongiurare in tutti i modi, che il timore di non farcela tutti noi, come corpo sociale, a superare questa situazione, condizioni il pensiero critico e il progetto del fare. Che si paghino alla fine poco o nulla gli artisti, che si vada con cose accomodanti o viste e riviste, che per riciclare senza una vera esigenza rifondativa, si vada di cartelloni timidi o improvvisati o consolidati. Niente di tutto questo può verificarsi nella stagione di Agorà che intanto sembra sconfiggere o almeno allontanare il male e la morte come in un racconto di Sherazade, tramite iniezioni di massicce dosi di bellezza e di nuovo, sì, forzando anche il talento più conosciuto degli artisti nostrani che hanno bisogno di grande solidarietà e supporto, ma non di assistenzialismo a reinventarsi e plasmarsi su forme sempre diverse e inedite di poetica e di narrazione.

Si fa fatica a parlare di tutto questo ricchissimo cartellone e delle varie locations, ma sicuramente va segnalato Marco Sgrosso al cimento con il più urticante dei geni letterari teatrali e filosofici del novecento, ovvero l’austriaco suo malgrado Thomas Bernard e il suo A colpi d’ascia, collocato nel parco delle sculture dell’artista visivo di riferimento del cartellone, quel Nicola Zamboni che ha stilizzato in brochure una splendida barca comune significativa assai della temperie in cui siamo immersi. Non si può non incuriosirsi a fronte del divertito e inaspettato Playbar, ovvero lo spettacolo in cui i più rigorosi interpreti di scuola Leo De bernardinis si cimenteranno invece nel loro più recondito sogno canzonettistico, in vista di una scaramantica chiusura di anno attesa quest’anno da molti con ansia e aspettative non ordinarie. De florian-Taglierini, altra blasonata formazione della ricerca, con il loro Scavi, si accaparrano uno spazio d’eccezione che ben pochi conoscono e che in conferenza stampa ha solleticato assai anche la curiosità del neo assessore regionale alla Cultura, Mauro Felicori, ovvero il palazzo del Vignola di Funo. Spiccano ancora i Kepler, perché in qualche modo raddoppiano, recuperando quel Capitalismo magico con il quale in formazione binaria, Borghesi-Guenzi, hanno comunque spopolato in questa breve estate dopo aver saltato la chiusura della scorsa Agorà e proponendo una ulteriore nuova fatica dal titolo Gli Altri. O anche, intriga la presenza forte di Angela Malfitano coadiuvata dalla sodale Mazza nella riproposizione di un lavoro a suo tempo pensato per il Collettivo Amalia che ripropone una lettura di Medea per la rivisitazione di Dario Fo. Ma, naturalmente, non mancano tanti altri beniamini delle platee più attente come Maurizio Cardillo, Massimiliano Civica, Roberto Latini, compagnia Dammacco e Carolina Cametti, ognuno con un lavoro ed una data realmente fortemente connessi con la situazione , il luogo, le persone.

Infine di questi discorsi forse quella che chi scrive definisce Bellezza, potrebbe proprio equivalere al Coraggio che stavolta più di ogni altra è stato la musa ispiratrice e la cifra stilistica di quella squadra vincente che è Agorà nelle salde mani della sua curatrice artistica. E di Coraggio e bellezza abbiamo davvero un bisogno struggente tutti.

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