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Molfetta, città laboratorio tra riscossa della sinistra (nuova?) e scandalo delle grandi opere

di Onofrio Bellifemine
Una vertigine di eleganza, efficienza e sicurezza, la terza opera marina più grande in Italia dopo il Mose di Venezia e il porto di Civitavecchia, un incanto avveniristico fatto di dighe, ponti, parcheggi e rotatorie per una spesa prevista di 69 diventati ben presto 72, milioni di euro e data di conclusione dei lavori fissata per il 2011, prorogata al 2014. E ora rinviata sine die. “Un abbraccio proteso verso i nuovi paesi europei, una sfida decisiva per gli imprenditori di tutto il Mezzogiorno” per usare le parole dell’allora (2007) sindaco Pdl, il senatore Antonio Azzollini. Un porto dal costo complessivo di 150 milioni di euro capace di rilanciare l’economia cittadina, regionale e meridionale.
Insomma, quello che serve a una città come Molfetta, 20 km da Bari, casa di Gaetano Salvemini e Riccardo Muti, da tempo attanagliata come tutto il resto del Paese da una crisi economica senza precedenti. Eppure in questi anni non sono mancate le polemiche e le accuse di speculazioni sostenute da soldi pubblici e di clientelismo nella scelta delle imprese realizzatrici. Una grande opera all’italiana, una sorta di Tav Lione-Torino in sedicesimi, di cui è aggiudicataria, fra le altre, anche la stessa impresa emiliana la Cmc di Ravenna.
Poi il 7 ottobre scorso la Procura di Trani ha dato il via all’operazione D’Artagnan. 60 indagati (tra i quali i Pdl Antonio Azzollini, senatore e Antonio Camporeale, consigliere regionale) 2 arresti e accuse gravissime: un ingente fiume di denaro pubblico sarebbe stato veicolato a favore del Comune di Molfetta per realizzare il nuovo porto, tramite una serie di atti illegittimi e illeciti, senza che l’opera abbia avuto mai una reale possibilità di essere conclusa data la presenza massiccia di residuati bellici (cosa ampiamente risaputa già prima dell’inizio dei lavori).

