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Thomas Kram: "Perché non posso aver messo la bomba alla stazione di Bologna"

di Thomas Kram
Questa dichiarazione, resa il 25 luglio 2013 alla procura di Bologna, è indirizzata anche a tutti i bolognesi. Per questo ho chiesto di pubblicarla sul sito www.ilmanifestobologna.it dell’associazione il manifesto in rete (T.K.)
Nel giugno 2008, quando dovevo essere ascoltato a Berlino come testimone dalla procura di Bologna, il procuratore che si occupava del caso dichiarò che l’indagine non era indirizzata contro di me, a meno che io non avessi ammesso di essere responsabile del massacro alla stazione. In considerazione del processo allora imminente (in Germania, n.d.t) per appartenenza alle Cellule rivoluzionarie (Revolutionäre Zellen, in sigla RZ), mi avvalsi allora del mio diritto a non rendere dichiarazioni.
Al termine dell’audizione aggiunsi che avrei reso una dichiarazione alla procura di Bologna dopo la conclusione del processo in Germania. Quando poi arrivò un secondo invito a testimoniare decisi però di non dargli seguito, perché le domande, che secondo la rogatoria avrebbero dovuto essermi poste, andavano ben al di là del motivo della mia presenza a Bologna il 2 agosto 1980, e vertevano in particolare sul mio rapporto col gruppo Carlos, una questione che non ha proprio nulla a che fare con la strage di Bologna.
Nell’estate 2011 ho appreso con grosso stupore dai giornali che la procura mi aveva iscritto al registro degli indagati. A tutt’oggi non so in base a quali nuove indagini la mia posizione giudiziaria si sia aggravata. Siccome finora non ho accesso agli atti dell’indagine, posso solo formulare ipotesi. Non posso però immaginare che la semplice circostanza di essermi trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato possa bastare per un rinvio a giudizio. Da questo punto di vista farei bene a non deporre.
Se, ciò nonostante, mi sono risolto a presentare alla procura di Bologna questa dichiarazione sul mio soggiorno in città l’1 e il 2 agosto 1980, lo si deve non a considerazioni giuridiche, ma a ragioni politiche.

Da diversi anni un piccolo gruppo attorno all’ex deputato Enzo Raisi propone ostinatamente una cosiddetta “pista palestinese”. Il suo evidente interesse è scagionare G. Fioravanti, F. Mambro e L. Ciavardini. Ma soprattutto questo gruppo vuole reinterpretare la strategia della tensione: se dovesse aver successo con la sua teoria complottistica, scagionerebbe indirettamente i veri protagonisti di questa strategia. Con il costrutto di una “pista alternativa”, Raisi & Co. vogliono riabilitare davanti alla storia quelle strutture parallele fasciste, dei servizi segreti e militari, la cui esistenza è nota dall’inizio degli anni ’90 come rete Stay-Behind degli stati aderenti alla Nato.
Con questa mia dichiarazione spero di poter contribuire all’insuccesso di tale operazione. Il 1. Agosto 1980 sono arrivato in treno dalla Germania in Italia. Scopo del viaggio era incontrare conoscenti e amici che avevo conosciuto durante il corso di lingua a Perugia l’anno precedente. Inoltre volevo visitare Firenze. La prima tappa doveva essere Milano, dove avevo un appuntamento con Elisabeth S., che avevo conosciuto a Perugia e che nel frattempo lavorava come insegnante di tedesco a Varese. Lì volevo pernottare, e proseguire il giorno successivo per Firenze e Perugia.
Durante il controllo dei viaggiatori al valico di Chiasso, agenti italiani vennero direttamente verso di me e mi intimarono di scendere dal treno. In un ufficio della polizia di frontiera sia io che il mio bagaglio fummo accuratamente perquisiti. Furono fatte copie di documenti e scritti, anche di lettere di Elisabeth S. e di Heidi. Heidi era una sua amica e da lei avevo avuto l’indirizzo di quest’ultima a Varese. Per quanto posso ricordare, gli agenti non sequestrarono nulla. Non so più se io venni anche interrogato.
