La violenza contro le persone profughe in Grecia che si è nuovamente scatenata nell’ultimo periodo, e continua ancora in questo momento, ha fatto tornare al dibattito sul ruolo dell’Unione Europea nei riguardi dei processi di fuga delle popolazioni. C’è chi chiede una posizione unitaria. C’è chi si chiede perché non funziona la politica comune di asilo. C’è chi si è accorto che si stanno ledendo diritti fondamentali e questo non sarebbe coerente con lo spirito europeo.
In verità, è ormai da tempo chiarissimo che una politica europea sulle migrazioni esiste e che quando si afferma nel dibattito politico che “l’Europa dovrebbe fare di più in materia di migrazioni”, si dimentica che le istituzioni europee, compresi gli Stati che le riproducono e sostengono, agiscono in maniera determinante secondo una linea di fondo molto precisa, che è quella delle esternalizzazioni delle frontiere. È questa la politica europea delle migrazioni: una politica, in ultima istanza, di violenza delegata.
Una politica comune fondata sulle esternalizzazioni
Studiando la storia di tale asse fondamentale di azione, si può dire, in maniera sintetica, che la politica europea delle migrazioni è sostanzialmente coincidente con la politica migratoria italiana ed europea promossa dalla Lega Nord già dalla fine degli anni Novanta. Le prime proposte di costruzione di campi in cui internare i richiedenti asilo vengono da questo partito e dai suoi principali dirigenti. In un’intervista al giornale La Padania alla fine del mese di Marzo 2003, il Ministro della giustizia Roberto Castelli ribadì, di fronte al paventato arrivo di rifugiati a causa della guerra in Iraq, la parola d’ordine “aiutiamo i profughi a casa loro”. E se questo non fosse stato possibile, allora l’aiuto si sarebbe dovuto portare nei paesi confinanti, richiedendo una politica capace di “convincere i Paesi ospitanti con aiuti economici e di altra natura. Ma questa azione non è altro che un aspetto della politica «aiutiamoli a casa loro» che la Lega da sempre porta avanti”[qui].
Alcuni giorni prima, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta aveva assicurato all’Alto commissario Onu per i rifugiati l’impegno dell’Italia a costruire campi profughi in tali aree confinanti. Il Tempo riportò la notizia con il titolo «L’Italia finanzierà i campi profughi» (qui). In dettaglio, ancora Castelli evidenziò che “non è giusto che sia solo l’Italia a farsi carico dei profughi clandestini. Anche l’Europa deve fare la sua parte”, ipotizzando, inoltre, che tra gli eventuali profughi potessero esserci “infiltrazioni di terroristi islamici”. Il segretario della Lega Umberto Bossi rimarcò l’invito all’Europa a “far fronte alla situazione con adeguati investimenti per aiutare sul posto le popolazioni irachene”.
Dopo alcuni anni, queste proposte sono divenute politiche concrete dell’Unione europea, basate sull’esternalizzazione di frontiere e campi e sul tentativo di spingere sempre più lontano i confini europei. In questo modo, si persegue l’obiettivo di spostare nello spazio l’azione di contrasto delle persone in fuga, agendo verso oriente, mediante gli accordi con la Turchia, e verso sud, attraverso diversi interventi nel continente africano, trasformati in avamposti politici e militari, soprattutto di pertinenza francese ma anche, in misura minore, italiana. È necessario, infatti, ricordare che, sebbene l’Italia sia raccontato, spesso, come un  paese non coloniale, la presenza dell’Eni in Nigeria e Libia e di altre grandi imprese nel Corno d’Africa (specialmente in Etiopia) (qui) è supportata da una politica estera di tipo neocoloniale, che, negli ultimi anni, si è particolarmente accentuata, sostenuta dai principali schieramenti politici di centro-sinistra così come di destra.
