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I vantaggi della backwardness e del buon vicinato

Diario culturale nell’estate del distanziamento tra Emilia e Marche.

Si sa che esistono legami e scambi di ordine storico, culturale e antropologico tra una buona parte della regione Marche e per quanto concerne l’Emilia Romagna, in particolare tra Bologna e una fetta di Romagna che tende a riassorbire la parte alta della terra papalina degli esattori d’imposte. Si sa che questa strana “nuova stagione”, ci ha visti riscoprire tutti i borghi incantati, le terre d’origine e il buon vicinato, affievolita parzialmente la voga esterofila.

Nel primo caso naturalmente il polo attrattivo è dato da un canto dall’Alma mater, dalle sue facoltà specialmente di ordine artistico e umanistico, dalla calamita Dams, in particolare, dall’altro da una contiguità linguistico paesaggistica e dal desiderio di condividere capacità organizzative e imprenditoriali spesso in passato carenti in quella che io definisco una terra di grandi qualità sovente celate da altrettanto grande understatement. Questo senza nulla togliere naturalmente a importanti dinastie imprenditoriali che hanno sempre fatto la differenza a livello nazionale e che hanno sempre preso parola in campo culturale e di dibattito politico.

Tuttavia davvero negli ultimi anni a Bologna e a livello nazionale ed oltre comincia a farsi notare una comunità di scrittori, artisti, organizzatori e operatori culturali di tutto rispetto di origine marchigiana che spazia tra cinema, teatro, letteratura, giornalismo, saggistica, arti figurative, danza e, moltiplicando l’esempio di fulgide individualità dagli anni 70, riesce, coniugando lo spirito della tradizione e il radicamento nella Storia con una formazione aperta e un occhio disincantato, a raccontarci moltissimo della realtà globale in cui viviamo. Del resto, in fondo questa operazione di decentramento del punto di vista che trascende in una vertigine assetata di immensità era riuscita già qualche tempo fa ad un giovane promettente poeta filosofo di nome Leopardi.

Non solo, naturalmente, ma a rimboccarsi le maniche e dimostrare che da condizioni di difficoltà, minorità, svantaggio, si può uscire, dare un’impronta e far parlare di questioni territoriali, ambientali non proprio semplici in maniera assertiva, lucida e persino divertita.

Cosi le Marche, duramente e ripetutamente provate dalle vicende del terremoto che ha devastato un tessuto, un habitat variegato e complesso, hanno imparato sfruttando i loro talenti migliori spesso di stanza altrove, ad uscire da un certo provincialismo per tessere una rete di enti culturali in grado di produrre anche eventi estivi di tutto rispetto, penalizzati magari nei risvolti più ludici e di intrattenimento, ma perfettamente atti a convivere con il tema logistico oggi all’ordine del giorno per tutti. Insomma è stato naturale, uscendo dalla logica di grandi kermesse festaiole e di sagre, valorizzare insieme, in questa concentratissima estate vissuta di rincorsa, crescita conoscitiva, paesaggio, bellezza, talenti, in special modo femminili. L’elenco potrebbe essere lungo tra rassegne diciamo storiche come il festival del cinema di Pesaro in odore di celebrazioni anniversarie e felliniane che ha persino avuto l’ardire di aprire sostanzialmente la sua settimana anche con un mega concerto pop featuring i bolognesissimi Stato Sociale, opportunamente contingentato, distanziato, replicato in streaming, ma puntigliosamente dedicato idealmente ad una vittima covid della città e di notorietà musicale nazionale seppur di nicchia, come il compianto front men dei Camillas, cosi come coraggiosamente molti erano stati i riferimenti e le ispirazioni covid, chiamiamole cosi, per sdrammatizzare, presenti anche nella seppur ridotta rassegna di musica popolare curata dal gruppo la Macina e in molti altri eventi benissimo organizzati da piccolissimi comuni entroterra o nell’ambito della mitica carovana sonora di Risorgi Marche.

Vorrei tuttavia soffermarmi, da buona marchigiana ibridata, con formazione bolognese, su alcune situazioni e personalità, che esemplificano al meglio il mio discorso, dal nord al sud della regione. Vorrei in questo caso particolare riferirmi al festival passaggi di Fano, giunto orgogliosamente e nonostante tutto all’ottava edizione, ovvero il festival dei libri vista mare, che ha una sottotitolazione che recita ricordare, comprendere costruire già abbastanza esemplificativa dello spirito assertivo ed esplorativo su cui si fonda, presentando esclusivamente volumi di saggistica, unica rassegna in Italia, cosa normalmente ritenuta una esperienza non cosi balneare o estiva.

In questa preziosa iniziativa, concepita appunto dall’associazione Passaggi Festival,sobrietà e valorizzazione degli spazi e delle delizie urbanistico architettoniche della città sono stati il punto di forza di una ricchissima concatenazione di eventi benissimo organizzata rispetto alle normative anti-covid, forse in forza delle entità pubbliche e private di peso che hanno dato il loro convinto supporto. Il festival realmente, senza episodi stressanti o potenzialmente rischiosi è riuscito a non lasciare indietro nessuno anche dei non prenotati rispetto persino agli incontri con i personaggi più celebrati e a garantire la famosa fruizione a 360 gradi quella cioè in grado di accontentare i palati più raffinati, i pubblici di nicchia e quelli più agganciati alle classifiche, cosi come i pubblici maturi e quelli giovanili. Il tutto senza ammiccare a facili spettacolarismi.

