Lavoro, sindacato e politica: c'è bisogno di un nuovo partito / 3

9 Dicembre 2014 /

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Lavoro - Foto di Daniela
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di Raniero La Valle
(Prima e seconda parte) La nuova macchina del potere
Come si presenta la nuova macchina del potere? È una macchina che secondo i tempi di Renzi dovrebbe essere messa a punto entro i prossimi mille giorni e dovrebbe funzionare nel seguente modo:

  • 1) un solo uomo al comando, cioè una stessa persona come capo del governo e capo del partito (e questo è già in atto: secondo Ceccanti è stata la scelta geniale che in un colpo solo avrebbe permesso di avviare a conclusione la transizione italiana) .
  • 2) una sola Camera da cui il governo deve avere la fiducia (con la messa fuori gioco del Senato).
  • 3) un solo partito, non una coalizione, a cui sarà assicurata per legge la maggioranza assoluta nell’unica Camera residua. Che un solo partito abbia l’intera responsabilità del governo viene spiegato col fatto che esso sarebbe il partito della Nazione. E qui c’è un errore radicale, perché la Nazione non è un corpo organico che possa avere un’unica rappresentanza, che si tratti di un uomo o di un partito. Una collettività umana come corpo organico non esiste in natura; in natura esistono i cittadini e i corpi intermedi, non esiste un corpo totale; tanto è vero che quando i cristiani parlano dei fedeli come di un corpo, lo smaterializzano e lo chiamano “Corpo Mistico”.
  • 4) Quanto resta della rappresentanza parlamentare sarebbe formato nella sua maggioranza ancora da parlamentari non eletti ma nominati.
  • Nominati sarebbero i 95 senatori espressi dai Consigli regionali, nominati i 300 capilista dei tre maggiori partiti designati nei 100 collegi elettorali previsti, nominati i capilista dei piccoli partiti nei collegi in cui prendessero seggi.


Dunque un solo uomo al comando, un solo partito, una sola Camera, una minima rappresentanza eletta e anche un solo legislatore: infatti la riforma costituzionale attribuisce al governo e al suo capo il potere di far votare alla Camera una legge da lui voluta nel testo da lui voluto e senza emendamenti in una data certa se la Camera non abbia adempiuto alla richiesta del governo di votare quella legge entro sessanta giorni. È sufficiente questo per operare un cambio di sistema togliendo al governo il carattere di governo parlamentare.
Se questo disegno arriverà in porto, e non sarà bloccato col referendum popolare, è chiaro che lo scopo dei riformatori sarà raggiunto: vincerà il progetto del fare, il potere potrà fare qualunque cosa, anche la guerra, la cui decisione diventerà un affare interno tra il governo e il suo partito alla Camera, essendo il Senato escluso da tale deliberazione.
Il potere in tal modo sarà legittimato a fare, ma il che fare sarà sottratto ad ogni limite, ad ogni garanzia, ad ogni controllo. Ma così si torna alla fase precedente al costituzionalismo, perché il costituzionalismo è sorto non per dare più potere al potere, ma per sottoporlo al vincolo del bene comune e della volontà popolare, vincoli che si manifestano come altrettanti poteri di veto, che appunto la riforma in corso vuole abolire. Caduto il potere di veto, cioè la critica del Parlamento, dei partiti, dei sindacati, dell’associazionismo, dei corpi intermedi, il potere è incondizionato, può fare quello che vuole, ma allora il costituzionalismo e anche la democrazia sono finiti.
La cosa può essere tragica. Non solo perché il potere può fare scelte devastanti, dalla guerra all’economia alla moneta ai diritti, ma anche perché alla società che soffre, dissente e resiste non rimangono altre strade che le vie extraparlamentari, le vie antagonistiche, la piazza, lo sciopero, il farsi giustizia da sé e in ultima istanza la violenza.
Più in Italia il potere diventa arrogante, mentre i cittadini si impoveriscono, i giovani non hanno futuro e il territorio affoga nelle intemperie, e più si accumula un potenziale di violenza, di inimicizia, di odio che avvelena la vita del Paese e può esplodere in imprevedibili crisi. In questo senso l’attuale governo è uno dei più pericolosi che abbia avuto il Paese dalla nascita della Repubblica, e ancora più grave è che ignorando il pericolo voglia rendere il mutamento definitivo.
Che fare?
Se per caso dei giovani ci stanno a sentire, direi che ci vogliono tre cose.

  • 1) Ci vuole una politica.
  • 2) Ci vuole una scuola.
  • 3) Ci vuole una fede.

