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Rossana Rossanda e il Novecento delle donne

Pubblichiamo questo articolo in vista della presentazione del libro di Rossana Rossanda organizzata dall’Associazione Il Manifesto in Rete per il prossimo 13 gennaio (Quando si penvasa in grande, Einaudi, 2013).
di Lea Melandri
Nella prefazione al libro che raccoglie i suoi “colloqui” con venti testimoni del Novecento (“Quando si pensa in grande”, Einaudi 2013), Rossana Rossanda scrive: «Gli interrogati sono tutti uomini, come se non avessi incontrato nessuna donna coinvolta nella politica “classica” del Novecento. Dico “classica” perché i personaggi femminili più impegnati che ho avuto la fortuna di conoscere lavoravano su quella questione fondamentale che poteri, storia e diritto hanno sempre tenuto sottotraccia, cioè il rapporto e conflitto di genere che percorre tutta la vicenda umana (…) Escluse per secoli dalla res publica, non ne hanno rielaborato i dilemmi, li guardano a distanza, ne diffidano (…) Quanto a uomini che si siano interessati non occasionalmente dei fondamenti della res pubblica, ne ho incontrato di rado; tutti ormai rendono formalmente omaggio alle questioni di genere ma raramente vi ragionano aprendo degli squarci decisivi nella lettura della storia e del presente».
I “testimoni” del Novecento con cui Rossana ha dialogato attraverso le pagine del Manifesto – Lukàcs, Sartre, Althusser, Allende, Mendès France, Ingrao, ecc.- appartengono a una componente fondamentale della sua storia politica di comunista e agli interrogativi che l’hanno attraversata nel corso del secolo. Ma un posto non secondario nel suo Novecento hanno avuto le “conversazioni sulle parole della politica”, tenute a Radiotre nel 1978 con alcune femministe note per il loro impegno, come Lidia Campagnano, Paola Redaelli, Licia Conte, Lidia Menapace, Manuela Fraire. Sono gli anni in cui Rossana scrive articoli di straordinaria intensità dettati – come dirà lei stessa nel libro che li raccoglie, Anche per me (Feltrinelli 1987) – «dalla memoria o dal non semplice dialogo col movimento delle donne; così rispondevo ai problemi della persona, tardi nella mia vita legittimati a una scrittura».

Dispiace che non abbia continuato a legittimarseli, tanto da non volere che si ristampi – nonostante le mie insistenze – il libro Le Altre, dove sono riportate le sue trasmissione radiofoniche (Feltrinelli 1989), che sarebbe oggi di grande attualità di fronte al terremoto che sta attraversando la politica, le sue istituzioni, i suoi linguaggi. Forse è vero che noi, le sue “amiche femministe”, come continua a chiamarci, siamo testimoni di un tempo e di una storia che vengono da molto lontano e che vanno decisamente oltre il Novecento. Ma non è proprio la “distanza” dalla politica “classica” che ha permesso a un movimento di donne, nella seconda metà del secolo, di ripensarla a partire dal suo atto fondativo: la separazione tra i destini del maschio e della femmina, ma anche tra biologia e storia, corpo e mente, individuo e società, cura e lavoro produttivo, ecc.?
È Rossana per prima, nella sua lungimiranza politica, ad aver colto la portata “rivoluzionaria” del femminismo e, al medesimo tempo, le difficoltà che avrebbe incontrato: «In tutte le civiltà, il sesso femminile, metà della specie umana, è stato escluso dalla formazione dei codici, e le donne che ne hanno preso coscienza e hanno protestato erano singole e isolate, e tali sono rimaste fino all’ultimo trentennio del Novecento. Soltanto allora le donne, e soltanto in Occidente, hanno preso parola, ed è avvenuto che abbiano delineato un’altra cornice del “politico”. Altra radicalmente, su altri parametri, che non si sono aggiunti a quelli “classici”, raramente li incrociano, spesso neppure li dichiarano estinti: esse ne restano estranee e come distanti».

«Se oggi la contraddizione – donna, nella sua radicalità non fosse che l’emergere del problema numero uno, il farsi improvvisamente stretto della politica, come l’abbiamo conosciuta, nell’irrompere sulla scena di nuovi soggetti e figure sociali, masse, bisogni -anche (e per questo ora) le donne? Se esse fossero non solo il sintomo d’una crisi più generale della politica ma anche l’oscuro embrione d’una critica della politica (…)?» (R.Rossanda, Le Altre, cit.)

