Identificativi per gli agenti: Italia maglia nera in Europa

8 Aprile 2015 /

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Polizia e numeri identificativi
Polizia e numeri identificativi
Ieri c’è stata la sentenza della Corte di Strasburgo sulle violenze alla scuola Diaz del luglio 2001, quella in cui si dice senza mezzi termini che tortura c’è stata. Ma ci sono altri fronti da affrontare per evitare il ripetersi degli abusi. Eccone un altro, di questi aspetti.
di Gabriele Mastroleo e Giuseppe Montalbano
I recenti fatti di Blockupy, con un ragazzo italiano arrestato e detenuto in Germania da oltre una settimana, e un ddl presentato il sei giugno di due anni fa, ma ancora arenato in Commissione al Senato, in attesa di approdare nell’Aula di Palazzo Madama, hanno riportato l’attenzione sul tema della democratizzazione delle forze dell’ordine a livello europeo e – nello specifico dell’Italia – dell’introduzione di numeri identificativi per le forze di polizia. Una misura sostenuta dalle istituzioni europee come complemento necessario ad un effettivo controllo democratico sulle forze dell’ordine e già adottata in gran parte dei Paesi del vecchio continente, che ha visto finora l’Italia in una posizione di grave arretratezza e chiusura, come denunciato anche dal recente rapporto di Amnesty sulla situazione dei diritti umani in Italia.
Risale al settembre 2001, all’indomani del G8 di Genova, il primo European Code of Police Ethics sottoscritto dal comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che agli articoli 14 e 45 raccomanda l’adozione di strumenti identificativi per tutti gli agenti in servizio, come condizione essenziale ad assicurarne la responsabilità e prevenirne gli abusi nei confronti dei cittadini. Prendendo le mosse dai principi sanciti da quel testo, nel dicembre 2012, fu il Parlamento Europeo ad approvare una risoluzione nella quale si esprimeva profonda preoccupazione per tutta una serie di violazioni compiute dagli Stati membri in materia di diritti umani.

Il lungo documento dedicava un passaggio agli abusi di polizia, esprimendo “preoccupazione per il ricorso a una forza sproporzionata da parte della polizia durante eventi pubblici e manifestazioni nell’UE”, invitando gli Stati membri “a provvedere affinché il controllo giuridico e democratico delle autorità incaricate dell’applicazione della legge e del loro personale sia rafforzato, l’assunzione di responsabilità sia garantita e l’immunità non venga concessa in Europa, in particolare per i casi di uso sproporzionato della forza e di torture o trattamenti inumani o degradanti” e infine esortando i Paesi dell’Ue “a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”.
Nel gennaio 2014, un documento simile passa in Commissione per le libertà civili e la situazione si delinea in maniera ancora più grave: si esprime infatti “preoccupazione per i numerosi casi di maltrattamenti operati dalle forze di polizia e dalle forze dell’ordine, soprattutto attraverso l’uso sproporzionato della forza contro partecipanti pacifici e giornalisti in occasione di manifestazioni e l’impiego eccessivo di armi non letali, come i manganelli, i proiettili di gomma e i taser”, ribadendo poi la richiesta agli Stati membri “di garantire la presenza di elementi di identificazione sulle uniformi delle forze dell’ordine e di assicurare che queste ultime rispondano sempre delle loro azioni”, oltre che “sia posta fine ai controlli di polizia basati sulla caratterizzazione etnica e razziale”.
La proposta di risoluzione, approvata un mese dopo dal Parlamento europeo, “esprime preoccupazione per l’imposizione di un numero crescente di limitazioni al diritto di riunione e di manifestazione pacifica e fa presente che i diritti di riunione, associazione ed espressione costituiscono la base del diritto a manifestare”, invitando in maniera esplicita gli Stati membri “a non adottare misure che possano compromettere o penalizzare l’esercizio delle libertà e dei diritti fondamentali”, attraverso provvedimenti atti a garantire che “l’uso della forza avvenga solo in casi eccezionali e debitamente giustificati da una minaccia reale e grave per l’ordine pubblico”. La risoluzione è chiara: “Le forze di polizia sono innanzitutto al servizio della sicurezza e della protezione delle persone”.
