La banda unica in Italia: come si espropria un bene comune

di Andrea Fumagalli /
16 Settembre 2020 /

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Ha trovato uno scarso eco sui media l’accordo tra Tim e Cassa Depositi Prestiti (Cdp) per la creazione di un’unica società che gestisca la banda larga in Italia, ovvero l’acceso a Internet[1]. La notizia è circolata solo il giorno (27 agosto 2020) in cui il governo ha dato parere positivo e il via libera alla creazione di una newco che avrà il controllo della rete unica. Il 1° settembre 2020 i CdA di Tim e di Cdp hanno contemporaneamente approvato il piano e siglato una lettera di intenti per arrivare a primavera 2021 alla creazione della nuova società, che si chiamerà AccessCo.

Per raggiungere tale scopo, Tim farà affidamento a FiberCop (la società che cura l’ultimo miglio della rete, quello dagli armadietti in strada alle case), a cui sarà conferita la rete secondaria di Tim sulla base di un valore d’impresa di circa 7,7 miliardi di euro (per un valore azionario minore, pari a 4,7 miliardi di euro: il che fa presagire un aumento futuro del valore delle azioni per la gioia degli azionisti).

In FiberCop entra anche il fondo d’investimento privato americano Kkr con il 37,5% (1,8 miliardi) e Fastweb che acquisisce il 4,5%. Ne consegue che Tim deterrà il 58% della nuova società.

Secondo fonti informate, si prevede che FiberCop avrà un profitto lordo (Ebidta) di circa 0,9 miliardi (pari al 19% del valore azionario, livello assai alto) con un cash-flow positivo  a partire dal 2025 e non richiederà quindi iniezioni di capitale da parte degli azionisti.

Solo successivamente alla creazione della nuova FiberCop, entra in gioco l’accordo tra Cdp e Tim per la messa in opera della rete unica, non oltre il primo trimestre 2021. Il Cda di Tim al riguardo, ha approvato e dato il via libera alla firma di una lettera d’intenti con CDP Equity (CDPE, la finanziaria di Cassa Depositi Prestiti), con lo scopo di realizzare un più ampio progetto di rete unica nazionale con la nuova società AccessCo, esito della fusione tra FiberCop e Open Fiber. Open Fiber è di proprietà di Cdp e di Enel, che sarà probabilmente costretta a cedere la propria quota.

Secondo quanto previsto dall’intesa, TIM deterrà almeno il 50,1% di AccessCo e attraverso un meccanismo di governance condivisa con CDPE si dice che sarà garantita l’indipendenza e la terzietà della società. Indipendenza da chi? Probabilmente da qualsiasi ingerenza pubblica. In proposito, sono previsti meccanismi di maggioranze qualificate e regole di controllo preventivo, ancora in fase di definizione.

In conclusione ecco ciò che al momento appare certo:

  1. Il nuovo assetto azionario di FiberCop fa presagire il guadagno di laute plusvalenze. Già per questi movimenti, il titolo Tim ha avuto in borsa un forte rialzo dal 26 al 28 agosto, passando da 0,36 a 0,42 euro/azione (+ 13,5%) per poi assestarsi a inizio settembre stabilmente sopra il valore di 0,40 euro per azione e oggi intorno a 0,38. Le prospettive per FiberCop sono più che lusinghiere nel medio periodo, visto l’elevata redditività.
  2. La società che gestirà la banda unica (AccesCo) opererà in regime di monopolio e la sua governance è ancora tutta da decidere, anche se appare certo che la maggioranza relativa (51%) è ad appannaggio di FiberCop, quindi di Tim, il cui potere di controllo è comunque condizionato dal 37,5% da fondo di investimento americano Kkr. In ultima analisi, un fondo speculativo come Kkr arriverà a detenere il 19% della società italiana che ha in mano esclusive il controllo della rete digitale italiana.

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Una volta spiegato l’assetto societario che caratterizzerà la nuova società che gestirà la banda unica, vale la pena svolgere alcune considerazioni.

