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Dopo il voto europeo: l'ardente pazienza di cercare nuove strade

di Mirco Pieralisi
Con tutta la soddisfazione e la gratitudine nei confronti di tutte e tutti coloro che hanno portato la lista Tsipras a ottenere una preziosa presenza al Parlamento europeo, e con l’orgoglio per l’eccellente risultato ottenuto a Bologna (16.709 voti, 8.9%), non possiamo nasconderci che il terremoto elettorale che ha portato al successo il “PDRenzi” è di rilevanza straordinaria in cifra assoluta e in percentuale.
In Italia, a differenza che nel resto d’Europa, il partito che indirettamente o direttamente ha avuto responsabilità di governo negli ultimi tre anni, è stato clamorosamente premiato da chi è andato a votare. Questo significa che la narrazione renziana non solo ha funzionato, ma ha mobilitato forza elettorale, a partire dalle regioni storicamente di centro sinistra e ha saputo probabilmente raccogliere la deriva del centro destra. Inoltre, con la capacità di presentarsi come elemento di rottura con il passato, ha sfidato alla pari Grillo, ne ha assunto temi ed atteggiamenti e ha offerto forme e formati più rappresentabili in pubblico al desiderio diffuso di dare una spallata al sistema dominato dalla cosiddetta casta.

Le conseguenze di quello che è accaduto non sono facilmente prevedibili, anche se oggi il primo ministro e capo partito ha un potentissimo elemento di ricatto nei confronti di tutti i suoi avversari e alleati, rappresentato da un richiamo di natura plebiscitaria al voto politico se anche questi ultimi si dimostrassero troppo inquieti. La potenza di fuoco del consenso elettorale potrebbe permettere inoltre di accontentare minoranze interne al partito (c’è posto per tutti) nel loro agitarsi permanente accomunati però dal grido “non c’è vita fuori dal PD” e quindi di procedere anche a forzature istituzionali in senso antidemocratico sui temi ad esempio della legge elettorale e dei diritti sindacali.
Ma anche questa è una lettura troppo limitata della realtà, perché paradossalmente il successo renziano contiene anche le premesse di una possibile erosione ed esplosione del consenso. Le contraddizioni sociali che stanno alla base delle oscillazioni elettorali, che hanno preso in questi anni le vie alterne dell’astensione, del voto a Grillo e poi a Renzi (e la terza opzione per altro continua coesiste con le altre due) permangono tutte e la pretesa di un cambiamento, seppure disordinata e non sempre frutto di tensioni e aspirazioni solidali, continuerà a manifestarsi in modi diversi, contraddittori e non facilmente riconducibili a momenti elettorali.
Sta di fatto però che il ricambio visibile del gruppo dirigente del ceto politico, esibito nei volti giovani e spesso femminili del gruppo renziano, le facili parole chiave di riferimento (cambiare verso…), e di contro la sempre più indifendibile resistenza di interessi dei vecchi apparati della nomenclatura tradizionale hanno prodotto un’apertura di credito anche nell’elettorato più critico e magari di sinistra del partito e contemporaneamente ha avuto la capacità di raccogliere consensi nel campo del centro destra, come dimostra la sparizione del polo montiano e il dimensionamento secco di quello alfaniano.
Il gruppo dirigente renziano ha capacità comunicative per far coesistere tante anime confluite nell’area di consenso del partito per un ragionevole lasso di tempo ma l’inquietudine sociale, la crisi permanente del sistema, le resistenze di quanto rimane dei movimenti ispirati alla salvaguardia dei beni comuni costituiscono varianti non prevedibili nelle loro più variegate manifestazioni. L’esistenza anche elettorale di una sinistra europea fuori dal PD e ad esso alternativa nel programma e nella sua connotazione culturale, in parte ancora lacerata e divisa malgrado l’emergere di nuove intelligenze e volontà, è una buona notizia, ma è solo un primo aiuto importante per intraprendere un viaggio che comincia solo ora.
Cominciare da quello che ci unisce e mettere da parte storie, rancori e perfino passioni che ci dividono non è semplice, ma nessuno, gruppo, partito o individuo, può farcela da solo, a meno che non voglia accontentarsi di attribuire sempre ad altri le cause di ogni piccolo o grande passo falso. Affinché quello che abbiamo costruito in questa campagna elettorale non vada disperso è necessario innanzi tutto avere l’orgoglio per quello che abbiamo raggiunto e il realismo per comprendere che siamo solo all’inizio, che non ci sono scorciatoie o cartelli già pronti per una prossima elezione.
Anzi, al contrario, ritengo che in generale l’orizzonte di tipo elettorale vada posto più lontano possibile, perché le condizioni per l’andare oltre quello che siamo andranno costruite nel tempo, sapendo aspettare ma avendo anche la capacità di cogliere gli scarti improvvisi di movimenti reali. In Spagna una gran parte dei partecipanti al movimento del 2011 scelse di non partecipare in nessuna forma a competizioni elettorali assumendosi anche le “colpe” loro attribuite della vittoria elettorale della destra. Solo tre anni dopo “Podemos” si è cimentato nella battaglia dei voti. Ha avuto un grande risultato e solo dopo, consapevoli della loro forza autonoma, hanno scelto di aderire al gruppo parlamentare di Alexis Tsipras e di sedere in alleanza con la sinistra unita, anch’essa per altro positivamente scossa da movimenti indignati, ribelli e… pazienti.
Ecco, con il nostro piccolo e importante risultato oggi possiamo cominciare un nuovo cammino, imparando, senza copiare, dalla Grecia e dalla Spagna, ma assumendone l’indignazione, che è una grande sentimento mille anni luce superiore al rancore, la radicalità, che non è il gioco di chi la spara più grossa in un giorno, l’urgenza del cambiamento e l’ardente pazienza di trovare strade che ci rendano migliori di come siamo.
Questo post è stato pubblicato su Facebook il 2 giugno 2014

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