La situazione in Italia
Come accennato, in Italia aspetta di sbarcare al Senato un ddl, primo firmatario Peppe De Cristofaro, titolato “Disposizioni in materia di identificazione degli appartenenti alle Forze dell’ordine”, che prevede di “introdurre delle modalità di individuazione che, ove fosse richiesto dalle circostanze, tutelino quanti tengono, e sono naturalmente la maggioranza, comportamenti conformi alle norme e alle circostanze”. Intorno al testo si era raccolta, almeno a parole, una larga maggioranza, dal Pd al Movimento 5 Stelle: fatto sta, però, che il provvedimento è fermo già da due anni.
Due i punti cardine della norma: “Il casco di protezione indossato dal personale delle Forze di polizia […] deve riportare sui due lati e sulla parte posteriore una sigla univoca che consenta l’identificazione dell’operatore che lo indossa”, vietando “di indossare caschi o altri mezzi di protezione del volto che non consentono l’identificazione dell’operatore, o di indossare caschi assegnati ad altri”. Inoltre verrebbe introdotto il “divieto al personale delle Forze di polizia, anche se autorizzato a operare non in uniforme per ragioni di servizio, di portare indumenti o segni distintivi che lo possono qualificare come appartenente alla stampa o ai servizi di pubblico soccorso, quali medici, paramedici e vigili del fuoco”.
Nel frattempo, però, è già partita la sperimentazione delle telecamerine in dotazione alle forze dell’ordine per riprendere quanto avviene nei cortei, avallata dal prefetto Alessandro Pansa con queste parole: “Il regolamento serve a bilanciare esattamente il ricorso all’esercizio legittimo della forza attraverso le modalità che devono essere confrontabili correttamente con la violenza che i tutori dell’ordine subiscono nel corso delle manifestazioni, nel corso dei loro interventi”. La legittimità delle telecamerine viene sancita a fine settembre dal Garante per la privacy, a condizione che sussistano situazioni di pericolo e che qualora quel pericolo non si concretizzi le immagini vengano cancellate.
Nelle stesse ore, con un emendamento nel decreto stadi presentato dal parlamentare di Forza Italia, Gregorio Fontana, viene infatti introdotto in via sperimentale l’utilizzo della pistola elettrica, la cosiddetta Taser, già in dotazione ad esempio, negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia e in Svizzera. Il deputato azzurro ha spiegato: “La pistola elettrica Taser, come è noto, è un’arma di dissuasione non letale: essa produce una scarica elettrica che rende la persona colpita inoffensiva per alcuni secondi, sufficienti alle forze dell’ordine per arrestarla”. Sui rischi del Taser si è invece espresso Francesco Romeo, direttore del reparto di Cardiologia del Policlinico Tor Vergata di Roma, interpellato dall’Adnkronos: “La pistola elettrica Taser provoca un danno muscolare e potrebbe quindi, teoricamente, causare un danno anche al muscolo cardiaco. Inoltre potrebbe interferire con alcuni dispositivi medici, tipo il pacemaker”. Se non bastasse il parere medico, un’inchiesta del 2012 parla di 500 persone morte per l’abuso della pistola elettrica solo negli Usa, mentre una commissione Onu considera la Taser “una forma di tortura, che in certi casi può condurre alla morte com’è dimostrato da numerosi studi e da episodi accaduti in seguito all’uso pratico di questi strumenti”.
Gli altri Paesi europei
In diversi Paesi europei esistono già provvedimenti per l’identificazione individuale degli agenti di polizia in servizio. Per quanto variegata, legata a misure in gran parte locali e non priva di contraddizioni, si può in generale constatare una rinnovata attenzione e iniziativa regolamentatrice a livello europeo su un tema tornato sull’agenda politica parallelamente alle contestazioni di piazza e agli abusi di potere da parte degli agenti nella gestione dell’ordine pubblico. Uno sguardo ai nostri vicini europei può darci un’idea delle buone pratiche da prendere ad esempio, così come dei rischi legati all’adozione di regole identificative “di facciata”, senza reali strumenti per assicurarne il pieno rispetto.
