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L'uomo e la bestia: ricominciare sempre daccapo

di Maurizio Matteuzzi, università di Bologna
Qualche giorno fa, leggo sul Fatto Quotidiano un articolo di Antonio Massari: “Così i saggi pilotavano i concorsi” (16 ottobre 2013). Vi si parla di “organizzazione criminale”. In particolare mi ha colpito un passo:

Il futuro saggio Augusto Barbera, definito negli atti “sponsor” di Pizzetti, chiede a Gambino: “Per (l’università, ndr) Europea c’è il ragazzo che m’interessa?”. “Sì”, gli risponde Gambino, “è un ragazzo molto preparato”.

Ecco, questo basta al giornalista per stracciarsi le vesti, come Anna e Caifa davanti al Sinedrio.
Faccio fatica a capire. Che cosa ha fatto Barbera? Ha semplicemente chiesto se un giovane collega ce l’aveva fatta. Che tipo di delitto è? Se Massari vuole, senza bisogno che mi faccia intercettare, gli posso testimoniare che domande del genere ne ho fatte anch’io, e non poche. Cavolo, che criminale. Ecco il punto: se i magistrati capiscono il giusto dei concorsi universitari, i giornalisti di solito non capiscono proprio un acca. Vediamo di fare un po’ di chiarezza.
Prima di tutto, un chiarimento: io non so nulla dei comportamenti dei costituzionalisti, non ho idea di cosa ci sia sotto, e non ho alcuna voglia, né elemento, né ragione, per difenderli. Se c’è stato malaffare, che emerga, perlamordidio. Ma citare con scandalo che un professore si informa su come è andato un candidato che reato sottende, quale etica trasgredisce, dove sta lo scandalo? Se un medico ti visita il figlio, che reato fai a chiedere come è andata la diagnosi?

Siamo alla malafede o alla stupidità, o a un riuscito cocktail delle due cose. Altro sarebbe una intercettazione che dica “se tu non fai passare Pippo allora io non faccio passare Paperino”. Succede, succede, ma non di questo si parla, quanto meno in riferimento a Barbera e De Vergottini (nell’articolo, s’intende, quanto vi è di altro non so).
Qui allora bisogna fare un passo indietro, e spiegare alcune cose che, per quanto ovvie, evidentemente, anche per l’assordante campagna di diffamazione di personaggi come la Gelmini e la Santanché, non vengono affatto comprese. Per cui passa, nelle menti dei disinformati, categoria assai ampia, l’idea che “concorso universitario” sia comunque sinonimo di malaffare. Intendiamoci, il malaffare c’è, come c’è sempre stato; non più di altrove, in altri concorsi, in tutta la PA; e all’Università probabilmente meno che altrove, almeno in certi settori.
Allora cominciamo dall’inizio, da una banalità che i più non capiscono, e men che meno i giornalisti, a parte forse quelli fortemente specializzati. Ed è questa: fare scuola è uno dei compiti essenziali e ineludibili del buon professore. Altrimenti avviene questo, il vecchio prof. ha fatto il suo dovere onestamente per 40 anni, poi se ne va, in meritata pensione, e tutto ricomincia daccapo; prima di tutto la ricerca. Viceversa, è dovere morale, e vantaggio economico evidente, un passaggio di consegne, un continuare la “scuola”, le linee di ricerca, i metodi, gli errori, e consegnarli a chi subentra. Cosa che i vari blocchi del tourn over, i provvedimenti dei nostri illuminati ministri, hanno praticamente reso impossibile; saltando una generazione, e interrompendo la così detta “catena della trasmissione del sapere”; come per le bestie.
Abbiamo avuto ampia prova storica di cosa voglia dire “distruggere una scuola”, durante il fascismo. La grande scuola di matematica italiana, ai vertici della ricerca mondiale all’inizio del secolo scorso, è sparita; e nel dopoguerra si è dovuto ricominciare daccapo. E vogliamo parlare della scuola di fisica, di Fermi, ecc? Idem. Purtroppo potremmo andare avanti a lungo, in una triste ipotiposi.
Ma allora? Allora è semplice: ogni “scuola” scientifica e ben fondata ha il dovere di continuare se stessa, oppure ogni volta la ricerca deve ricominciare da zero.
Che conclusioni si vogliono trarre? Giustificare il malaffare? Assolutamente no, sia chiaro. Ma è legittimo che un maestro tenti di tutelare i propri allievi, e garantire continuità al proprio sforzo scientifico. Naturalmente nei limiti dell’etica e della decenza. Altro è sponsorizzare un candidato perché sta completando una ricerca in cui ho speso 20 anni, altro favorire un cretino perché va a letto con la cugina del rettore. Possibile che la differenza sia così difficile da capire?
Sulla trasmissione del sapere i misteri orfici e numerologici dell’ANVUR, ente non terzo e di nomina ministeriale, cioè organo scelto per meriti “politici” e non “scientifici”, non aiuta di certo, trasformando i concorsi in una specie di bingo collettivo. H-index 28, contemporany index 26, numero di citazioni 77, “terno” urla qualcuno; fa venire in mente quel bravo predicatore: “Se santa sarà la vostra vita, se tanta sarà la vostra speranza, ho tanta fiducia che il novanta per cento di voi…”; e da in fondo alla chiesa un vecchietto urla: “Tombola, sig. Parroco!”.
Da mezzo secolo si tenta di “moralizzare” i concorsi “per norme”. Sorteggio prima, sorteggio dopo, elezione più sorteggio, eccetera. Possibile che non si capisca che l’etica non si può introdurre “per norme”? Lo avevano già capito sia J. Boben che N. Machiavelli. Il diritto non è né religione né morale. E ci sarà sempre il modo di aggirare la norma. Siamo leader mondiali in questo: non si dimentichi che il primo euro falso in tutta Europa è stato coniato a Napoli: la classe non è acqua, direbbe Maradona, facendo il gesto dell’ombrello. Dobbiamo farlo anche noi, per tutelare i nostri allievi?

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