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"Non è un paese per giullari": Dario Fo e Piazza Grande

di Alice Facchini
Questo articolo è stato pubblicato da Piazza Grande nel 2014 e ripreso online il 13 ottobre 2016, il giorno della morte di Dario Fo
“Perché seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”. Con questa motivazione Dario Fo ha ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1997. Recitare sul selciato delle piazze, all’interno delle fabbriche, oppure calpestando l’asfalto della strada, con atteggiamento critico verso il cosiddetto “teatro borghese”, il teatro per le élite. Questo è stato uno degli strumenti con cui Dario Fo ha portato avanti la sua idea di teatro sociale, per ritornare alle origini popolari della recitazione.
Che significato politico ha avuto per lei il teatro di strada negli anni ’60?
Il nostro teatro era determinato da qualcosa di incombente e brutale: la censura. Quante volte ci siamo messi a fare teatro per la strada perché ci avevano chiuso il teatro! In Sicilia, per esempio, interveniva una specie di mafia legata ai partiti che avevano in mano il potere in quella regione, con la scusante che non era a norma la struttura. In quel momento, noi stavamo lottando a fianco dei sindacati e del Partito Comunista, eravamo scomodi: è per questo che ci hanno tolto la possibilità di accedere ai normali teatri. Perciò, abbiamo iniziato a recitare sui camion: prendevamo un camion, arrivavamo in un posto e aprivamo le ante. Era proprio lì sul camion che si metteva in scena lo spettacolo, approfittando del motore per darci energia, e per poter recitare con la luce anche di notte.
Oggi il teatro di strada è ancora vivo?
In Francia c’è una grande tradizione del teatro di strada. Ci sono addirittura rioni dedicati e messi a disposizione dei giovani, i quali possono recitare senza timore che ci sia qualcuno che pretenda un permesso, cosa che invece in Italia si richiede ancora. La difficoltà nel nostro Paese è che bisogna avere sempre i permessi, per tutto, anche per far pipì. Bisogna perciò combattere una grande lotta. Gli attori arrivati a un certo livello devono dare l’esempio: scendere nelle piazze a recitare, anche senza i permessi, arrivando alla fine a conquistare la libertà di farlo.
Che emozioni dà la strada all’artista, che il teatro non riesce a dare?
Recitare in strada per un attore significa imparare che cosa significa davvero l’improvvisazione. Quando sei in strada, devi dimenticare quella che è la comodità del palcoscenico: il fatto che il pubblico stia a guardare in silenzio, che accetti di seguire lo spettacolo fino alla fine. Lì devi mettere in conto tutto: il cane che passa, il bambino che piange, il vigile che entra in scena e ferma lo spettacolo, l’importanza di coinvolgere le persone intorno…È in quel momento comincia la vera rappresentazione, quando te lo vietano.
Com’è nato il teatro di strada a cui lei si è ispirato?
Uno dei grandi attori e commediografi di strada era San Francesco. Francesco andava in giro e molte volte doveva scappare, perché c’erano quelli che si sentivano mortificati, umiliati, offesi: non accettavano che si raccontasse il Vangelo per la strada, era un peccato mortale. Ma, più di tutti, è stato Gesù Cristo: lui faceva rappresentazioni vere e proprie davanti a un pubblico enorme. Quando hai cinquemila persone che ti ascoltano, non puoi stare in una piazza, devi andare in cima a una montagna: solo così, sfruttando la flessione del terreno, si può approfittare del cosiddetto “mezzo eco”, che ti rafforza la voce. Oggi bisognerebbe riprendere il Vangelo e recitarlo di nuovo nelle strade, come un tempo.
Lei recitava nelle piazze proprio come i giullari nel Medioevo. Oggi è ancora attuale questa figura del matto, che veicola le rabbie e i sentimenti del popolo?
Io recitavo la figura del giullare per mostrare il cammino che ha fatto il teatro nel tempo e per far capire che cos’era il teatro una volta, nel periodo in cui si metteva in scena la condizione del popolo. Avevo scelto di reinterpretare un testo del Cinquecento, la cui attualità però ci perseguita ancora oggi. In un momento in cui la gente non ha lavoro ed è affamata, il personaggio dello Zanni, per esempio, che mangerebbe se stesso per la fame, è diventato di un’attualità enorme.Molte volte noi attori mettiamo in scena una situazione assurda, paradossale, che ci serve come provocazione e poi, dopo alcuni giorni, tac! Arriva il personaggio della politica che riprende ancora gli stessi schemi e ci copia, senza rendersene conto e senza pagare i diritti d’autore. È sempre la realtà che copia il teatro, non viceversa.

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