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Un compleanno impegnativo per il festival di Santarcangelo. Una chiacchierata con il direttore artistico Enrico Casagrande

di Silvia Napoli

E sono 50, cifra rotonda e significativa come genetliaco, anche per uno dei festival teatrali più sbarazzini per antonomasia, legato com’è ad una concezione culturale anti-accademica, profondamente democratica nel modello di fruizione e partecipata popolarmente su più livelli, perché ancorata saldamente al territorio rappresentato dal consorzio di comuni che ne è l’ente gestore.

Sarebbe stata certamente una grande festa europea, spalmata come minimo su due tradizionali settimane, se i tempi fossero stati normali, anziché interessanti, per dirla con categorizzazione cinese, come invece si sono prospettati repentinamente ai primi di marzo, quando ormai si era in una fase di lavoro preparatorio avanzatissima, dato che ci si pensava già durante la direzione di Neklaeva. E già si sapeva che la direzione artistica sarebbe stata affidata alla compagnia Motus, che praticamente, dalla nascita, pur intrattenendo relazioni di diverso tenore con le altre direzioni succedutesi, non ha mai lasciato Santarcangelo e, di fatto, era già pienamente organica alla nuova ispirazione europea e, se vogliamo, in qualche modo palingenetica rispetto ai contenuti, non solo, ma aveva già diretta una edizione, durante la sorta di periodo di triumvirato condiviso con le altre due storiche compagnie romagnole: Albe e Societas.

Insomma una Santarcangelo area che non elude i conflitti, ma va oltre, sfidando tutte le possibili accezioni dialettiche della realtà e si presuppone non proprio come modello sociale o come sorta di novella Christiania, ma comunque traccia un percorso che intreccia qualità della vita e qualità della pratica performativa, in questo assecondata dalla vena calorosa e californiana della terra di Romagna. Basterebbe per questo pensare alla saga del progetto Azdora, per capire di cosa stiamo parlando, ovvero del coinvolgimento fattuale di fasce generazionalmente e antropologicamente molto distanti.

Infatti, mi conferma Enrico Casagrande, metà del nucleo pensante e registico di Motus, stava già lavorando su due linee guida importanti: rinverdire la tradizionale situazione di piazza, sfruttando gli spazi, non tanto e non solo perché concepiti aperti e dunque ecologici, ma in quanto spazi pubblici di cui riappropriarsi. Nella immagine esemplificativa del catalogo, che uscirà e spiegherà tutto quello che volevamo fare e che in parte cercheremo di recuperare, con la realizzazione di questo festival invernale e poi del vero festival-festa accompagnato da un convegno molto importante di livello internazionale, c’è questa bellissima immagine un po’ astronave ispirata da un racconto di Isamov degli anni 50 e anche alla poetica di Ballard. Nella science-fiction vintage abbiamo cercato l’ispirazione creativa per immaginare qualcosa di utopistico che inizialmente aveva uno slancio positivo assertivo, se non ottimistico, poi, certo, è diventato qualcos’altro. Noi esordimmo proprio a questo festival, nel 91, poco più che ventenni.

Quella fu un’ondata molto positiva , fino ai primi 2000, di grande rinnovamento. Oggi i giovani non hanno facilmente sponde, riferimenti, oppure assai velocemente devono essere bravi a farsi adottare da qualche grande realtà stabile, mentre io credo dovrebbero provarsi in un campo di gioco magari più piccolo ma più loro. Per questo nell’edizione invernale valorizzeremo moltissimo giovanissime compagnie non ancora emerse, chiamando però operatori internazionali a vederle.

Per forza di cose questa sarà un’edizione che, in generale, vede molto valorizzato il genius loci, il prodotto locale, per cosi dire…del resto anche quando esordimmo noi le nuove proposte erano comunque gente del calibro di Fanny e Alexander, Clandestino e cosi via.

Tutto è troppo in mano ad anziani, diciamo, noi stessi quindi sentiamo una grande responsabilità di trasmissione di saperi, di proposta di opportunità, di fungere insomma da facilitatori, in un mondo troppo liquido e repentino nei suoi mutamenti.

La prima regola che ci siamo dati quando è scoppiato il bubbone pandemia ed eravamo allora a Roma è che avremmo mantenuto a tutti i costi per quel che tecnicamente si poteva, tutti i contratti, le collaborazioni e progettualità in essere…. Abbiamo lavorato molto duramente e intensamente con tutte le modalità remote possibili e immaginabili, per fare aggiustamenti sulle cose pensate consapevoli del fatto che dovevamo ancor di più essere all’aperto con la luce giusta etc. naturalmente abbiamo partecipato anche a molti focus e assemblee sulla questione lavoratori dello spettacolo. Faremo un incontro anche su questo, nell’ambito dei nostri 5 giorni intensissimi dal 14 al 19 luglio.

La cosa importante è che alla fine , pensiamo di essere riusciti a salvaguardare impostazione aperta al mondo e forte valenza territoriale insieme. In 5 giorni abbiamo cercato di concentrare teatro, attività performative danza , che sarà programmata suggestivamente al tramonto.Non mancheranno incontri pensati per i bambini da Claudia Castellucci e il lavoro di Virgilio Sieni, ci assicurerà l’intergenerazionalità che è un po’ la cifra del tutto da sempre.

Abbiamo allestito un grande palcoscenico dove prima era il tendone da circo di imbosco , assai rimpianto da tutti, per ospitare spettacoli di impatto come l’abisso di Davide Enia, che inaugurerà il 14 e ci sembra doveroso, per non dimenticare le tragedie che continuano a compiersi sotto i nostri occhi …forse ancor più indisturbate oggi.

Lo spazio per la socialità ci sarà e sarà allo Sferisterio, per i party veri e propri bisognerà aspettare, ma Simona Larghissa mi ha svelato l’idea di realizzare mini festine estemporanee: dall’autoradio di un qualche mezzo parcheggiato, due o tre pezzi sparati a palla e poi via…scappare. La musica comunque non mancherà assolutamente. Abbiamo fatto accordi con quattro etichette discografiche indipendenti della Regione, una anche bolognese e ospiteremo dunque diversi concerti. Chiuderà questa tranche di programmazione Angela Baraldi con una sua attesissima rivisitazione del repertorio Joy Division.

Siamo stanchi ma soddisfatti, anche se ancora non abbiamo direttamente impattato le nuove misure sulle sale teatrali che impongono una serie di regole sulla compresenza di spettatori, ma anche attori e maestranze, in scena e dentro il teatro.

Verificheremo prestissimo anche questo aspetto perché saremo con la ripresa di un lavoro performativo di Silvia Calderoni, Chroma keys, presentato proprio qui lo scorso anno, che dobbiamo riproporre al chiuso a Pesaro, al teatro Sperimentale nell’ambito di una rassegna AMAT, proprio questo sabato.

Infine due parole sulla piattaforma Dream Suq, che è in realtà una semplice pagina facebook e che poi cercheremo di valorizzare e presentare come si deve. Diciamo che è stata la nostra barra dritta sul festival, che ha nutrito i nostri pensieri sul Presente e sul Futuro. Qui hanno scritto teatranti, intellettuali, pensatori certo, ma anche non addetti ai lavori, neppure spettatori abituali. Figurati che c’è una signora settantenne che ha preso a cuore la cosa e ci scrive poesie quasi ogni giorno. Queste sono le cose che illuminano la nostra costante curiosità di vedere cosa viene avanti e immaginare un dopo e penso sia oggi la qualità forse più resiliente di tutte.

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