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Clini, la famiglia Riva e i veleni: vent'anni di disastri italiani

di Loris Campetti
“Corrado è uomo nostro”. Nostro di chi? Ma della famiglia Riva, naturalmente, e del gran corruttore Girolamo Archinà che la rappresentava comprandosi uomini di governo e dei partiti, amministratori e prelati, giornalisti e sindacalisti per nascondere sotto un cumulo di danaro e di bugie centinaia di vittime della diossina sparata dall’Ilva di Taranto.
Corrado Clini, ministro dell’Ambiente del governo Monti dopo essere stato lungamente dirigente dello stesso ministero, socialista negli anni d’oro dell’Italia da bere, è indagato da svariate procure nazionali e persino estere (in Svizzera per riciclaggio). Ha fatto affari, per sé e non per il partito, su ogni sorta di sciagura spaziando dal Libano alla Cina al Kenia, dall’Acna di Cengio all’Enichem di Manfredonia, da Verbania a Trieste al Casertano. Per specializzarzi con l’Ilva di Taranto intervenendo non per risanare l’ambiente ma per inquinare i controlli, addomesticare i dati, legalizzare i veleni. È tornato sotto i riflettori per essersi intascato persino i soldi destinati alla bonifica dell’Iraq, così almeno sostengono tre o quattro procure.
Il Clini raccontato dai magistrati è un genio del male, il Mengele dei veleni. Negli ultimi vent’anni è stato implicato in tutte le tragedie ambientali del nostro paese, per una vita al ministero dell’Ambiente passando immune attraverso governi di ogni colore fino a essere promosso addirittura a ministro. Uno sciacallo a guardia del gregge di pecore. Ce la caviamo prendendocela con lo sciacallo, o cominciamo a chiederci chi ce l’ha messo, chi l’ha difeso, aiutato, chi ci ha fatto affari insieme? Se non ce lo chiedessimo dovremmo concludere che ha ragione chi dice, da sempre, che la politica è una cosa sporca.

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