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Melfi-val d'Agri, il benessere mancato / 1

di Gabriele Polo
Come si fa a dire dove inizia e dove finisce il Sud di un paese? Il “calcolo” è del tutto arbitrario. Nel caso italiano è relativamente geografico, perché ben più hanno pesato le coordinate storiche ed economiche: così i confini del Mezzogiorno vengono fatti coincidere con quelli del vecchio regno borbonico delle due Sicilie, dall’Abruzzo (incluso) e Lazio (escluso) in giù. Isole comprese, pur essendo stata la Sardegna terra sabauda e, quindi, teoricamente “nordista”. Ma i piemontesi si erano limitati a enunciarla nel nome del Regno, trattandolapiù o meno come colonia, di cui i sovrani “legittimi” non comprendevano nemmeno la lingua; in questo sinceramente ricambiati.
Su quel confine – non più politico ma non meno reale – dalla seconda metà dell’800 è cresciuta la questione meridionale, diventando presto uno dei principali problemi italiani. “Questione” che negli ultimi decenni del 900 – causa Lega – è passata di moda, anche a sinistra. Le attenzioni sono andate piuttosto alla novella “questione settentrionale”, che sarebbe caratterizzata dal problema opposto: un “eccesso” di sviluppo e di ricchezza anarchica dagli esiti incogniti. Nonostante questo ribaltamento di priorità, qualcuno ha continuato a occuparsi del sud, della sua situazione economica e sociale.
Tra questi pochi, brilla per costanza un istituto dal nome che sembra una frustata, Svimez, che fin dal nome vorrebbe tenere insieme due “cose” considerate separate, sviluppo e Mezzogiorno: esiste dal 1946, ha tra i fondatori Rodolfo Moranti – socialista e all’epoca ministro dell’industria. Da quell’immediato dopoguerra, Svimez ha redatto e diffuso molte analisi sullo stato del Mezzogiorno italiano, considerando la sua industrializzazione una delle chiavi decisive per lo sviluppo dell’intero paese.

Non molto ascoltato, l’istituto meridionalista ha persino elaborato degli “indicatori di depressione” per monitorare con continuità l’andamento della situazione e la distanza che separa ogni anno il sud dal nord Italia. Dal 1974 Svimez pubblica un rapporto annuale sulla situazione economica del Mezzogiorno. L’ultimo, quello del 2012, è più pessimista che mai, parla di desertificazione industriale e, in alcuni passaggi, oltrepassa la soglia della catastrofe, quando lancia l’accusa di segregazione occupazionale a proposito della condizione femminile.
In effetti i dati Svimez non inducono all’ottimismo. In cinque anni, dal 2007 al 2012, il Pil delle regioni meridionali è crollato del 10%, tornando ai livelli del 1997. I consumi sono fermi da quattro anni e inferiori di oltre tre miliardi rispetto ai valori del 2000. In termini di ricchezza pro capite, il Mezzogiorno nel 2011 vale poco più delle metà del centro-nord (57,7%) e l’andamento storico dell’Italia spezzata orizzontalmente in due dimostra che per recuperare lo svantaggio che separa il sud dal nord non sono bastati i 150 anni dell’unità nazionale, ma che di questo passo ce ne vorrebbero altri 400. Un solo esempio: il Pil medio di ogni cittadino lombardo nel 2011 è stato di 32.538 euro, quello di un campano 16.448.
Nell’ultimo quadriennio l’industria meridionale ha perso 147.000 posti di lavoro (meno 15,5%), in termini percentuali tre volte il centro nord (-5,5%). Il tasso di disoccupazione ufficiale al sud è arrivato al 13,6% (al nord è del 6,3%). Ma l’ufficialità nasconde una buona parte della realtà, perché non vengono presi in considerazione i “disoccupati impliciti”, cioè coloro che “non esercitano azioni di ricerca d’occupazione nei sei mesi precedenti la rilevazione dei dati”. Il linguaggio freddo degli statistici è la premessa per segnalare che il tasso di disoccupazione reale quasi raddoppia in tutta Italia – almeno in questo il paese è unito – ma al sud i senza lavoro sono il 25% della popolazione adulta, al nord poco più del 10%.
