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Il "Manifesto" è un soggetto importante di lotta culturale e politica. Se ripensato

Il futuro del manifesto
Il futuro del manifesto
di Valentino Parlato
Cara Norma,
la tua risposta sul manifesto dell’8 giugno all’intervista di Simonetta Fiori a Rossana Rossanda pubblicata sulla Repubblica del 7 giugno mi ha provocato rabbia e depressione. Anche per questo la mia risposta arriva tardi. Ti prego, prova a rileggere Rossana. C’è dolore e rabbia per il disastro della sinistra e anche del manifesto, ma anche affetto per i «figli uccisori». Perchè questo tuo livore? Prova a rileggere ed evitare la inutile e infondata rabbia della «verità rivoluzionaria». La verità vera richiede calma e anche un po’ di autocritica. È da un po’ di anni che dirigi questo giornale.
Possibile che non ti sia chiesta perchè una quarantina di compagni tra giornalisti e poligrafici abbia deciso di andarsene? Possibile che a ogni partenza la tua direzione non abbia chiesto almeno per una questione di forma di ritirare le dimissioni? Possibile che nessuno, tra quelli rimasti abbia sentito il bisogno di convocare una riunione, di affrontare i problemi che hanno determinato il nostro abbandono, da Rossana in giù? Non vogliamo pensare che vi auguravate la nostra partenza. Facciamo un po’ di storia.
Il giornale aveva perduto mordente e lettori già quando ancora c’eravamo tutti. Ai primi di novembre ci fu una riunione con i circoli per rilanciare il giornale e salvarlo dalla chiusura. In questi 40 anni, sai benissimo che i circoli del manifesto hanno avuto un ruolo fondamentale per la sopravvivenza del giornale, una rete preziosa di iniziative politiche e di sostegno economico. Ebbene il tuo intervento fu assolutamente negativo, ostile e di chiusura ai circoli. Sempre a novembre scrissi un lungo articolo dal titolo «Da dove ricominciare» per aprire un dibattito serio sul rilancio giornalistico e politico del manifesto.

La tua risposta, fatta lo stesso giorno – e sai benissimo che non si fa, si aspetta il giorno dopo per rispondere e polemizzare – fu «abbiamo già ricominciato». Come a dire «vai la diavolo». È così. Nessuno, ovviamente, è stato licenziato, ma molti (me compreso) sono stati messi progressivamente ai margini. E quando c’è stato il ritiro delle firme da parte di compagni storici, la tua direzione non ha fatto una piega. E non dimenticare la lotta ai pensionati – anzi prepensionati per non gravare troppo sulle finanze del giornale – addirittura diffidati dall’entrare nei locali della redazione. E non si può tacere sulla liquidazione perfino della riunione di redazione, dove una volta si discuteva, si litigava anche per la fattura quotidiana del giornale e dove ormai passava quel che tu e i redattori capo avevano in mente. Che io sappia, a nessuno è stato chiesto di tornare.
Tu, una volta, lo hai chiesto a me, ma senza proposte. Sarei dovuto tornare come pentito. Siamo in una crisi economica più grave di quella del 1929 che si abbatte come sempre sui lavoratori e sulla sinistra che è agonica. Abbiamo un governo che non può fare una politica seria di sinistra e nemmeno di destra. Una classe operaia e di lavoratori allo stremo. Qualcuno, tanti anni fa, diceva che non si trattava di uscire dalla crisi, ma dal capitalismo in crisi. In queste condizioni il manifesto «quotidiano comunista» (questa scritta ancora resta) può, deve essere un soggetto importante di lotta culturale e politica. Deve tornare ad essere un protagonista.
E, va detto, il giornale ha ottimi e impegnati collaboratori dei quali, per onestà, non puoi attribuirti il merito, poiché da anni collaborano e si impegnano per il manifesto. Un esempio per tutti: Alessandro Portelli, presente sulle pagine del manifesto dalla sua fondazione. Sarebbe invece necessario discutere del futuro del manifesto. Verificare se è possibile riprendere a dare forza alle ragioni che sono state alle origini della fondazione di questo giornale e che sono quanto mai attuali in questi anni 2000.
Questa lettera è stata pubblicata sul Manifesto il 14 giugno 2013

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