In particolare, dopo 13 anni dalle proposte dei ministri e massimi dirigenti leghisti, con l’accordo Unione Europea-Turchia del 18 marzo 2016 (qui), questa politica, la politica della Lega per bloccare e, eventualmente, filtrare i movimenti migratori, si è affermata in maniera definitiva come la politica ufficiale dell’Unione Europea. In quell’accordo sono indicate tre scelte politiche determinanti: 1) “tutti i nuovi migranti irregolari che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alle isole greche a decorrere dal 20 marzo 2016 saranno rimpatriati in Turchia”; 2) “la Turchia adotterà qualsiasi misura necessaria per evitare nuove rotte marittime o terrestri di migrazione irregolare dalla Turchia all’UE e collaborerà con i paesi vicini nonché con l’UE stessa a tale scopo”; 3) “l’UE, in stretta cooperazione con la Turchia, accelererà ulteriormente l’erogazione dei 3 miliardi di EUR inizialmente assegnati nel quadro dello strumento per i rifugiati e garantirà il finanziamento di ulteriori progetti”.
La stessa proposta della Lega Nord del 2003 è andata avanti e nel novembre 2017 è stata ribadita dalla Commissione europea, che ha deciso di confermare i tre pilastri della politica sulle migrazioni: (1) rimpatri, (2) rapporti di collaborazione specifica con i paesi terzi interessati dalle rotte migratorie, (3) progetti pilota per la migrazione legale e revisione della Carta blu UE, rivolta esclusivamente a lavoratori altamente qualificati e capace di garantire “che gli Stati membri possano contare sulla forza lavoro di cui hanno bisogno, quando ne hanno bisogno”.
I documenti ufficiali dell’Unione Europea evidenziano un fatto chiaro: la proposta politica sulle migrazioni della Lega Nord, assimilabile a quella di tutte le forze di estrema destra del continente, si è imposta, divenendo la politica ufficiale dell’intera Unione Europea. Adeguarsi ad essa – come ha fatto, ad esempio, il dirigente del Partito Democratico Matteo Renzi, che, nel 2017, riconobbe come positiva l’espressione “aiutiamoli a casa loro” (qui), e come ha fatto in qualità di Ministro dell’interno Marco Minniti dello stesso partito, firmando gli accordi con il Governo della Libia di Seraji e, mediante il codice Minniti (qui) criminalizzando e boicottando le navi di salvataggio in mare delle ONG, creando l’idea che fossero colluse con i trafficanti – significa aderire, di fatto, alla proposta politica definita da tempo dalla Lega Nord. Arrendendosi all’estrema destra e su un terreno già conquistato da altri.
Consenso necropolitico
Questa politica si è imposta mentre le condizioni di vita tremende di tanti migranti intrappolati in Libia, così come in Turchia e in alcune isole greche, sono note alle istituzioni europee, così come lo sono le complicità istituzionali nel paese africano. Ancora più rilevante è il fatto che queste condizioni di vita sono state rese pubbliche in maniera eclatante, anche con video e immagini, nello stesso periodo in cui veniva scritto il Codice Minniti per bloccare le navi della solidarietà nel Mediterraneo[1]. Il fatto che, nonostante la diffusione delle notizie che davano visibilità di massa alla gravissima situazione di vita di migliaia e migliaia di persone, non ci sia stata un’opposizione diffusa al Codice Minniti e, più un generale, all’intera politica di accordi tra Italia e Libia, così come a quella tra UE e Turchia, per contrastare le persone in fuga, segna un problema enorme da diversi punti di vista[2]. Il problema, per il quale non c’è una soluzione unica né semplice, è che una consistente parte di popolazione italiana, composta da milioni e milioni di persone, vuole la repressione, vuole i morti e vuole che le persone in fuga stiano nei campi senza che nessuno intervenga, lasciandole al loro destino.
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Note
[1]     Video del mese di Agosto 2017. Notizie ancora più evidenti sulla schiavitù in Libia sono state quelle diffuse dalla CNN nel mese di Novembre 2017, riprese da tutta la stampa italiana.
[2]     Sulla situazione in Libia si rinvia al seguente sito. Si veda, inoltre, l’intervista a Nello Scavo.