Parte dei fondi del porto inoltre, sarebbero stati utilizzati per coprire i buchi di bilancio comunale per non sforare la legge di stabilità e per spese varie non proprio ortodosse (si va da pranzi e cene ai 625mila euro di incentivi ai dipendenti comunali). Il secondo maxi scandalo in poco più di due anni dopo un’altra inchiesta stavolta sulla speculazione edilizia (“mani sulla città” è stata definita dalla Procura) che pure aveva fatto finire la città sui giornali di tutto il paese. Non solo, la vicenda del Porto di Molfetta potrebbe congelare anche i lavori della Tav Torino-Lione. In seguito alle irregolarità rilevate, infatti, la Procura di Trani ha chiesto l’interdizione della coop emiliana dall’esercizio delle attività imprenditoriali in Italia e all’estero.
Anni fa il giornalista inglese James Blitz del Financial Times disse che Molfetta era una sorta di laboratorio nazionale: quello che succede qui poi accade anche nel resto del paese. Magari era pure un caso, ma di certo se Molfetta non anticipa le tendenze per lo meno le rispecchia alla perfezione. Una grande opera inutile, costosa e fuori tempo massimo per uscire dalla crisi, lanciata dal Pdl non contrastata da un Pd quantomeno titubante e con l’impresa appaltatrice, la Cmc di Ravenna che fa capo alle cooperative rosse emiliane. E ancora prima, lo spettacolo avvilente di una sinistra cittadina incapace di reagire e pronta a lanciare allo sbaraglio solo vecchi leader.
E ovviamente anche Molfetta ha avuto il suo Berlusconi. Antonio Azzollini, ex Manifesto, ex Pdup (partito di unità proletaria), ex Verdi, ex Pci, ex Pds, ex Ppi (partito popolare italiano), ex Fi (forza Italia) e poi finalmente Pdl. Cinque volte senatore, due volte sindaco, tre volte presidente commissione bilancio del Senato.
Nessuno come lui ha segnato sorti, umori e vicende della città. Eletto per le prima volta sindaco nel 2006 mentre era già senatore, nel 2008 quando il governo Prodi cadeva e il Paese tornava alle urne, ha dato le dimissioni da primo cittadino per ricandidarsi subito dopo al senato e poi di nuovo a sindaco(visto che una legislazione bislacca permetteva a un deputato di candidarsi a sindaco e non viceversa). I molfettesi lo hanno rivotato in massa. Si è ritrovato così a essere contemporaneamente sindaco, senatore e presidente di una importantissima commissione del Senato. A quelli di Report non è sfuggita l’anomalia e ne hanno chiesto conto.
Azzollini ha risposto che a differenza degli altri sindaci che devono continuamente recarsi a Roma in cerca di fondi, lui a Roma ci vive in quanto senatore e i fondi li trova grazie al prestigioso incarico ricoperto. Per fare il sindaco basta e avanza il week end. Intanto a Molfetta arrivano un sacco di soldi, prima per risistemare le chiese del centro storico, poi per la grande opera del porto. Una distribuzione clientelare e amicale delle risorse, ha iniziato a dire qualcuno, buone per puntellare un sistema di potere sempre più granitico. Caduto Berlusconi, è stato confermato alla presidenza della commissione bilancio senato da Monti, e lo scorso febbraio è stato nuovamente rieletto senatore riottenendo la presidenza della medesima commissione anche da Letta.
Felice de Sanctis è il direttore di Quindici, la storica rivista cittadina che dal 1994, anche con un quotidiano on line, racconta fatti, personaggi e scandali senza peli sulla lingua. “I primi finanziamenti all’opera – dice de Sanctis – sono arrivati tramite un contributo statale ottenuto in un finanziamento per la città di Milano. Forse è stato un favore della Lega per ricambiare il via libera alle quote latte dato da Azzollini?” Ambiguo il ruolo anche degli altri attori in campo, secondo il direttore: “la Regione Puglia ha concesso la delega sul porto al comune anche se il Porto è regionale. All’epoca c’era Raffaele Fitto ma la revoca è tardata ad arrivare anche con Vendola.
Il Pd poi avrebbe dovuto essere più incalzante denunciando subito alla magistratura e alla Corte dei Conti il sen. Azzollini. Forse è stato messo in imbarazzo dalla presenza della Cmc, cooperativa rossa?”. Quelli di Quindici al Grande Porto non ci hanno mai creduto e hanno incominciato sin da subito a martellare con una serie di inchieste: “Il grande Porto di Molfetta è un’opera pubblica inutile e costosa – continua de Sanctis – che poteva avere un senso nel 1985 quando se ne parlò per la prima volta ma non nel 2006 quando Azzolini dette il via libera ai lavori. Con il traffico portuale in forte calo in tutta Italia e le compagnie portuali che a fronte della crisi licenziano i dipendenti avrebbe avuto più senso cercare un’altra strada tenendo magari presente che la nostra disoccupazione è di natura intellettuale e che i nostri giovani laureati lasciano la Puglia a migliaia ogni anno”.
La città ha reagito indifferente agli scandali e alle voci che si rincorrevano sul porto e quando lo scorso febbraio si è votato per le politiche, il Pdl ha retto in Puglia e a Molfetta e Azzollini, come già detto, ha riconfermato il suo scranno al senato. Sembrava tutto già scritto per le comunali di maggio scorso, con il candidato del centrodestra cittadino strafavorito su tutti gli altri. Poi è successo qualcosa. Il centrosinistra ha puntato su Paola Natalicchio: 35 anni, giornalista, blogger di successo, già redattrice di “Quindici” e poi dell’Unità, da dieci anni a Roma. Ha condotto una campagna elettorale decisamente a sinistra, aggressiva e colorata, tutta piazze e web, con le periferie sempre al centro denunciando a voce alta il malgoverno del decennio precedente. Il primo turno è andato male: 5.000 voti meno del candidato Pdl Ninnì Camporeale. A quel punto la svolta: alleandosi con l’Udc avrebbe potuto riaprire la partita. Invece no: via la calcolatrice e al ballottaggio affianco di Rifondazione Comunista che aveva meno voti dei centristi, promettendo una rivoluzione in caso di vittoria.
È finita come nessuno avrebbe mai creduto: Pdl travolto e comune riconquistato dopo 12 anni. Il giorno dopo tutti i quotidiani nazionali hanno parlato del laboratorio Molfetta. Intanto la nuova giunta si è messa al lavoro e a testa bassa fin’ora ha organizzato l’Estate molfettese con oltre 80 eventi gratuiti, varato un bando con regole chiare per l’erogazione dei contributi sociali, chiuso il traffico nel centro storico, riaperto i parchi cittadini chiusi e abbandonati e denunciato prima che scoppiasse la bufera, la situazione sul Grande Porto. Perché la cattiva politica si combatte solo con quella buona. Una piccola luce in fondo al tunnel e forse una speranza in più. Non sia mai che quel giornalista inglese avesse ragione.

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