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Sul grande schermo: al cinema racconti dalle piccole patrie della provincia italiana

La prima neve di Andrea Segre
La prima neve di Andrea Segre
di Aldo Zoppo e Dario Zanuso
Alla recente mostra del cinema di Venezia alcuni dei film italiani più interessanti sono giunti da aree geografiche marginali rispetto ai luoghi di tradizione della nostra produzione cinematografica, anche se alla fine la parte del “leone” l’ha fatta un film romanocentrico di nome e di fatto come il documentario di Gianfranco Rosi, Sacro GRA.
Ci riferiamo in particolare ad alcuni film ambientati in un’area del nostro paese, il Nordest, che vive in modo particolarmente acuto le contraddizioni della nostra epoca. Un paio di questi film sono o stanno per arrivare nelle nostre sale; l’occasione è buona per una breve segnalazione.
La prima neve, di Andrea Segre
Segre è noto ed apprezzato soprattutto come documentarista. In questa veste ha spesso affrontato le tematiche dell’immigrazione e della marginalità sociale, dando corpo e voce agli ultimi della terra. Ricordiamo in particolare Il sangue verde sulla protesta degli immigrati africani a Rosarno e Mare chiuso, sulle vittime della politica dei respingimenti (quest’ultimo diretto assieme a Stefano Liberti). È uscito da pochi giorni il suo secondo film di finzione, dopo il buon successo del precedente “Io sono Li”.

Molti sono i tratti comuni dei due film. Ancora una volta al centro del racconto vi è l’incontro tra un migrante, uno straniero, e gli abitanti di una comunità. In entrambi i casi, inoltre, la storia è profondamente radicata nel contesto di un territorio, di cui si cercano di rappresentare le sfumature più nascoste. Passiamo così dalla laguna di Chioggia alla valle trentina dei Mocheni, attorniata da vette incontaminate e ricca di pascoli e boschi, larici e abeti rossi. L’obiettivo della macchina da presa, con sguardo discreto, segue in particolare le storia di Dani e Michele. Il primo è fuggito dall’Africa, dal Togo, passando per il caos libico e vive con la figlia in una casa d’accoglienza per rifugiati, in attesa di raggiungere Parigi. Il secondo trascorre la sua adolescenza tra la famiglia dei nonni, gli amici della montagna e la madre.
Appartengono a mondi diversi, che sembrano escludere la possibilità di una qualche forma di condivisione. Eppure un tratto li accomuna: entrambi vivono il dolore inconsolabile di una grave perdita. Quella della moglie per Dani, morta di parto durante l’avventuroso viaggio in barca verso l’Italia. Michele ha invece perso il padre, un alpinista travolto dalla montagna durante un’arrampicata. L’incontro tra i due, le parole e gli sguardi che si scambiano, riesce ad aprire uno spiraglio nella barriera che entrambi hanno eretto tra la propria intimità più profonda e il mondo esterno. Sullo sfondo di questa storia lo scorrere del tempo è scandito dai ritmi lenti della vita nella valle e dai silenzi di persone abituate alla solitudine, che con poche parole dicono molte cose.
Zoran, il mio nipote scemo, di Matteo Oleotto (esce il 14 novembre)
Si cambia registro, il film ha i toni della commedia che diverte ma lascia al contempo spazio alla riflessione. A Venezia ha vinto il premio del pubblico della Settimana della critica. Il film di esordio di Oleotto, è ambientato in un piccolo paese vicino a Gorizia, in una zona del Friuli che ancora risente del trauma della divisione di un popolo fra Italia e Jugoslavia. Paolo, interpretato dal maestoso Giuseppe Battiston, è un perdigiorno gretto e meschino, vittima egli stesso di un egoismo che lo ha portato a buttare tutte le occasioni che la vita gli ha offerto.
Non gli resta, quale ultima consolazione, che il vino (il film ha una gradazione alcolica decisamente elevata). Un’inaspettata convocazione per la morte di una zia slovena gli porta in dote, in luogo dell’agognato denaro, un nipote scemo: Zoran, occhialoni da sfigato e eloquio da nerd irrecuperabile (una rivelazione l’attore sloveno RokPrašnikar), del quale dovrà farsi carico prima del definitivo affidamento ad un istituto. Se non che la scoperta di una sorprendente abilità del nipote nel tiro delle freccette, fa nascere in Paolo l’idea di sfruttarlo per far su un po’ di soldi. Le cose andranno però diversamente. A dare il giusto ritmo contribuiscono, oltre ai cori della montagna, le musiche dei romagnoli Sacri Cuori.
Piccola patria, di Alessandro Rossetto (la data di uscita non è nota)
La carrellata scorre su capannoni industriali ed aziende agricole. All’improvviso appare, dal nulla, un grandioso monumento al falso benessere, un hotel con piscine e idromassaggi dove il lusso smodato si confonde con la volgarità di chi pensa che basta avere i soldi, gli schei, per saper vivere. Anche la protagonista dell’opera prima di Rossetto, Renata, che lavora come inserviente in quell’hotel, ma che arrotonda concedendo il proprio corpo a uomini incapaci di dare e ricevere amore, ha come ossessione quella di fare soldi. Il fine giustifica il mezzo e non vi sono remore morali che tengano: organizza così un ricatto ad uno dei suoi clienti.
Più che la storia a colpire di questo film è la rappresentazione da taglio documentaristico dei luoghi, propria dell’esperienza precedente del regista. Una piccola provincia del nordest dove tutti si conoscono, vanno a messa la domenica e insieme trascorrono le serate al bar a discutere dei “negher” che oramai si sentono padroni e che non se ne può più e bisogna dargli una lezione. Miserie di un’umanità perduta in cambio di pochi schei.

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