Siamo di fronte ad un atto di saccheggio (despossession) di un bene comune. Oggi, possiamo dire che l’accesso a Internet possa essere annoverato tra i diritti fondamentali dell’individuo. Piaccia o non piaccia, la possibilità di accedere alla rete è diventato oggi sempre più fattore di discriminazione non solo tecnologica (digital divide) ma anche culturale e sociale e definisce una nuova divisione del lavoro su base cognitiva, definendo nuovi processi di gerarchizzazione e di potere.

Crediamo che le esperienze della didattica a distanza nelle scuole e università e di smart-working sperimentate grazie all’emergenza Covid-19 abbiano ben evidenziato queste nuove forme di segmentazione sociale, con la conseguenza di aumentare la diseguaglianza. Da questo punto di vista, il diritto alla connessione libera e gratuita dovrebbe essere uno degli obiettivi delle forze che si definiscono progressiste e riformiste. Non è così.

La creazione di un monopolio pubblico-privato nella gestione di un diritto così fondamentale può essere considerato un caso da manuale del modo con cui la teoria del New Public Management è diventata la bussola per gestire la governance delle public utilities (servizi di pubblica utilità).

Essa detta nuove regole di gestione del settore pubblico, sull’esempio delle pubbliche amministrazioni anglo-sassoni, dove comincia a diffondersi il sistema di workfare, integrando le gestioni tradizionali di un ente pubblico con una metodologia più orientata al risultato economico (o al limite ad annullare le possibili perdite). Al riguardo è interessare citare un documento del Formez (www.governance.formez.it, sito della Presidenza del Consiglio dei ministri, alla sezione ‘documenti/Significati di Governance’, 2012), all’interno del sito governativo della Presidenza del Consiglio, che meglio di ogni altra analisi chiarisce gli intendimenti del nuovo paradigma manageriale pubblico, che tende sempre più a sdraiarsi su quello privato:

“La crisi finanziaria, che ha colpito gli stati capitalistici a partire dagli anni ’80, e soprattutto negli anni ’90, ha indotto l’autorità pubblica a cercare di svolgere un ruolo di timoniere (steering) e coordinatore, legando le risorse pubbliche a quelle private. L’idea dello steering ha indotto una ridefinizione dei ruoli dei soggetti pubblici: all’autorità politica compete di operare ad un livello strategico, svincolandosi dalla gestione operativa che deve essere svolta dalla macchina amministrativa, mentre le azioni politiche ed amministrative si aprono e favoriscono la concertazione tra pubblico e privato, abbandonando la visione adversarial dei rapporti tra l’autorità pubblica e il business privato… È in questo contesto che si è diffusa la teoria del NPM [New Public Management, ndr.], che mette in discussione l’esistenza di una cultura e di forme di gestione specifiche della Pubblica Amministrazione sostenendo la necessità di applicare ad essa, adattandoli opportunamente, i principi e le tecniche del management privato. L’applicazione dei principi della aziendalizzazione, dal canto suo, ha favorito lo sviluppo di alcuni dei tratti distintivi della governance: l’attenzione alla partecipazione degli stakeholders; il coordinamento dei diversi interessi in gioco; l’applicazione sistematica dei principi di efficacia, efficienza, coerenza e trasparenza dell’intervento pubblico”.

Il cambiamento postulato dal New Public Management ha cominciato a investire così tutto il sistema, compreso il rapporto tra politica e pubbliche amministrazioni, costituendo in sostanza un abbandono del dirigismo centralista delle organizzazioni pubbliche: il rapporto Stato-Mercato si declina così in direzione del privato.

Il dibattito attuale parte da questa constatazione: molti beni pubblici e liberi non sono più tali in quanto soggetti a processi di “enclosures”, come nel caso dell’acqua, o di cartolarizzazioni, nel caso di alcune proprietà demaniali o privatizzazione e liberalizzazione, nel caso delle public utilities e oggi dell’accesso a Internet.