La sosta durò circa da una a due ore. Ho poi proseguito per Milano col primo treno successivo. Per l’appuntamento arrivai troppo tardi. Siccome la signora S. non era raggiungibile al telefono, non potevo concordare con lei un nuovo appuntamento. Ho invece mangiato qualcosa in un caffè nei pressi della stazione, cercando di chiarirmi le idee sul controllo di polizia a Chiasso e su come proseguire il viaggio. Siccome io ero atteso a Firenze solo il 2 agosto da un conoscente, presso il quale avrei potuto pernottare, ho deciso lì per lì di fare tappa a Bologna sulla via per Firenze.
Nel corso del pomeriggio sono arrivato a Bologna e lì, incamminandomi verso il centro, ho cercato una pensione a buon prezzo. È possibile che fosse l’albergo Centrale in via della Zecca 2. Ma siccome la scelta fu assolutamente casuale, e né prima né dopo mi è accaduto di alloggiarvi ancora, non posso affermarlo con sicurezza. Dopo essermi regolarmente registrato e aver preso possesso della stanza, ho fatto un breve giro in città per poi cenare in un qualche ristorante. Sono poi rientrato in albergo. So con certezza di aver passato la sera da solo.
L’indomani mattina mi sono incamminato dall’albergo verso la stazione. Nei pressi dell’albergo ho ancora consumato una colazione. Me ne ricordo bene, perché solo grazie a questa circostanza non mi sono trovato prima alla stazione. Poi ho percorso una grossa strada, che portava alla stazione. Strada facendo mi passarono accanto molte auto della polizia e mezzi di soccorso, con luci lampeggianti e sirene. Più mi avvicinavo alla stazione, piu aumentava il caos. Mi rendevo conto che lì doveva essere successo qualcosa di terribile, senza che potessi capire cosa.
Considerando la mia esperienza con gli agenti italiani il giorno prima, volevo proprio evitare di capitare in un nuovo controllo di polizia. Perciò sono tornato indietro, ancora prima di essere arrivato nelle immediate vicinanze della stazione, e mi sono allontanato dalla zona. Non posso più dire con certezza per quale via ho infine lasciato Bologna e raggiunto Firenze. A Firenze ho poi appreso che alla stazione era esplosa una bomba, che aveva ucciso molte persone e ne aveva ferite molte di più. Al più tardi allora decisi di interrompere il viaggio e di non proseguire più per Perugia.
Non so più con esattezza fino a quando sono rimasto in Italia e per che via ho lasciato il paese. Un’amica che all’epoca abitava nel sud della Francia, mi ha raccontato anni dopo che io, pochi giorni dopo il 2 agosto, sarei comparso da lei e, piuttosto turbato, le avrei raccontato del mio soggiorno a Bologna. Già per questo escludo che il 5 agosto 1980 avrei tentato di entrare a Berlino est, come si presume venga dimostrato da documenti del Ministerium für Staatsicherheit della Rdt (in seguito MfS, noto anche come Stasi; n.d.t.). Contro questa ipotesi interviene anche la circostanza che sono stato identificato con una carta d’identità il 1.8.1980 al valico di Chiasso e con una patente di guida in albergo, non con un passaporto, che a quanto pare non avevo con me – altrimenti sarebbe spuntato fuori durante la perquisizione a Chiasso – e che invece mi sarebbe stato necessario per entrare a Berlino est.
Ma anche se io mi sbagliassi, e il 5 agosto avessi davvero tentato di entrare a Berlino est, i documenti del Mfs, così come vengono citati nella rogatoria a questo riguardo, dimostrerebbero soprattutto una cosa: che non sono stato lì, perché l’ingresso mi venne negato. L’appunto su una presunta uscita il 10 agosto con il treno al varco di Marienborn in direzione della Repubblica federale tedesca non dice affatto che io sarei in qualche modo riuscito ugualmente a arrivare a Berlino est, ma soltanto che quel giorno ho lasciato Berlino ovest per la normale via di transito.
