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Il valore della sanità pubblica, pensando al dopo-emergenza

di Luigi Pandolfi

La temibile ascesa dei contagi da coronavirus sta mettendo in crisi alcuni paradigmi che, solo fino a qualche settimana fa, sembravano inattaccabili. Si pensi alla sanità. Di colpo, due pilastri della narrazione prevalente sull’argomento, sono diventati oggetto di riflessione critica se non proprio di esplicite accuse : l’importanza della sanità privata che compete proficuamente con quella pubblica e la regionalizzazione del sistema sanitario nazionale.

Sono esplose, in sostanza, tutte le contraddizioni di un sistema, dove, per molti anni, ingenti risorse sono state drenate dal settore pubblico a quello privato, senza che lo stesso, contestualmente, sia stato in grado di assicurare livelli essenziali ed omogenei di prestazione in tutte le regioni. L’offerta sanitaria delle regioni del Mezzogiorno non è paragonabile, eccetto piccole eccellenze sparse qua e là, a quella delle regioni del nord, ma tutta la sanità nazionale, nel suo insieme, oggi è più debole di qualche lustro fa. Potrebbe essere questa la sintesi del ragionamento.

L’ultimo report della Fondazione Gimbe di Bologna parla chiaro da questo punto di vista: negli ultimi 10 anni il finanziamento pubblico per la sanità è stato tagliato di oltre 37 miliardi (25 miliardi nel 2010-2015 e 12 miliardi nel 2015-2019). In pratica, dall’ultima grande crisi in poi, si è fatto cassa sulla pelle dei cittadini, per stare dentro i parametri di finanza pubblica dettati dai trattati europei. Il che ha significato una perdita di oltre 70.000 posti letto, la chiusura di 359 reparti e l’abbandono di tanti presidi sanitari territoriali, soprattutto nelle aree periferiche e montane. Nello stesso periodo, c’è stato un travaso di risorse a favore della sanità privata convenzionata, che, tuttavia, ha mantenuto per lo più un profilo specialistico.

Ora i nodi sono venuti al pettine. Nelle aree maggiormente colpite dal virus gli ospedali sono sotto stress, ma non è niente rispetto a quello che potrebbe accedere nel caso di una crescita esponenziale e su scala nazionale dei contagi. Si rischierebbe il collasso del sistema, la sciagura attualmente più temuta.

Bene ha fatto, pertanto, il governo ad impegnare in queste ore un po’ di risorse per compensare la perdita di personale che si è verificata in questi anni (si parla di circa 20 mila assunzioni), ma l’occasione dovrebbe essere colta nel suo significato più profondo per ripensare la politica pubblica nel settore della sanità, con lo sguardo rivolto al dopo-emergenza. Perché il diritto alla salute dei cittadini, sancito dalla Costituzione all’art.32, non porta come scadenza la data in cui il coronavirus sarà domato.

C’è bisogno di maggiori risorse, certo. Siamo sotto la media europea per spesa sanitaria in rapporto al Pil, ma quello che ci allontana di più dai principali paesi europei è la cosiddetta “spesa out of pocket”, vale a dire la spesa che i cittadini sostengono in proprio per le prestazioni non coperte dalla sanità pubblica. Nell’Ue a 28 (tenendo dentro anche la Gran Bretagna) la spesa “out of pocket” è del 15,7%, mentre in Italia è arrivata ormai al 23%. Più spesa pubblica, quindi, per una sanità universalistica e gratuita.

Ma c’è bisogno anche d’altro. Lo Stato deve riprendere in mano il settore, perché in intere aree del Paese il diritto alla salute è praticamente negato. E questo significa, in primo luogo, chiudere ad ogni velleità secessionista mascherata da autonomismo. Che l’autonomia “differenziata” nuocerebbe al sud è matematico. Non è detto però che, altrettanto matematicamente, la stessa gioverebbe al nord. Come sta dimostrando proprio l’emergenza sanitaria in atto. Non è una questione di classe politica. O non solo. Ci sono settori, come la sanità, appunto, che richiedono una visione complessiva dei problemi e delle soluzioni, nel quadro di una strategia che non può non essere nazionale.

Nel merito, poi, non c’è dubbio che sia venuto il momento di rivedere da cima a fondo l’organizzazione territoriale dell’offerta sanitaria, potenziando la medicina di prossimità, investendo nella prevenzione, sgonfiando la bolla dell’ospedalizzazione. Da nord a sud, nell’ambito di una programmazione sanitaria per tutto il Paese.

Tutte la grandi epidemie e le pandemie della storia hanno in qualche modo cambiato il mondo. E’ stato così nell’antichità, dopo la peste del’300 e quella del’600, dopo le più brutte epidemie moderne e contemporanee. Il coronavirus passerà, ma sarà compito nostro fare tesoro di tutto ciò che il suo passaggio avrà disvelato. Non solo dal punto di vista strettamente scientifico.

Questo articolo è stato pubblicato su Il popolo veneto il 7 marzo 2020

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