Numeri pesanti, che nel Mezzogiorno diventano ancor più impressionanti per giovani e donne: meno di un under 34 su due ha un lavoro, solo una donna su quattro ha un’occupazione che non sia quella domestica. Nel frattempo è ripartita l’immigrazione: nel primo decennio del XXI secolo 1.350.000 cittadini meridionali sono emigrati verso il centro nord, che però non offre certezze tali da permettere di farne la propria residenza: così niente più grandi valige di cartone e traslochi sul “treno della speranza”, il nuovo fenomeno si chiama pendolarismo di lungo raggio con 140.000 persone che nel 2011 ogni lunedì all’alba sono partiti verso nord per poi ripartire in direzione opposta il venerdì sera. Ogni settimana così.
Dalla sua nascita, nel 1993, lo stabilimento Fiat di Melfi avrebbe dovuto essere la più forte delle risposte a queste disperazioni. Senza ripetere gli errori – e orrori – delle cattedrali nel deserto originati dalla cassa del Mezzogiorno, con progetti industriali di portata effimera, uno spreco di risorse pubbliche e nessuna prospettiva di crescita, se non quella – a volte – della distruzione e dell’inquinamento del territorio.
Ma anche in Basilicata qualcosa non deve aver funzionato bene. Ci deve essere stato un che di alieno per queste terre, qualcosa che pretendeva tutto – troppo – dai ragazzi beneficiati del lavoro, sotto sotto troppo “choosy”, direbbe Elsa Fornero. Uno squilibrio tra le attese e la disponibilità da un lato e il ritorno economico e sociale – persino esistenziale – dall’altro. Qualcosa che più che con le “arretratezze medionali” aveva a che fare con il modello-Fiat, con l’industria che sembra una caserma, il manager con la testa da bersagliere. Lo si poteva capire subito, a pochi mesi dall’apertura dei cancelli, con le dimissioni di giovani da poco assunti, tanto volontarie quanto “incomprensibili” per la gerarchia di fabbrica. Poi, con il passare del tempo, tutto è diventato più esplicito e chiaro.
Il primo a dichiarare apertamente la sua diserzione dalla Fiat – trasformandola da fatto privato a evento pubblico, “politico” – è un ragazzo di ventinove ani di Rionero in Vulture. Terra di contadini diventati briganti, un secolo e passa prima, disertando la leva sabauda, quando a Torino il re aveva la corona e non una fabbrica d’automobili. Si chiama Donato Esposto, assunto il 5 aprile del 1993 con un contratto di formazione e lavoro, inquadrato come conduttore di processo all’avvio della produzione: “Il compito è garantire il miglioramento continuo nella logica della qualità totale. Significa fare di tutto: sostituire gli operai in pausa fisiologica su una linea lunga 350 metri, fare le piccole manutenzioni, guidare i carrelli che portano i pezzi. Insomma, correre tutto il giorno e passare da una mansione all’altra”.
La chiamano flessibilità produttiva, parole nuove per dire cose vecchie; in Fiat il conduttore di processo è praticamente identico al vecchio “operatore” della fabbrica fordista. La novità di Melfi, della fabbrica integrata, è un ciclo continuo, l’intensità del lavoro, la massima utilizzazione degli impianti, che le fanno conquistare presto le vette della produttività europea, seconda fabbrica del vecchio continente. Ma non è un gran primato, almeno per Donato Esposto: “Qui si lavora sei giorni di fila per tre settimane, poi ci sono tre giorni di recupero per riposi mancati. Il terzo turno inizia la domenica alle 22, poi si stacca all’alba del sabato seguente e si possono fare due settimane così, prima di fermarsi. Si dorme di giorno e si lavora di notte: non c’è altro nella vita. Quando poi si cambia turno è quasi peggio, è come un jet-lag aereo, ma lavorando su una linea di lastratura in cui la manualità e la fatica ci sono, eccome”.
Donato ci mette pochi mesi a non poterne più: “Meglio tornare a fare il precario, ma per 1.380.000 lire al mese non si può vendere tutto, non ci si può trasformare in una macchina a completa disposizione dell’azienda senza poter obiettare nulla”. Il nove dicembre del 1994 si dimette e spiega il perché. Quasi nessuno se ne accorge o ne prende nota. Eppure dieci anni dopo, proprio sugli stessi problemi e quasi con gli stessi argomenti, la “diserzione” da individuale sarà collettiva.
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