«È il rivolgimento di quel potere che non sta nel dispotismo del tiranno, o nelle leggi dello stato, o nell’arbitrio del padrone, ma nel dominio che da millenni il maschio esercita sulla femmina, e che ha modellato non solo la subalternità della donna, ma la concezione – noi diremmo l’ideologia – che l’insieme dell’idea del potere degli uomini, la tradizionale sfera politica, porta in sé (…) questa specifica oppressione le fa non solo subalterne, ma in qualche misura simili ai loro oppressori, modellate su di essi per cui per liberarsi davvero debbono anche liberarsi di quanto quel modo di essere e pensare dell’uomo è stinto dentro di loro. Devono andare insomma a una rivoluzione anche in se stesse, nelle idee, nel costume; a lacerare rapporti affettivi, a cancellare antiche educazioni (…) Il movimento delle donne si è poi andato separando dagli altri movimenti, isolandosi o lasciandosi isolare (…) nella rincorsa dei problemi della persona fino alla sfera dell’inconscio o nelle forme ancestrali della specie, per le donne l’idea di rivoluzione diventata assieme infinita e inafferrabile» (R.Rossanda, La Altre, cit.)

Ma è proprio vero che i cambiamenti prodotti da una cultura femminile attenta all’importanza storica della relazione tra i sessi sono così “inafferrabili”? Nonostante l’indifferenza e la pesante messa sotto silenzio dei saperi, dei diritti, delle libertà, dei luoghi associativi che hanno creato e conquistato nell’arco di quasi mezzo secolo, le donne ancora “parlano”, si incontrano, scrivono, manifestano, si oppongono alla rappresentazione deformante che i media danno di loro. Soprattutto, cominciano a interrogarsi, sapendo di infrangere un tabù, sulla complicità che le vede “emanciparsi” facendo propri i modelli per i quali sono state a lungo considerate “natura inferiore”.

È ancora Rossana, nelle sue felici contraddizioni, a riconoscere che, se c’è stata una “rivoluzione” delle coscienze destinata a modificare, sia pure lentamente, l’impianto secolare della nostra come di altre civiltà, è senza dubbio quella che parte dal luogo più lontano dalla politica “classica”: la percezione che la donna ha di sé, dei condizionamenti che ha subito, degli adattamenti che ha dovuto fare, dei vantaggi secondari che ha creduto e ancora crede di poterne ricavare. «E anche quando una donna mi indica, attraverso di sé, non il fondo delle cose ma il fondo di se stessa, affrontando il rovesciamento di tutte le carte ricevute, di tutte le regole interiorizzate, di tutti i punti di vista che le hanno insegnato e l’improvvisa mancanza d’appoggio che ne viene, ribaltando i termini del proprio destino, vedo in questo mutante il fascino di una riconquista di sé che forse gli uomini non sanno ancora compiere (…) Da quando il femminismo mi ha dispiegato il senso della condizione di donna, lo sdoppiarsi dell’esperienza mi è parso una miniera; nessuna contraddizione è rimasta al posto in cui era. E ho sperato che questa presa di coscienza di noi cadesse, per così dire, con tutto il suo peso dentro al mondo, personale e pubblico dell’uomo, accelerando e problematizzando tutti i processi di scomposizioni dei poteri. Dando e ricevendo “più senso”». (R.Rossanda, Anche per me, cit.)
Oggi – si legge nella Prefazione del libro appena uscito – la presenza femminile nei luoghi della democrazia rappresentativa è cresciuta, dentro di essi «le donne sono perfettamente in grado di lavorare, magari di diventare capi di stato, ma una elaborazione teorica autonoma del problema avviene, quando avviene, fuori di essi». Oltre “reticenza”, che Rossana si riconosce, a mescolare il tema del rapporto tra i sessi con quello del pensiero politico, è chiaro che sulla scelta di raccogliere solo voci di protagonisti maschili, ha pesato anche la delusione di chi si aspettava, partendo dal versante della grande Storia, che le storie personali si modificassero con la stessa rapidità. Rossana Rossanda non è certo l’unica ad avere sottovalutato la “naturalizzazione” che ha subito la vicenda dei sessi, il “tempo tartaruga” (Elvio Fachinelli) con cui si muovono le esperienze che hanno un più diretto radicamento nel corpo. È unica nella lucidità con cui ha saputo tenere fermo lo sguardo su mondi opposti, ma entrambi essenziali all’interezza dell’umano: la costruzione sociale e le “acque insondate della persona”.
Questo articolo è stato pubblicato sulla 27esimaora.corriere.it lo scorso 18 dicembre 2013 e ripreso dalla Fondazione Luigi Pintor

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