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I padri rinnegati del Pd

di Ottavio Olita
Ma il Pd di oggi di chi è erede? Non certo di Togliatti, Terracini, Berlinguer – da un lato – né di Moro, Zaccagnini, Tina Anselmi, dall’altro. Si potrebbe mai immaginare uno scontro tra quei leader al grido: “Ci odia perché non gli abbiamo dato una poltroncina”?
Oppure una lotta politica fatta non su progetti di trasformazione economica e sociale del Paese ma solo all’insegna di slogan ripetuti ossessivamente, senza alcuna prova provata, come la continua riproposizione del motto “se vince il sì l’Italia riparte”? Almeno dicessero dove, in qual modo, con quali programmi di iniziative per combattere disoccupazione, emigrazione giovanile, povertà crescente. Un ‘Sì’ salvifico, per far dire agli italiani che l’immobilismo non è colpa di politiche inefficaci e di rappresentanti inetti, ma della Carta Costituzionale e dei suoi vincoli.
E non siamo in presenza solo di affermazioni apodittiche sparate quotidianamente in prima persona dai principali leader del partito, ma anche delegate ad altri, come l’incomprensibile – e umiliante per chi l’ha pronunciata – frase “la vittoria del No sarebbe peggio della Brexit”!
Improbabile immaginare uno come Giuliano Ferrara impegnato a ripetere, oggi, la sceneggiata che fece anni fa quando lanciò uova contro lo schermo televisivo su cui compariva Benigni impegnato nella appassionata difesa della “Costituzione più bella del mondo”.

E mentre la povera Carta Costituzionale – fondativa della Repubblica e dei nuovi cittadini italiani non più sudditi ma titolari di diritti oltre che di doveri – è trattata alla stregua di una qualunque legge ordinaria, i sostenitori del ‘Sì’ usano ancora slogan per illustrare le conseguenze causate dalle modifiche proposte. Perché Governo e maggioranza non parlano anche di quali rischi comporterebbero per il futuro democratico del Paese?
Intanto di politica non si parla più. Alle osservazioni della Banca d’Italia – che certo non può essere tacciata di sovversivismo anarcoide – rispondono con promesse e scommesse. All’unico lucido oppositore di centrodestra, Stefano Parisi, capace di parlare di cosa fare subito dopo la conclusione di questa frenetica campagna referendaria, non sanno opporre argomenti che non siano gli algidi occhi della Boschi.
Perché quella parte del Pd che non può riconoscersi in questo modo di intendere l’attività dello storico partito della sinistra italiana, non smette con i tatticismi – per esempio intorno all’Italicum – e non rilancia un’iniziativa decisa, ad esempio sull’attuazione, non sulla rottamazione, della Carta? Ma davvero il ‘No’ a quella riforma pasticciata e pericolosa può dipendere solo dalla modifica del sistema elettorale, senza entrare nel merito di come verrebbe drasticamente modificata la struttura di potere dello Stato?
L’elettorato di sinistra è stanco di sceneggiate, di proclami, di propaganda. Esige un ritorno della politica. Il rischio vero è rappresentato da una sempre più vasta deriva qualunquistica che si tradurrà in un astensionismo mai conosciuto prima in questo Paese.
Questo articolo è stato pubblicato dal Manifesto sardo il 19 ottobre 2016

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