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Presidenzialismo di fatto e suicidio della democrazia parlamentare

Giorgio Napolitano
Giorgio Napolitano
di Annamaria Rivera
Quel che di più aderente alla realtà c’era da sostenere a proposito della rielezione di Giorgio Napolitano, lo hanno già scritto, e senza peli sulla lingua, Giorgio Cremaschi nel suo blog, Marco Revelli in un editoriale del manifesto e Giovanni Russo Spena in un’intervista.
Si potrebbe aggiungere qualche piccola chiosa a proposito del contesto in cui si consumano “il suicidio del Parlamento” (Russo Spena), la “cronicizzazione dello stato di eccezione”, con una “lesione gravissima del principio di rappresentanza” (Revelli) e un presidenzialismo, oltre tutto privo della legittimazione del voto dei cittadini, tanto spinto da somigliare “all’antica monarchia elettiva polacca” (Cremaschi).
Pur proponendo un’analisi lucida, severa, condivisibile, nel recente editoriale del manifesto Marco Revelli non esplicita che i sintomi della cronicizzazione dello stato di eccezione si erano palesati sin dal momento in cui il presidente Napolitano nominava senatore a vita Mario Monti, pochi giorni prima di affidargli il ruolo di presidente del Consiglio. Compiendo in tal modo, scrive Russo Spena, “un commissariamento del Paese, così come nei desiderata di Bce e Fmi”. In quei giorni Revelli – in un altro editoriale, che fu molto discusso – pur illustrando con efficacia la gravità del contesto italiano, al punto di evocare la vicenda costituzionale della Repubblica di Weimar, confessava di aver fatto il tifo per Monti e ammetteva che, se avesse potuto, sarebbe sceso in piazza, sventolando una bandierina tricolore per festeggiare la morte ufficiale del berlusconismo.

Io penso, invece, che il divenire permanente dello stato di eccezione riveli fra le altre cose proprio la vittoria oggettiva del berlusconismo. Se è vero che quest’ultimo non è solo estetica, linguaggio, stile di vita, sistema di corruzione, strategia comunicativa, ma anzitutto un sistema di potere basato sull’ideologia neoliberista del predominio del profitto e del mercato su ogni altra istanza e principio. Un sistema che sin dall’origine ha avuto e ha come corollari ed effetti il revisionismo costituzionale, la progressiva mortificazione del lavoro dipendente, l’emarginazione della classe operaia, la distruzione del welfare state, l’umiliazione della cultura e dell’istruzione, per non dire dell’affossamento di ogni progetto di uguaglianza e giustizia sociale.
In un post del 16 novembre 2011, data dell’insediamento del governo Monti, scrivevo fra l’altro: “Auguriamoci […] che l’austerità dello stile [dei bocconiani] non si tramuti presto nella solita ferocia classista verso i salariati e i non abbienti e che il governo ‘tecnico’ non acceleri la dissoluzione della società e della democrazia”. Non era chiaroveggenza, solo un po’ di lungimiranza. Non tale da spingermi a immaginare, allora, che a Napolitano sarebbe stato addirittura duplicato l’incarico, cui sarebbe seguito – come seguirà – un governo di larghe intese, ugualmente d’ispirazione presidenziale e vocazione antisociale.
Una piccola nota per concludere. La stolidità o il cinismo degli attori politici (in primis il Pd) che hanno voluto o permesso il commissariamento dell’Italia li rendono a tal punto ciechi o indifferenti che essi non vedono la catastrofe del Paese e la disperazione sociale in cui stanno piombando i cittadini comuni. Né si rendono conto di un “piccolo” dettaglio simbolico: se la temperatura morale della società è segnata dalla depressione di massa, riaffidare la prima carica dello Stato a Giorgio Napolitano è forse offrire un segnale di speranza, rassicurare che c’è un futuro cui guardare con fiducia?
Questo articolo è stato pubblicato su Micromega Online il 23 aprile 2013

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