Regno Unito
Nel Regno Unito non esiste una regolamentazione unica per l’identificazione degli agenti, ma varia da regione a regione. La “Dress Code Policy” per la polizia metropolitana di Londra stabilisce l’obbligo per tutti gli agenti in servizio di esporre il codice identificativo nella spallina dell’uniforme, in modo che sia “visibile in ogni momento”. Non sono previste esplicite sanzioni per garantire il rispetto del regolamento, ma la sua violazione da parte degli agenti può determinare specifiche misure disciplinari, che restano però a discrezione dei commissariati. Dopo gli scontri tra manifestati e forze dell’ordine per il summit del G20 a Londra nel 2009, nel corso dei quali diversi agenti sono stati accusati dalla stampa e da partiti di entrambi gli schieramenti di non aver esposto il codice identificativo, il rispetto del ‘dress code’ da parte della Metropolitan Police Authority è diventato più stretto.
Francia
Fra le promesse di Hollande in campagna elettorale, il decreto del Ministero degli Interni firmato da Manuel Valls nel dicembre del 2013 ha introdotto in Francia l’obbligo per gli agenti in servizio, sia in uniforme che in borghese, di esporre un codice identificativo individuale di sette cifre, il “référentiel des identités et de l’organisation”. La normativa prevede eccezioni per gli agenti incaricati di presidiare la direzione generale della sicurezza interna, per quelli di servizio presso le sedi diplomatiche francesi all’estero, e quando sia richiesta la divisa ufficiale in occasione di cerimonie o commemorazioni. Sono inoltre esclusi dall’obbligo di identificazione alcune unità della polizia e della gendarmeria di Stato, come quelle di contrasto al terrorismo, i corpi incaricati della sicurezza del presidente della Repubblica e le unità di “ricerca, assistenza, intervento e dissuasione. L’identificazione del poliziotto attraverso un numero portato in maniera trasparente, spiega il ministero degli Interni transalpino, si fonda sull’esigenza di principi di trasparenza e responsabilità individuali. Nonostante il mancato richiamo nel decreto a misure sanzionatorie per gli agenti inadempienti, i sindacati di polizia hanno denunciato il ricorso a sanzioni disciplinari da parte del Ministero degli Interni per assicurare il rispetto dell’obbligo, come dichiarato pubblicamente dallo stesso Valls all’entrata in vigore della nuova normativa nel gennaio 2014.
Germania
In Germania non esiste l’obbligo di identificazione per la polizia federale, ma è invece adottato in diversi Länder per i corpi di polizia regionali, dove nella gran parte dei casi la polizia è libera di scegliere se riportare un’etichetta identificativa o meno. A Berlino, però, dal luglio 2011 la polizia ha l’obbligo di esporre un codice di riconoscimento di quattro cifre. Un provvedimento accolto tra le proteste dei sindacati di polizia, che hanno a lungo dato battaglia per ripristinare la normativa precedente, che obbligava gli agenti a dichiarare il proprio codice identificativo solo se richiesto, lasciando poi ai singoli la possibilità di riportarlo sulla propria uniforme. Sulla scia dell’iniziativa berlinese, anche lo Stato di Brandeburgo ha introdotto nel 2013 l’obbligo di identificazione per le unità di polizia sotto la sua giurisdizione. Nello Schleswing-Holstein resta in sospeso un progetto di legge dal 2010 sull’introduzione di numeri identificativi, fortemente osteggiato dai cristiano-democratici. In Sassonia dal primo aprile 2012 è stato introdotto l’obbligo di matricole di riconoscimento per gli agenti, ma non per quelli che operano “in situazioni pericolose” (tra cui le manifestazioni): un’eccezione questa contro cui continuano a battersi le sinistre e numerosi comitati cittadini.
