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All'origine del divario tra il Nord e il Sud

di Isaia Sales
Perché il Sud non si è sviluppato e industrializzato come il Nord? Perché è rimasto indietro? Sembrano domande banali e che, invece, sul piano storico ed economico sono tra le più difficili e complesse. Adesso un libro potrebbe aiutarci a dare una spiegazione più vicina alla verità storica di quanto finora è stato fatto. Si intitola Il Paese diviso. Nord e Sud nella storia d’Italia (Rubbettino) e lo ha scritto Vittorio Daniele, che già nel recente passato aveva fornito dati inoppugnabili per contrastare spiegazioni fuorvianti sulle cause dell’impressionante divario esistente tra territori diversi della nostra stessa nazione.
Infatti, prima di questo importantissimo saggio altre erano le risposte più diffuse alle domande che aprono questo articolo. La prima consiste in una spiegazione di origine antropologica o etnica: dietro le cause del divario c’è una differenza genetica tra la popolazione meridionale (di origine africana) e quella settentrionale di origine centro-europea. Una spiegazione che ha avuto un lungo successo nel tempo, protrattasi con i Leghisti fino ai giorni nostri (prima della loro attuale svolta nazionalista).
Nel 1860 Luigi Carlo Farini così scrive a Cavour: “Ma amico mio, che paesi sono mai questi, il Molise e Terra di lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a riscontro di questi caffoni sono fior di virtù civile”. Cesare Lombroso cercò di dare una spolverata scientifica a questo sentire sostenendo che l’Italia doveva “all’influenza degli elementi africani e orientali la maggiore frequenza di omicidi in Calabria, Sicilia e Sardegna mentre la minima è dove predominarono stirpi nordiche”. Nel 1951 il sociologo Friedrisch Vochting legò la persistenza della questione meridionale alla razza mediterranea, cioè a caratteristiche pre-ariane, quali “la piccola statura, il colorito bruno, il cranio allungato, volontà meno sviluppata, paziente sopportazione delle contrarietà, uso della malizia, dell’inganno, del tradimento come armi peculiari del più debole e, soprattutto, profondo senso dello scetticismo”. E così secoli di storia delle civiltà mediterranee venivano cancellate per fare posto a misurazione di crani e all’estetica del pregiudizio.
Sulla base di una diversa composizione genetica, dunque, i settentrionali avrebbero maturato una maggiore intraprendenza, attitudine al lavoro e al darsi da fare rispetto agli oziosi meridionali, sfaticati e sempre alla ricerca di un aiuto dall’alto o dall’esterno (da Dio, dallo Stato, dagli altri). Ancora nel 2010 (com’è profondo il mare del razzismo!) lo psicologo Richard Lynn, ha scritto che la causa delle differenze socioeconomiche tra Nord e Sud in Italia risiede nel bassissimo quoziente d’intelligenza dei meridionali per l’influsso di geni mediorientali e africani!
Una seconda spiegazione è di origine storico-culturale: il divario dipenderebbe dalle diverse modalità di rapportarsi alla “cosa pubblica” affermatasi nei secoli antecedenti l’Unità d’Italia. In particolare, grande successo ha avuto la spiegazione di Robert Putnam: il ritardo economico è dovuto all’assenza di senso civico nel Sud risalente al Medioevo, quando si formò la civiltà comunale al Nord mentre nel Sud si consolidava la mentalità feudale. Al Nord la cooperazione e l’autogoverno (capitale sociale), al Sud la sudditanza (assenza della tradizione municipale e della cooperazione tra gli abitanti).
Portando così indietro nel tempo le cause del divario tra Nord e Sud si incappa in alcune contraddizioni storiche davvero insuperabili. Se la formazione precoce di uno Stato accentrato ad opera di Federico II di Svevia ha prodotto tali nefaste conseguenze, come mai lo stesso processo di accentramento ha spinto la Francia e l’Inghilterra a divenire le nazioni guida d’Europa? E se le differenze di oggi si devono addirittura ai Normanni, viene da domandarsi perché mai gli stessi conquistatori (che avevano creato un forte regno nel Nord della Francia e poi, dopo la battaglia di Hastings, avevano imposto in Inghilterra lo stesso modello feudale) siano stati responsabili di un basso senso civico nel nostro Sud e al contrario abbiano contribuito a formare due grandi nazioni?
Rifugiarsi nel passato remoto è stato una comodità per evitare di capire che i ritardi del Sud sono dovuti a qualcosa che è successo dopo l’Unità d’Italia e non prima, e non a causa del differente apparato genetico delle diverse popolazioni che ne entrarono a far parte. Così come è sbagliato accampare presunte superiorità meridionali. All’inizio del percorso unitario l’Italia era un paese uniformemente agricolo e complessivamente povero. Le differenze di reddito tra le varie parti erano minime e non superavano il 7/10%. E quella minima differenza iniziale non può affatto spiegarci il divario che si è formato successivamente ed è arrivato oggi al 46%!
Ciò che ha cambiato radicalmente le cose e che ha determinato una nazione nettamente divisa non sono le differenze precedenti (che pure esistevano, anche se limitate) ma la scelta territoriale dell’industrializzazione fatta a fine Ottocento con il concorso massiccio dello Stato attraverso commesse pubbliche alle imprese del Nord e dazi doganali che le difendevano dalla concorrenza delle merci straniere (mentre l’opzione liberista dei primi anni postunitari aveva smantellato quel poco di industria presente al Sud) e con ampi crediti concessi dalla banche e garantiti dallo Stato. Una industrializzazione rapida, consolidatasi con le commesse della prima guerra mondiale, e favorita dalla posizione geografica dei territori del Nord vicini al grande mercato centro-europeo che si andava delineando e con i massicci investimenti in opere pubbliche per porti, trafori, ponti, ferrovie e strade per avvicinare sempre di più le merci a quel mercato.
Questo in sintesi il messaggio del libro di Daniele: è lo sviluppo industriale squilibrato cha ha causato il divario, non i Borbone, non il dna né tantomeno l’arretratezza precedente. E l’industrializzazione non era un destino già segnato per il Nord: senza quel particolare intervento pubblico le autonome capacità degli imprenditori e le “qualità” di quei territori non lo avrebbero di per sé garantito. Il libro a tale riguardo rappresenta una miniera impressionante di dati contro il vizio costante del pregiudizio antimeridionale. L’Italia fu una nazione uniformemente arretrata fino agli anni novanta dell’Ottocento: fu lo sviluppo industriale a differenziarla nettamente o a trasformarla nella nazione più dualistica dell’Europa. Il divario, insomma, è strettamente legato alla distribuzione geografica dell’industria.
Con i pregiudizi non si capisce la storia, né quando ci si inventa un regno perfetto (quello dei Borbone) né quando si ritiene che quello che è avvenuto dopo (compresi i notevolissimi divari economici e sociali) sia una semplice conseguenza di radicali differenziazioni già esistenti prima del 1861. Questo libro è una lezione per tutti. Se si vuole evitare un proliferare di posizione filo borboniche, occorre che si rifletta più seriamente sui motivi che hanno reso l’Italia la nazione più divisa d’Europa e fatto del Sud il suo più clamoroso insuccesso.
Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il mattino il 20 dicembre 2019

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