Governance europea: completare o rovesciare?

5 Ottobre 2015 /

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Europa
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di Roberto Musacchio
Alfiero Grandi pone giustamente l’esigenza che la sinistra avanzi una propria proposta di ripensamento complessivo della UE. Ne offre l’occasione, scrive, l’autorevolezza con cui Mario Draghi pone la questione che ci si doti di un vero ministro dell’economia dell’area euro. Ciò consentirebbe di profittare dello spazio di riflessione che si è aperto anche in settori conservatori e di provarsi a modificare il quadro, compreso quello dei trattati, facendo perno sostanzialmente sull’area euro per un cambiamento politico di fondo.
Chiedo scusa a Grandi per la sommarietà e forse l’imprecisione con cui ho riassunto la sua proposta. Dico subito che condivido l’esigenza. Io stesso, per chi interessa, ho scritto in varie occasioni del lavorio in corso in materia di ripensamento della governance europea e in particolare del documento cosiddetto dei 4 Presidenti, della Commissione, del Consiglio, della BCE e dell’euro gruppo, poi diventato dei 5 per l’arrivo di quello del Parlamento e dell’interfaccia realizzato dallo stesso PE con un testo approntato dalla socialista francese Beres e recentemente votato. Purtroppo questa discussione è rimasta fin qui confinata in ambiti assai ristretti.
Non c’è quella partecipazione democratica che sarebbe necessaria data la evidente crisi della UE stessa. E, sempre purtroppo, siamo in totale continuità con il modo in cui si è proceduto da sempre nell’edificazione di quella che oggi ritengo di dover chiamare l'”Europa Reale” proprio per segnalarne la profonda differenza con le aspettative ideali e la mancanza di democrazia. C’è stato, sin dall’inizio, una sorta di doppio binario. Quello di un europeismo idealista e quello di un europeismo funzionalistico.