Spagna
Ad eccezione delle unità incaricate di mantenere l’ordine pubblico, anche in Spagna esiste sulla carta un obbligo di identificazione pubblica per gli agenti, anche se non sono previste misure per garantirne l’effettivo rispetto. Nel Paese è stata approvata proprio in questi giorni una legge definita di “stampo franchista”, con i soli voti del Partito Popolare al governo, ma osteggiata, secondo un sondaggio, da otto spagnoli su dieci. Le nuove norme prevedono sanzioni fino a 30mila euro per una serie di infrazioni, come l’esposizione di cartelli e simboli o il rifiuto ad abbandonare una manifestazione.
Grecia
Nel gennaio del 2010 il governo greco ha emendato il precedente regolamento sull’identificazione pubblica della polizia, introducendo l’obbligo per tutti gli agenti di rendere visibile nelle proprie spalline un codice di riconoscimento individuale. Per gli agenti in tenuta anti-sommossa, un codice relativo alla proprio unità di riferimento e all’identificazione del singolo è riportato in evidenza sul casco protettivo. In un rapporto del 2012 sugli abusi e le violenze perpetrate dalla polizia ellenica nelle proteste contro le politiche di austerità, Amnesty ha però denunciato la pratica adottata dalle unità preposte all’ordine pubblico di riportare il codice identificativo nella parte posteriore del casco, aggirando così di fatto l’obbligo di essere chiaramente identificabili dai manifestanti.
Belgio
Vi è una norma che obbliga gli agenti a portare una targhetta con nome, grado e forza di polizia. Tuttavia, nell’aprile 2013, la Commissione Interni del Senato ha fatto propria una proposta di Gérard Deprez del Mouvement réformateur tesa a mantenere l’identificabilità delle forze di polizia, ma al contempo a garantirne l’anonimato, per il rischio di ritorsioni. In pratica, si pensa a una norma che sostituisca i nomi sulle divise appunto con codici identificativi.
Olanda
Due sono le principali caratteristiche delle divise nel Paese: per gli agenti c’è l’obbligo di portare sull’uniforme una targhetta con il nome, ma contestualmente le forze di polizia che agiscono in situazioni di ordine pubblico portano un numero sul casco. La targhetta fa parte dell’uniforme, anche se vi sono casi in cui viene nascosta. Non vengono comunque previste disposizioni particolari per chi occulta la targhetta.
Turchia
Nel giugno 2013, attraverso il suo blog, il giornalista e attivista per i diritti civili, Lorenzo Guadagnucci, pubblicò una foto di un agente in divisa che in Turchia si stava scagliando contro una manifestante. Nel Paese di Erdogan, che aspira da anni a entrare nell’Ue, esiste l’obbligo di avere dei codici identificativi sui caschi, ma l’agente aveva pensato bene di occultare il proprio con una striscia di scotch colorato. Il caso ha voluto che una folata di vento scollasse per un istante quel nastro dal casco e che un fotografo freelance fosse lì a immortalarlo. Quell’immagine ha fatto il giro del mondo e il poliziotto – in un Paese che non brilla certo in materia di diritti civili – ha rischiato sanzioni. Si tratta di un fatto indubbiamente simbolico, ma che ne evidenzia – scrive Guadagnucci – uno molto più importante: “Il gesto dell’agente ritratto nella nostra fotografia, il suo goffo tentativo di occultamento del codice, dimostra che il timore d’essere identificati è un deterrente per gli agenti mal intenzionati e in generale un freno per gli eccessi preordinati nell’uso della forza”.
In Europa non mancano quindi esempi di cui fare tesoro per una maggiore tutela dei cittadini da eventuali abusi nella gestione dell’ordine pubblico. L’identificabilità degli agenti non basta da sola a risolvere il problema, ma è un passo necessario per rendere più trasparente l’operato della polizia, combattendo l’impunità e prevenendo la formazione di nuclei ideologizzati al suo interno. Anche in Italia si apre adesso la concreta possibilità di recuperare anni di ritardo e chiusura su un tema che tocca direttamente la qualità della democrazia e la libertà di espressione. Un’occasione che non deve andare sprecata.
Questo articolo è stato pubblicato su Micromega online il 3 aprile 2015

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