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Dalle macerie (anche politiche) del nord-est

di Paolo Pagotto, segreteria Fiom Treviso
Lo riconosce persino lui, Maurizio Castro, ex responsabile del personale Electrolux e oggi senatore abbastanza trombato del Pdl, che quando si parla di Electrolux si parla di una delle ultime fabbriche fordiste del nord est. Non solo nell’organizzazione del lavoro e della produzione, ma anche in quella capacità operaia di organizzarsi, di mobilitarsi, di fare massa critica.
Da quando il gigante del freddo ha deciso che i suoi piedi in Italia sono d’argilla e vanno tagliati, le Rsu dell’azienda di Susegana hanno saputo mobilitarsi e mobilitare l’opinione pubblica cadenzando tutta una serie di iniziative, dai blocchi stradali al volantinaggio nei mercati rionali, dagli scioperi a scacchiera al blocco dei tir con le merci, all’occupazione della direzione e degli uffici tecnici, capaci di riportare l’attenzione di nuovo sulla centralità operaia, riuscendo a rompere la tragica solitudine che accompagna spesso molte chiusure e trasformando il caso Electrolux in una lotta paradigmatica in cui ci si gioca buona parte della sopravvivenza industriale del nord est.
Ma a Susegana lunedì 11 novembre è arrivata anche la politica, dai sindaci dei comuni limitrofi, della politica purtroppo la fanteria, a livelli più elevati e decisamente più potenti come il presidente della Regione Zaia e l’ex ministro del Lavoro Sacconi, l’uomo che con l’articolo 8 aveva teorizzato la risoluzione dei problemi industriali italiani. Tutti univoci, tutti d’accordo: “La fabbrica va salvata, hanno ragione gli operai, siamo tutti con loro”.

Bene, bravi, bis. Gradita la presenza, apprezzata la solidarietà. C’è un problema però: quella serata finita fra l’alzarsi della nebbia e i lampeggianti delle forze dell’ordine che riportavano a casa alcuni dei politici, di domande rimaste sospese ne ha lasciate parecchie e in quel lento rientrare a piedi verso la fabbrica molti, fra le lavoratrici e i lavoratori, hanno continuato a farsele. A partire sul come la politica intenda tradurre in fatti le flautate parole così cariche di solidarietà, a partire dal quando la politica di questo paese comincerà a ripensare a un progetto industriale, che non si la demolizione dell’articolo 18 o le deroghe alle leggi dell’articolo 8, capace per davvero di avere la forza di tracciare un futuro, a partire dal perché non sia mai stata messa in campo nessuna reale iniziativa per fermare una desertificazione industriale senza fine.
Perché quando in un paese non basta più essere dei bravi lavoratori capaci di fare il proprio lavoro bene, quando in un paese non basta più avere un’alta professionalità né essere produttivi e dare profitto, qualcuno ce lo dovrà spiegare come faremo a salvare i nostri posti di lavoro. Scriveva Daniel Bensaid: Per sfuggire allo sconforto occorre strappare alle macerie del presente i materiali per le future costruzioni”. In questa crisi che si estende e si trascina le uniche cose che non ci mancano sono le macerie: industriali, economiche, sociali. L’emorragia di posti di lavoro rischia, se non si invertirà bruscamente la rotta, di minare alla base la tenuta democratica e la convivenza civile di questo paese.
Non si esce dalla crisi e si crea lavoro: si crea lavoro e si esce dalla crisi. All’Electrolux di Susegana e in tutti gli stabilimenti del gruppo in Italia, come nelle tante realtà in crisi dell’ex mitica locomotiva del nord est, il lavoro va difeso, consapevoli che la partita che si gioca ha un nome e si chiama futuro.

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