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L’Unione europea entra nella casa di carta

Mediaset. La botta per l’universo politico mediatico che assurse ai luoghi di comando fin dai primi anni Ottanta del secolo passato, condizionando trasversalmente leggi e istituzioni grazie all’assenza di una buona normativa sul conflitto di interessi, è pesante. L’edificio della legge Gasparri è lesionato e potrebbe cadere come una casa di carta

«Verrà il giorno…», diceva Fra Cristoforo a Don Rodrigo. E il giorno è arrivato. La recente sentenza della corte di giustizia europea (richiesta dal Tar del Lazio) ha bocciato l’articolo 43 del Testo unico del 2005 volto ad impedire a chi abbia una posizione di mercato prevalente (ovvero superiore al 40% dei ricavi nell’intero settore) nelle telecomunicazioni di superare la soglia del 10% nel «sistema integrato delle telecomunicazioni». E così ha fatto cadere pure la decisione dell’autorità italiana per le comunicazioni (Agcom, delibera n. 178/17/CONS) di limitare al 9,9% la quota in Mediaset del gruppo francese di Vivendi, costringendo quest’ultimo a congelare il restante 19,9% presso la Simon Fiduciaria. Si aprono scenari inediti.

Potrebbe iniziare la parabola discendente del Biscione, divenuto il soggetto debole e scalabile della compagnia. Ne sono la riprova le dichiarazioni a caldo degli avvocati di Arcore, tese a spostare i riflettori su di una presunta entrata nel territorio tormentato della «rete unica». Sì, è un consolidato desiderio di Silvio Berlusconi l’attracco nel porto vasto delle telecomunicazioni, ma l’entrata non sarebbe dal red carpet, bensì da una banchina secondaria.

Il primo, presumibile, effetto sarà la ripresa dei colloqui tra Vivendi e Mediaset sulla pay-tv, il cui mancato acquisto da parte dei francesi aveva determinato uno scontro giudiziario durissimo (con una richiesta di risarcimento da parte della stessa Mediaset ancora pendente di 3 miliardi di euro), con il prevedibile ricorso nei tribunali di Bolloré contro il progetto berlusconiano di costruire una televisione europea, con la nascita di Mfe (Media for Europe) con sede ad Amstedam (meno tasse per tutti?). Insomma, l’ipoteca transalpina diviene robusta.

Non solo. L’ulteriore esito della vicenda riguarda proprio la vicenda della «rete unica», con l’inevitabile ripresa di capacità negoziale del 23,94% di Vivendi. L’affascinante barocco della nuova fisionomia societaria immaginata dal governo con la maggioranza e con Cassa depositi e prestiti rischia di impelagarsi in un Risiko complicato. Del resto, Vivendi non è un occasionale compagno di strada. Nel portafoglio dell’uomo che sussurra ai potenti (in Francia e non solo) ci sono Canal+, il gruppo editoriale Editis, l’Universal Music Group. Negli scenari che si appalesano si parlerà certamente una neo-lingua italo francese. A meno che l’esecutivo presieduto da Conte non voglia servirsi dello strumento del Golden power, che ha, però, una velocità di pronto simile a quella del nobile coro dell’Aida. E il gioco dell’oca potrebbe ricominciare. Magari no, ma il tema è delicato. Le lotte di potere, ricordava sempre Lucio Magri, sono per natura di lunga durata. È vero che ora il pallino torna alla giustizia amministrativa nostrana. Tuttavia, l’articolo 49 del tratto sul funzionamento dell’Unione europea non è un giochetto aggirabile. Qualsiasi provvedimento che possa ostacolare o scoraggiare la «libertà di stabilimento» è vietato. È verosimile, dunque, che il consiglio dell’Agcom (ormai ai tempi supplementari) previsto per il prossimo 9 settembre annulli con «spontaneo ravvedimento» la delibera del 2017. Tra l’altro, l’autorità avrà da pensare alla comunicazione ufficiale inviata nel frattempo da Tim per separazione legale volontaria della propria infrastruttura sull’operazione FiberCop, il prolegomeno della «rete unica».

La decisione della corte di Lussemburgo va ben al di là della pur rilevante contingenza. È lecito definirla una «sentenza storica» al pari di quella di Europa Way (la migrazione delle frequenze). Sembra un vera e propria condanna definitiva del Testo unico del 2005, in realtà non molto di più di una riedizione della pessima legge n 112 del 2004, firmata dall’allora ministro Gasparri. È un de profundis, perché l’incriminato articolo 43 voleva essere un belletto antitrust di un testo assolutamente filo trust, sotto specie di Fininvest-Mediaset. L’ouverture delle leggi ad personam. Non fu certamente un caso il rinvio alle camere dell’articolato nel 2003 da parte del presidente Carlo Azeglio Ciampi, prima dell’approvazione definitiva.

La botta per l’universo politico mediatico che assurse ai luoghi di comando fin dai primi anni Ottanta del secolo passato, condizionando trasversalmente leggi e istituzioni grazie all’assenza di una buona normativa sul conflitto di interessi, è pesante. L’edificio della legge Gasparri è lesionato e potrebbe cadere come una casa di carta (senza riferimenti alla bellissima serie televisiva). A proposito, per la Rai il silenzio è proprio d’oro?
L’occasione per riaprire il caso è lì, sotto il naso. Il campo normativo, infatti, è tuttora dominato da un impianto analogico, in vista per di più del passaggio tecnologico a 5G con lo switch off del 2022. Sono in fase di recepimento, al senato, molte direttive europee, ivi comprese la n. 2018/1808 sui «servizi media audiovisivi» e la n. 2018/1972 sulle comunicazioni elettroniche. Ecco il luogo, ecco il tempo. È pure l’occasione, allineandoci a Francia e Germania, per disciplinare gli oligarchi della rete.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 5 settembre 2020

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