Al di fuori di troppi steccati specialistici, il festival ha mostrato in sottotraccia diverse sezioni che si sono occupate per esempio di filosofia, una disciplina oggi più propriamente utile di quanto non si creda, come salvacondotto per una resilienza ai nostri cosiddetti imprevisti da antropocene:chiedere ad esempio conferma al folletto della pianistica classico new-age per eccellenza, il marchigianissimo Giovanni Allevi, che forte della sua laurea nella suddetta, ha mesmerizzato il pubblico con una peculiare lettura dei possibili risvolti positivi della pandemia. La questione complessa dell’equilibrio energetico ambientale è stata intelligentemente trattata, toccando anche qui l’ineludibile scoglio covid, dal punto di vista del la calibratura delle risorse di benessere individuali e degli elementi primari come l’acqua, intesi come universi biologici completi. Ma anche la Storia ha trovato il suo posto privilegiato, non solo quella più dolorosa e recente, ma anche quella del costume, per esempio, e qui abbiamo incrociato la bolognesissima Giuseppina Muzzarelli con le sue regole del lusso nella vita quotidiana dal Medioevo all’età moderna.

La presenza femminile è stata molto ricca in un range ampio tra saggiste più propriamente dette come Grazia Sciuto e Loredana Lipperini e personalità poliedriche di taglio decisamente pop come la dj e speaker Ema Stokholma, ovviamente in veste di scrittrice nell’ambito della particolarissima sezione curata in collaborazione col Festival MEI di Faenza, una delle realtà più attive su canali televisivi e di rete in Regione da noi anche durante la pesante fase di lockdown insieme con ERT. Una sezione che ha sorprendentemente unito saggistica, graphic novel e mondo musicale indipendente e che ha saputo mostrarci artisti noti e di nicchia in maniera sorprendente, tutti realmente da ascoltare per ciò che avevano effettivamente da raccontarci dal loro universo-pensiero. Anche qui per esempio abbiamo avuto una illustre ma appartata presenza bolognese quale quella di Filippo Scozzari, forse nemo propheta in patria, che ha saputo rendere la presentazione di una sua personale antologica fantascientifica a fumetti una sorta di oneman show urticante, ben esplicativo di quanto siano ancora irrisolti i nodi e i conti con il 77, anche per quelli che lo vissero dall’ala creativa, non meno arrabbiata peraltro di quella delle barricate, oggi come allora, si potrebbe dire. A questo punto è ora pero di trasferirci dove le Marche sembrano diventare un’altra cosa, un altro mondo linguistico, quantomeno e dove però la voglia di fuoriuscire da un discorso vittimistico su più fronti, non solo covid, dunque con la provincia di Fermo, seconda in Regione per esempio per numero di casi, ma anche terremoto e perché no, bruttissime vicende a sfondo razziale che hanno visto nei tempi più prossimi protagoniste città altrimenti ridenti come Fermo stessa, Macerata, che divenne un caso nazionale e Ascoli recentissimamente. Qui vorrei davvero essere introdotta dall’acume e dalla immaginazione realistica propri dell’artefice di uno dei casi letterari dell’anno, la marchigiana sudista Silvia Ballestra, di studi bolognesi, oggi residente a Milano, che dopo aver debuttato a suo tempo con le tragicomiche vicende dei punks di provincia fuorisede qui nella nostra cittadella studi, oggi torna con splendida maturità compositiva sulla natura profonda della sua terra d’origine, sulle sue trasformazioni, sulle sue disgrazie,leggendole in una ironica particolarissima ottica di genere con il romanzo La nuova stagione, premiatissimo un po’ ovunque e finalista allo Strega.Un ‘ottica che ingloba anche il nomadismo, la dialettica formativa migrazione e radicamento, qui e altrove che appunto pregna diverse cose viste in questo scampolo di anno. Si potrebbe parlare per esempio di una edizione quasi simbolica eppure qualitativamente rappresentativa di Civitanova danza, dove ho potuto riassaporare per rimanere in tema scambi fecondi con l’Emilia Romagna, un lavoro coreografico di Claudia Castellucci, che torna su un tema da sempre caro alla Societas ed estremamente allusivo a in quietanti scenari di qui in avanti sui rapporti di specie tra umanità e mondo animale, risolto come possessione musicale collettiva dei corpi, per approdare alla rassegna Controra di Macerata che svecchia e democratizza i luoghi del centro storico con presenze in tutto pop come Diego Bianchi in arte Zoro o Bianconi dei raffinati Baustelle. Per arrivare infine a quello che è stato un piccolo pregiato evento per la bellissima cittadina di Fermo, la presentazione emozionante perché in tutto riapertura di una incredibile piccola sala d’essai, oratorio sconsacrato squisitamente affrescato, oggi Cinema degli Artisti, dell’opera prima della cineasta Emanuela Rossi, originaria del luogo, ma in tutto formatasi al Dams bolognese. Stiamo parlando di quel film in bilico tra diversi generi che è stata incredibilmente, date le circostanze, una delle pochissime rivelazioni italiane dell’era Covid, quel Buio, già onusto di riconoscimenti, che è riuscito anche a compiere una sorta di tournee estiva e che si spera verrà presentato con tutti i crismi qui a Bologna molto presto. A quanto sembra, il futuro, quello non distopico ma già presente in tendenza si connota come femminile e forse anche come riscatto delle nostre province ormai non più addormentate, ma bisognose solo di supporto economico, tecnologico, organizzativo, perché la ricchezza innovativa delle idee è già tutta nel genius loci.

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