È mancato un vero europeismo di sinistra, democratico e partecipato che fosse in grado di operare nella costruzione europea lo stesso ruolo avuto nella costituzione degli Stati nazionali. E ciò perché sono mancati sia un movimento operaio sia una sinistra europei. E questa è per me ragione fondamentale dell’attuale sconfitta. Ma torniamo all’attualità cui guarda Grandi. In realtà il tema del completamento della governance è posto da qualche tempo anche da Hollande e Merkel con modi, tempi e forme che rimandano a quelli che caratterizzano lo storico e traballante asse franco-tedesco e la sua natura conflittual-collaborativa.
La stessa che portò all’accelerazione nell’introduzione dell’euro con i francesi a proporla per condizionare il processo di unificazione tedesca e con i tedeschi ad attuarla facendo dell’euro stesso una sorta di prosecuzione del marco. Prima delle ultime elezioni europee fu un Hollande in difficoltà in casa propria ad aprire un’offensiva sul completamento della governance politica con un intervista rilasciata in contemporanea a vari quotidiani europei, con anteprima per la Francia.
Merkel fece rispondere subito al proprio Parlamento che se di completamento si doveva parlare, bene esso riguardava precisamente il rafforzamento della attuale governance e della filosofia che la sottende e cioè quella liberista e monetarista dei Trattati resa ancora più stringente dalla austerità seguita alla crisi e dall’impalcatura edificata su di essa con il six pack, il two pack e il Fiscal Compact. Se dunque si dovesse parlare di nuovi strumenti, come di un ministro delle finanze e dell’economia dell’area euro, dovrebbe essere strutturalmente connesso a questo mandato.
Questo posizionamento di Merkel è rimasto invariato anche recentemente nella ripresa del confronto con lo stesso Hollande che è arrivato a teorizzare un’Europa a tre velocità, con un nucleo ristrettissimo di direzione politica, l’area euro e poi tutto il resto. Ho ricostruito, sommariamente, questi passaggi per dire che come concordo con Grandi che occorre stare in campo ritengo contemporaneamente che sia bene essere avvertiti del gioco che gli altri si propongono.
Siccome non posso abusare dello spazio mi concentrerò su un quesito. Si può lavorare sul completamento della governance cercando di farne l’occasione per un cambiamento generale o occorre una rottura del quadro attuale per pensare un diverso assetto democratico della UE? Ne aggiungo un altro. L’area euro rappresenta il fulcro per una diversa Europa, in termini di politica economica e di democrazia, rilanciando in qualche modo la vecchia idea dei socialisti dell’Europa a due velocità con la connessa critica agli eccessi dell’allargamento? Le risposte non sono nè facili nè banali e meritano precisamente un dibattito approfondito che purtroppo non c’è stato fin qui.
Con lo spazio e la capacità che ho provo a indicare il terreno su cui si avvia la costruzione delle mie risposte. L’attuale governance è strutturalmente avversa alla democrazia. Naturalmente risente di quella miscela perversa di tecnocrazia ed intergovernativismo che caratterizza la UE. Ma ciò che manca non è la capacità decisionale, o la politica, che risiedono entrambe precisamente in quella miscela dietro la quale c’è il connubio tra globalizzazione finanziaria, egemonismo tedesco e patto guerreggiato tra borghesie. Quella che manca è la democrazia, che è strutturalmente negata. Non c’è dubbio che la miscela di cui dicevo si stia andando a scontrare con enormi contraddizioni negli uquilibri globali, prima di tutte quella tra una Europa ridotta a protettorato tedesco e gli altri protagonisti della globalizzazione in primis gli USA.
Ma ciò che deve interessare principalmente noi è la riconnessione con la democrazia e con i suoi soggetti, sociali e istituzionali. Per questo penso che non si possa avere un ulteriore livello di governo se non avendo a riferimento un livello parlamentare e democratico. E cioè un Parlamento Europeo con pieno potere legislativo, di nomina dell’esecutivo e di indirizzo politico ed economico. Qui già ci si intreccia fattivamente con la questione dell’area euro perché nelle proposte fin qui avanzate questa area dovrebbe avere a riferimento un parlamento di seconda istanza, delegato, e cioè ancora più debole ed aleatorio dell’attuale.
Invece le proposte in campo per la riforma dell’attuale PE vertono su ciò che dicevo necessario ed anche sulla sua elezione a base europea e non più nazionale cosa che spingerebbe nella direzione di costruire un livello europeo della politica. Naturalmente lo smantellamento o la ridiscussione radicale degli attuali Trattati è indispensabile. Per quanto riguarda la funzione che può avere l’area euro la mia ricerca di risposta è articolata. Per come essa si è costruita l’area euro ha finito col contribuire a trasformare quelle che eran quell’epoca delle aree più avanzate del modello sociale europeo negli avamposti della “Europa tedesca” e della austerità.
Colpa dell’eccessivo allargamento? Non condivido questa tesi e penso al contrario che la colpa stia nel fatto che non ci sia stata una sinistra, e un movimento operaio, che si siano contrapposti a questo processo di allineamento delle aree forti dell’Europa alla globalizzazione liberista. E che anzi il socialismo europeo l’abbia favorita. Stringere ora sull’area euro rischierebbe di continuare sulla stessa strada, per le ragioni che ho descritto e che stanno dietro l’operare delle forze conservatrici. E cioè il punto di crisi cui è arrivata l'”Europa reale” o “tedesca” e l’esigenza di un adeguamento interno, di cui lo stesso Draghi mi sembra portatore.
Se vogliamo recuperare una visione autonoma della sinistra io credo che occorra fare una doppia operazione. Riproporre il senso dell’allargamento per come voleva essere secondo le visioni più illuminate come quella di Balibar. E cioè l’Europa non come super stato ma come altra idea della globalizzazione che si fa forte del proprio modello sociale invece che negarlo come ha fatto. Oggi ancora più necessaria rispetto alla crisi del quadro globale, dalla Siria all’Ucrania, che ci parla anche del ruolo negativo dei neonazionalismi delle potenze intermedie, comprese Germania e Turchia. E anche più possibile data la grande novità della vittoria di Corbyn nelle primarie del labour con un impianto insieme i sinistra ed europeista.
Lo stesso Prodi ha scritto di recente cose che sostanzialmente condivido su questo. Dall’altro invece che dividerci su piani a e b e improbabili fuoriuscite dall’euro, con probabili esiti rovinosi, provare a rovesciare l’uso fatto fin qui della moneta per trasformarla da cattivo padrone in buon servitore, per citare Latouche. Non c’è dubbio che l’insegnamento di Tsipras va in questa direzione e indica due tappe fondamentali. La ridiscussione del debito per fare dell’euro, che è stato fin qui cocreatore del debito, lo strumento della sua europeizzazione. E la radicale modifica della BCE per farne uno strumento di servizio di una entità democratica, l’altra Europa, che vogliamo, e non l’essenza dell’Europa Reale.

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