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L’epidemia lascia a casa i lavoratori precari degli aeroporti

 di Adil Mauro

 

“Tutte le operazioni di partenza e arrivo vengono effettuate al terminal 3”, recita il cartello che accoglie i viaggiatori alla stazione ferroviaria dell’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino. Dietro, dei quattro schermi funzionanti, solo uno segna le partenze della giornata: dodici, quasi tutte con destinazioni nazionali eccetto Spalato, Francoforte e Parigi.

Non si può accedere alla struttura senza un titolo di viaggio. La temperatura corporea viene misurata con dei termoscanner all’ingresso dell’aeroporto e non più ai gate d’imbarco. Di fronte agli arrivi l’unico assembramento degno di nota è quello formato dai tassisti in attesa dei pochi passeggeri rimasti.

A maggio l’aeroporto di Fiumicino è passato dai 110mila passeggeri al giorno registrati nel 2019 a meno di 5mila. I numeri sono in lento ma progressivo aumento dopo il via libera agli spostamenti, deciso dal governo italiano il 3 giugno scorso.

Esclusi
Il tracollo di passeggeri dovuto al covid-19 ha avuto un forte impatto sull’intera comunità aeroportuale di Roma, che conta più di 40mila lavoratori tra Fiumicino e Ciampino. E ha mostrato tutta la fragilità della categoria meno tutelata del trasporto aereo in Italia: gli stagionali.

Si occupano di diverse cose, dalla sicurezza ai servizi di assistenza ai passeggeri, dal check-in agli imbarchi. A differenza dei colleghi a tempo indeterminato che hanno avuto accesso alla cassa integrazione, gli aeroportuali stagionali sono stati inizialmente esclusi dal decreto cura Italia, per essere poi reinseriti tra i beneficiari degli aiuti di stato solo il 29 maggio. Tuttavia, una serie di paletti ha impedito a metà di loro l’accesso a qualsiasi forma di sostegno eccetto le ordinarie indennità di disoccupazione (Naspi), ormai in esaurimento.

Venerdì 19 giugno una rappresentanza di lavoratori aeroportuali stagionali, distanziati e muniti di mascherine, ha organizzato un sit-in di fronte alla camera dei deputati. Alla manifestazione ha preso parte anche una delegazione dell’aeroporto napoletano di Capodichino.

Marta Pietrosanto e Claudio Caserio, entrambi ex addetti al controllo passeggeri di Fiumicino, sono tra gli organizzatori della manifestazione e della pagina Facebook. Il gruppo conta 1.400 stagionali che lavorano nei due scali romani, un campione significativo della precarietà aeroportuale. Le stime parlano di circa quattromila lavoratori tra Fiumicino e Ciampino.

Una corsa a ostacoli
“Ho una bambina di due anni, un affitto da pagare, i risparmi sono quasi finiti e la disoccupazione è in scadenza. Nei prossimi mesi mi ritroverò in mezzo alla strada con mia figlia”, racconta Noemi, che chiede di non usare il suo cognome. Ha 37 anni ed è precaria da cinque. Durante la pandemia ha lavorato come addetta di scalo all’aeroporto di Fiumicino. Il suo ultimo contratto di due mesi, scaduto il 31 marzo 2020, non le ha permesso di ottenere il bonus previsto dal decreto rilancio.

“Nel decreto cura Italia erano contemplati solo gli stagionali del settore turistico e degli impianti termali”, spiega Caserio. “Con il successivo decreto rilancio sono stati inclusi i lavoratori con contratto fino al 31 gennaio 2020. Peccato però che molti di noi abbiano lavorato oltre quella data e quindi siano stati esclusi dall’aiuto”.

Anche chi ha avuto un contratto a tempo determinato si è trovato in difficoltà. Claudia, 35 anni, da giugno 2019 a ottobre dello stesso anno ha lavorato come addetta alla sicurezza, ma non può comunque accedere ai bonus visto che “l’Inps riconosce solo il vincolo di stagionalità” e lei è stata assunta con un contratto a tempo determinato. “Vivo ancora con mio padre, ma anche lui è in cassa integrazione”, racconta, chiedendo di non citare il suo cognome. “L’indennità di disoccupazione è finita a dicembre. O si paga l’affitto o si mangia, questa è la situazione”.

“Mia moglie è una dipendente aeroportuale ed entrambi abbiamo perso l’unica fonte di sostentamento”. Davide ha 31 anni, dal 2015 è addetto alla sicurezza a Fiumicino. Anche lui preferisce che non venga citato il cognome perché ha paura delle conseguenze: “In cinque anni ho avuto più di dieci contratti, da un mese fino a undici mesi e mezzo. Cerco di affrontare la vita con ottimismo, una prospettiva c’è ed è quella di firmare un giorno un contratto a tempo indeterminato. Ci eravamo vicini, adesso quell’orizzonte si è allontanato e questa cosa ci ha demoralizzato tantissimo”.

Alitalia
Dietro le divise impeccabili e i sorrisi del personale aeroportuale si annidano le ombre del precariato strutturale che caratterizza moltissimi settori del lavoro dipendente in Italia. Ma un girone dantesco a parte è quello delle lavoratrici e dei lavoratori stagionali Alitalia. Non è un caso se l’intervento più applaudito alla manifestazione del 19 giugno scorso è stato quello di Emilia, addetta al check-in Alitalia e precaria dal 2010.

Nel suo discorso, Emilia ha ricordato immediatamente i colleghi e le colleghe “con prima assunzione risalente al 2008” e ha ricostruito i loro dodici anni di precarietà, i mesi di anzianità passati da 36 a 60 e in seguito congelati, ha raccontato di persone lasciate a casa dopo otto anni di lavoro, di altre rimaste ferme anche per tre anni e poi richiamate a seconda delle esigenze. “Vi pare stagionalità questa?”, ha chiesto alla fine. “A noi sembra solo sfruttamento”. Anche lei, come gli altri, non ha voluto che il suo cognome fosse citato.

Marta Pietrosanto, Claudio Caserio e le altre persone coinvolte nel gruppo Stagionali aeroportuali Fiumicino e Ciampino in questi mesi hanno studiato i decreti del presidente del consiglio e del governo, prodotto documenti, scritto ai sindaci di Fiumicino e Ciampino, interpellato i municipi e il comune di Roma, dialogato con la regione Lazio, sindacati e parlamentari.

Ma la strada per rientrare nelle tutele previste dal decreto rilancio sembra lunga e tortuosa. La richiesta principale è ottenere misure di prolungamento o ripristino delle indennità Naspi in scadenza o scadute per il personale stagionale o con contratto a tempo determinato, per un periodo compatibile con quello di richiesta di cassa integrazione (Cig) del personale a tempo indeterminato delle società che operano nel settore aeroportuale. Fino a quando le aziende in difficoltà usufruiranno del regime di cassa integrazione, per gli stagionali sarà impossibile essere reintegrati nell’ambito lavorativo.

Il trasporto aereo potrebbe ritornare ai livelli del 2019 molto più lentamente rispetto al resto dell’economia globale. Enti autorevoli come l’International air transport association (Iata) prevedono una ripresa del settore tra il 2022 e il 2023. Ed è in questa situazione di estrema incertezza che si muovono migliaia di lavoratori stagionali attualmente senza stipendio né prospettive, e in molti casi privi anche dell’accesso agli aiuti previsti dalle istituzioni.

 

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale il 30 giugno 2020

 

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