Quanto alla politica, ci vuole un partito nuovo. Un partito di tipo nuovo. I partiti personali portano al disastro e non funzionano più, nemmeno in America. Obama da solo non ha potuto fare niente (non quello che era necessario). I partiti culturalmente fatui passano in fretta. Il modello del PD è fallito. Renzi lo ha mandato al macero. Nel giro di pochi mesi, centinaia di migliaia di iscritti non si iscrivono più, centinaia di migliaia di elettori di certo non lo votano più. Di fatto il modello, fin dal principio, non era ragionevole. Hanno ripudiato le ideologie, poi hanno preso due nomenclature create dalle ideologie e derivate dallo scorporo di quelle ideologie, e ne hanno fatto un partito. Mancando una forma ne è venuto un partito proteiforme, disponibile alle primarie aperte ai passanti e al leader più capace di persuasione, se non di consenso.
Un partito nuovo vuol dire un partito non volatile, non digitale, dove non ci si illude che centomila contatti di cinquanta secondi sul web rappresentino un soggetto politico. Ci vuole un partito dove si cammina a piedi, si incontrano le persone, si studia e si fa politica, un partito con i gettoni. Certo a partire dalle lotte di base, come fu per le conquiste degli anni Sessanta e Settanta, ma poi con uno strumento politico strutturato sul territorio. Un partito che giochi un’altra partita, che non è quella del potere, ma è quella del bene comune, della società solidale ed inclusiva. Un partito non per sé, o per riesumare il suo passato, ma per rappresentare e dare voce all’enorme potenzialità dei candidati a una vita secondo equità e giustizia. E il presupposto di fiducia è che tutto deve essere possibile non con la violenza ma con la politica; anche ciò che si pretende, magari in forza dell’Europa, che la politica non possa fare.
E nel promuovere il partito nuovo, ci vuole una legge sui partiti, che dia attuazione all’art. 49 della Costituzione, che ne assicuri la democrazia interna, la trasparenza, che stabilisca incompatibilità tra cariche di partito e cariche pubbliche, che ne faccia degli organi della società civile e non delle istituzioni pubbliche e dello Stato.
Quanto alla scuola, ci vuole una nuova alfabetizzazione. Va benissimo il linguaggio digitale, il web, Internet, ma la scuola deve veicolare il linguaggio comune, la cultura che viene da lontano, che richiede tempo, applicazione e fatica. Ci vuole una scuola in cui non si studi solo per il merito, per il successo, e nemmeno solo per l’avviamento al lavoro, ma una scuola dove si studi senza ragioni, se non quelle di vivere, di capire, di poter comunicare con gli altri, quelli di ieri e quelli di domani.
Una scuola che non deve essere né delle imprese, né del mercato, né della Chiesa. Una scuola della Repubblica dove le cose si insegnano e si tramandano e si ricercano non tanto perché servano, non perché rendano, ma perché costruiscano le persone umane. L’art. 3 della Costituzione dovrebbe essere esteso anche all’istruzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che sul piano della conoscenza, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Quanto alla fede, non si tratta della fede in una Chiesa, in una dogmatica, in un’ortodossia. Si tratta della fede di papa Francesco, che ha cominciato a parlare di un Dio misericordioso e vicino, e di fatto ha riaperto in una società che l’aveva archiviata la questione di Dio. E in questo contesto si può anche riformulare la questione del lavoro come principio di riscatto, come ha fatto il papa nel suo incontro in Vaticano con i movimenti popolari di tutto il mondo il 28 ottobre scorso, quando ha legittimato la lotta dei poveri per l’inclusione sociale e per combattere l’ingiustizia, e ha posto il lavoro come un bene essenziale per l’uomo, accanto alla terra e alla casa.
Ha detto papa Francesco a proposito del lavoro. “Non esiste peggiore povertà materiale di quella che non permette di guadagnarsi il pane e priva della dignità del lavoro. La disoccupazione giovanile, il lavoro nero e la mancanza di diritti del lavoro non sono inevitabili, sono il risultato di una previa opzione sociale, di un sistema economico che mette i guadagni al di sopra dell’uomo; sono gli effetti di una cultura dello scarto che considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi buttare”. “Qui in Italia – ha aggiunto – i giovani disoccupati sono un po’ più del quaranta per cento; significa un’intera generazione, annullare un’intera generazione per mantenere l’equilibrio, per poter mantenere e riequilibrare un sistema al centro del quale c’è il dio denaro e non la persona umana”.
E allora qui il discorso si conclude. Il lavoro sta all’inizio della creazione, ed è inscindibilmente lavoro di Dio e lavoro dell’uomo. Al termine di una lunga storia il lavoro è giunto al massimo della sua forza e della sua dignità. Oggi è sotto attacco, ma la difesa e la promozione del lavoro è insieme difesa dell’uomo, promozione della democrazia, e affermazione della libertà contro il potere.

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