La stessa nota del Mfs viene documentata in copia sul sito on line www.liberoreporter.it. E lì si legge un’aggiunta scritta a mano. “Bhf è stata contattata, lascia passare oggetto”, alle ore 20.03 (Bhf sta per Bahnhof, la stazione di Friedrichstraße dove si poteva passare da Berlino ovest a Berlino est. Oggetto significa qui Fahndungsobjekt, in sigla FO, ovvero nella terminologia della Stasi, persona inserita in una lista di nominativi da tenere sotto osservazione; n.d.t.). Insomma l’ingresso mi sarebbe stato in un primo momento negato, con riferimento alle particolari misure di sicurezza nel periodo delle Olimpiadi a Mosca, e ore dopo tuttavia autorizzato: una procedura che sarebbe stata così fuori dall’ordinario che io, proprio per questo, me ne ricorderei anche 30 anni dopo.
Anche per quest’ultima considerazione, resto dell’avviso di non essere stato a Berlino il 5 agosto, sebbene non possa spiegarmi come la nota sul tentato ingresso sia finita tra gli atti del Mfs. Uno scambio di persona? Lo lascerebbe pensare il fatto che su quella scheda, così come viene riprodotta sul sito www.liberoreporter.it, è stata sovrapposta la foto formato tessera di una persona che, posso affermarlo con definitiva certezza, non sono io.
Un errore? Lo lascerebbe pensare il fatto che il Mfs si sbaglia quando mi classifica come membro del gruppo Carlos, affiliazione che tuttavia lo stesso Carlos ha più volte smentito. In un’intervista del 2005 al Corriere della sera risponde alla domanda del giornalista, se io sia mai stato uno dei suoi: “Kram non è mai stato membro della nostra organizzazione”.
Che organi statali possano anche sbagliare, potrebbe già essere accaduto alla D.i.g.o.s., che pretende di aver individuato un Thomas Kram nel febbraio e nell’aprile 1980 in alberghi di Bologna e Verona, sebbene io con la migliore buona volontà non possa proprio ricordarmi di essere stato nell’uno o nell’altro luogo. In tutti gli anni trascorsi dall’attentato alla stazione di Bologna non mi è mai passato per la mente che mi si potesse mettere in relazione con la strage solo perché ho trascorso per caso la notte tra l’1 e il 2 agosto in città.
Solo alla fine di dicembre 2006, ricercando su internet, sono venuto a apprendere che in Italia, in ambienti di destra, ci sono gruppi politicamente motivati che cercano di fare proprio questo. Quando poi Andrea Colombo nel suo libro “Storia nera” mi ha proposto come “pista alternativa”, suggerendo che al momento dell’attentato operavo già in clandestinità perché, presentandomi alla magistratura tedesca nel dicembre 2006, avrei messo fine a 27 anni di fuga – una falsa illazione perché, prove alla mano, mi sono reso irreperibile solo nel 1987, vale a dire più di sette anni dopo il massacro – ho esposto i motivi di quella mia presenza a Bologna in un’intervista a il manifesto.
In sostanza vi si ritrovano le stesse affermazioni che anche adesso non posso che confermare:

  • Credo che gli organi di polizia italiani fossero informati del mio viaggio in Italia, e che il controllo a Chiasso non fu casuale, ma avvenne di proposito. Durante questo controllo sia io che il mio bagaglio siamo stati perquisiti accuratamente, senza che alcunché fosse contestato o sequestrato.
  • Presumo che in seguito le autorità statali non mi abbiano messo in relazione con la strage perché, sulla base del controllo alla frontiera, sapevano benissimo che non portavo con me nulla di quanto potesse occorrere per preparare e eseguire un tale attentato.
  • Sono assolutamente sicuro che, fino al momento in cui sono sceso dal treno a Bologna, nessuno ha potuto sapere che io avrei trascorso lì la notte dal 1. al 2 agosto1980, perché ho deciso di farlo solo dopo l’appuntamento saltato a Milano, senza parlarne proprio con nessuno.
  • Nel lasso di tempo tra il passaggio del confine a Chiasso e il mio arrivo a Firenze non ho incontrato nessuno, né avuto alcun contatto se non con impiegati delle ferrovie o degli alberghi, camerieri o tassisti, tutti a me sconosciuti.

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