La possibilità di usufruire di tali bene di pubblica utilità è così sottoposto alle esigenze di profitto o direttamente del privato (quando la privatizzazione è arrivata a compimento) o di un pubblico che ha introiettato la metodologia della governance privata, volta non all’efficienza, ma al puro profitto, a dispetto delle esigenze sociali, anche se la proprietà rimane formalmente statale (e allora si parla di liberalizzazione). Cassa Depositi e Prestiti, dopo la sua trasformazione in SpA, incarna perfettamente questa tendenza.

Nel caso della banda unica, inoltre, assistiamo anche all’estensione verso nuovi orizzonti del “divenire rendita del welfare”, un processo che ha interessato in misura maggiore finora la previdenza e la sanità, gli ambiti in cui il processo di valorizzazione privata è più marcato. Le innovazioni che hanno accompagnato l’ascesa dei mercati finanziari, come nuovo motore regolatore l’accumulazione, hanno consentito la capitalizzazione del sistema previdenziale da parte delle grandi società di intermediazione finanziaria. Il passaggio dal sistema a ripartizione al sistema a contribuzione ha di fatto permesso di quotare le aspettative di vita degli individui e incentivare la speculazione finanziaria su asset non più riconducibili solo all’attività di produzione ma direttamente alla vita degli individui.

Grazie alla sua finanziarizzazione (in grado di garantire servizi previdenziali più elevati a chi detiene quote di risparmio più elevate) il Welfare e le public utilities non svolgono più il ruolo di ridistribuzione del reddito ma, all’opposto, ne favorisce la concentrazione, alimentando la segmentazione del lavoro e la precarizzazione della vita.

Il settore in cui risulta più evidente il ruolo “produttivo” del Welfare contemporaneo è quello della sanità, grazie soprattutto alla diffusione delle nuove tecnologie algoritmiche di raccolta e manipolazione dei big data. Tale raccolta di dati si sviluppa principalmente nella fase di prevenzione e monitoraggio della salute dei cittadini, con la funzione di indirizzare la ricerca farmaceutica privata verso gli investimenti più redditizi.

L’ingresso dell’industria dei big data ha portato nel settore dell’industria sanitaria le principali società dell’elettronica in grado di sviluppare dispositivi e sensori che raccolgono dati e le principali società dell’informatica, dotate dell’infrastruttura per analizzare le grandi quantità di informazioni raccolte. Praticamente, tutte le principali corporation che operano nel comparto dell’elettronica informatica hanno aperto una divisione Health, in proprio o in collaborazione con università, enti di ricerca, società farmaceutiche.

Con la governance privatizzata della rete, grazie alla nuova società AccessCo, il cerchio si chiude. Si crea, infatti, in tal modo un’infrastruttura digitale in grado di supportare le strutture di welfare come modo di produzione e ambito di valorizzazione capitalistica delle nostre vite. L’emergenza sanitaria ha accelerato questo processo, senza trovare un’adeguata risposta e comprensione dei fenomeni in atto da parte delle forze antagoniste.

Lungi dal muoversi verso una maggior consapevolezza del comune e dei beni comuni, mi sembra di ravvedere una elevata capacità del capitalismo (soprattutto delle piattaforme) di cogliere ogni opportunità per ampliare la sua base di accumulazione e consolidare la propria struttura di potere.

Corollario

Quest’estate, i giornali hanno riportato la notizia di un incontro, a Marina di Bibiano, tra Beppe Grillo e l’attuale sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Tra i vari temi trattati, c’è stato anche la possibile nomina di Sala al vertice della società AccessCo. Nessuno ha mai smentito, e si avvicina ormai la scadenza elettorale che dalla scelta di Sala sarà investita.

NOTE

[1] Una nota critica è quella di Paolo Maddalena, sul suo blog a MicroMega: “La fibra ottica: un altro pezzo d’Italia svenduto agli stranieri”

Questo articolo è stato pubblicato su Effimera il 14 settembre 2020

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