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Due semplici condizioni per chi si candida in Rivoluzione Civile

di Rudi Ghedini
Ho votato No al referendum interno di Cambiare#sipuò, e non nascondo che il risultato mi ha sorpreso. Conosco ben poco della base elettorale, non mi permetto di giudicare le motivazioni di chi è arrivato a una conclusione opposta alla mia. Ho maturato la convinzione che l’appello di Cambiare#sipuò sia stato gestito con ingenuità e dilettantismo, senza l’abilità (la sapienza, la furbizia: poco importa) che insegnano gli studiosi di scienza della politica. Ogni pratica orizzontale sconta forti limiti di rapidità ed efficacia, rispetto alle tradizionali pratiche verticali, dove pochi decidono e gli altri si limitano a eseguire. Il momento elettorale si rivela spesso rovinoso – penso al fallimento della Lista civica al Comune di Bologna – perché obbliga a strettoie rigidissime, e postula che la parola definitiva sia affidata a pochi; la democrazia è faticosa, sfiancante, ha bisogno di tempi e spazi (e risorse) che l’accelerazione elettorale tende a compromettere.
Senza soldi, senza organizzazione, senza strumenti di comunicazione di massa, serve almeno entusiasmo, e nessuno può negare che questa risorsa si sia ridotta negli ultimi giorni. Resta il fatto che il 64,7% ha risposto Sì al referendum interno, dunque ritiene giusto continuare nel confronto per la costruzione di una lista unitaria sotto il simbolo presentato da Antonio Ingroia.

Immagino che anche fra i Sì ci sia chi pensa che la scelta di candidare i leader dei 4 partiti dell’Ex Arcobaleno costituisca un errore grave, una zavorra di piombo, anziché un valore aggiunto. Avverto una diffusa delusione per come Ingroia ha affrontato questo passaggio, deludendo le aspettative di tanti che hanno chiesto un profondo rinnovamento nelle pratiche e nei nomi (ricordo l’appello sottoscritto da Gino Strada, Fiorella Mannoia, Piergiorgio Odifreddi e molti altri).
Ingroia non può non capire che certe presenze in lista sfuocano il profilo della sua proposta: alcuni di loro, fino a pochi giorni fa, riproponevano una convergenza con il Pd, e si sono impegnati a sostegno di qualche candidato nelle primarie del centrosinistra…
Spero ci siano ancora margini per recuperare chi pensa che Rivoluzione Civile sia l’ennesima occasione perduta. La formazione delle liste e la scelta delle candidature – per quanto costretta in tempi rapidissimi – può rappresentare un macigno definitivo, se non si innescano almeno un paio di meccanismi virtuosi.
Non credo a giuramenti di sangue, trovo assurdo pretendere fedeltà e gridare al tradimento quando “gli eletti” cambiano opinione. Nonostante gli scilipoti e le centinaia di cambi di casacca in soccorso del vincitore, resto testardamente convinto dell’attualità della Costituzione, quando nega il vincolo di mandato del parlamentare: l’articolo 67 della Costituzione stabilisce che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. I costituenti vollero garantire a ogni eletto una libertà vertiginosa, purtroppo a volte sprecata e insozzata da calcoli di convenienza. Fino alla deriva dei partiti personali e di una legge elettorale che toglie ogni possibilità di scelta all’elettore (le primarie sono un pannicello caldo, un modo spettacolare per risolvere problemi che i partiti non sanno più affrontare).
Oggi, un paio di condizioni è possibile chiederle, anzi pretenderle, da chi si candida in Rivoluzione Civile.
A chi risponderanno i parlamentari eventualmente eletti in questa lista?
Una sola risposta appare plausibile: devono rispondere a chi li ha candidati, cioè alle assemblee regionali di Rivoluzione Civile, che devono pronunciarsi entro la prossima settimana e che sarebbe assurdo sciogliere, il 25 febbraio.
E a chi saranno destinate le risorse finanziarie che eccedono quelle per garantire il decoroso svolgimento del mandato parlamentare?
Daccapo, l’unica risposta plausibile porta ai comitati regionali. Che, dunque, vanno costituiti subito, nelle assemblee dei primi di gennaio, identificando figure di garanzia rappresentative e operative.
Mi pare giusto chiedere a chi si candida alle elezioni del 24 e 25 febbraio di sottoscrivere un impegno politico e un atto notarile: l’impegno politico per garantire incontri periodici, pubblici e frequenti con le realtà locali di cui sono espressione; l’atto notarile, per stabilire che – per esempio – il 33% dell’indennità lorda attribuita a ogni eletto venga versata per tutta la legislatura su un conto corrente intestato a un garante di fiducia del comitato locale.
Sono risorse indispensabili per consolidare l’esperienza di Rivoluzione Civile, farne qualcosa di più di un cartello elettorale, facilitare l’attività di iniziativa politica e di comunicazione. Oserei dire che se questo non avviene, l’offerta elettorale finirebbe per contraddire, anziché favorire, il percorso di costruzione della sinistra di cui sentiamo il bisogno.

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