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Reportage dalla Palestina: le ostriche di Gengis Khan

di Handala

“Per le ostriche l’argomento più interessante deve esser
quello che tratta delle insidie del gambero,
o del coltello del palombaro che le stacca dallo scoglio”
(Giovanni Verga, Fantasticheria)

Khalid al-Sanih Daraghmah ha dei bei baffi e occhi vispi, sempre in movimento. Parla un arabo veloce, senza prendere fiato, Khalid non ha tempo da perdere. Le parole si affollano, inseguono il pensiero senza mai raggiungerlo. In inglese sa solo dire, o meglio gridare, “Why this?” e “This for me”, ma queste due frasi racchiudono quasi tutto quello che vuole comunicare: l’insensatezza di cio’ che subisce, la consapevolezza che continuera’ a resistere.
Passando da Nablus a Ramallah, a due chilometri dal villaggio di Al-Lubban, probabilmente rimarra’ inosservato un vecchio edificio, appoggiato sul declivio di una collina: e’ la casa di Khalid che, insieme ai terreni circostanti, prende il nome di Khan Al-Lubban. Su questa terra, per questa terra, si svolge una lotta quotidiana, giorno dopo giorno, senza tregua. Sulla cima di quella stessa collina svetta infatti la colonia di Ma’ale Levona, fondata nel 1983 e illegale secondo il diritto internazionale. Le circa 120 famiglie che la abitano rivendicano tutta l’area circostante, in nome delle Sacre Scritture.

Quando Khalid decise di trasferirsi stabilmente a Khan, nei primi tempi ricevette innumerevoli proposte di acquisto da parte dei coloni, sempre rifiutate. Cosi’, l’iniziale gentilezza cedette ben presto il posto alla violenza. Due erano gli stabili di proprieta’ di Khalid, ai lati della strada che porta alla colonia, entrambi risalenti al periodo ottomano e di grande valore storico. Uno di questi venne subito incendiato e reso inagibile: i segni sono visibili ancora oggi.
La strategia dei coloni e’ semplice: sottoporre costantemente Khalid ad ogni tipo di sopraffazione finche’ non abbandonera’ quel luogo che, come gli urlano in ogni occasione, “era di Abramo migliaia di anni fa”.
Khalid pero’ non cede, non vuole e non puo’ farlo, perche’ la posta in gioco e’ la sua vita di contadino, la sua stessa esistenza. “Mi possono prendere il sangue, mi possono prendere l’anima, ma non prenderanno mai la mia terra”. Khalid, lupo della steppa, non chiede nient’altro se non di vivere in pace, tutto quello che vuole e’ coltivare patate pomodori melanzane e cetrioli, e non dipendere da nessuno. La sua battaglia e’ solitaria, eppure racconta di un’altra faccia della resistenza palestinese, una resistenza personale, senza compromessi. Fino alla fine, qualunque essa sia.
I coloni arrivano armati di mazze e pistole, provano a entrare in casa. Khalid li vede e va loro incontro, urlando in arabo e inglese, “This for me, this for me”. Dopo tutto quello che ha passato, non ha paura. Ha subito pestaggi e umiliazioni un giorno si’ e l’altro pure, ha visto la sua casa distrutta, gli hanno divelto porte e finestre. Paura non ne ha. Ad aprile, dopo una di queste incursioni, per lo piu’ notturne, Khalid si e’ visto arrivare l’esercito di occupazione, che l’ha arrestato per tre mesi con l’accusa di aver attaccato dei coloni. Uno dei suoi figli, Jamal, e’ stato a sua volta picchiato e arrestato.
Il 28 agosto, 30 coloni armati attaccano nel cuore della notte la casa a Khan: per piu’ di un’ora picchiano Taghrid, la moglie di Khalid, e i suoi figli Mu’min, 13 anni, e Nour, 9 anni. Khalid prova a fare resistenza e i coloni cominciano a sparare in aria, gli lanciano pietre, l’auto di famiglia viene distrutta. La moglie e i figli piccoli, ormai stremati, riescono a barricarsi dentro la camera da letto, mentre un altro figlio, Jalaal, disperato brandisce una sbarra e tenta di difendere il resto della famiglia dai coloni, colpendone uno. Jalaal ha solo 17 anni ma viene subito arrestato, cosi’ come suo padre. I coloni, avanguardia dell’occupazione, non subiranno conseguenze. “Why this?”, chiede Khalid, “why this?”
Dopo 17 giorni di prigionia Jalaal e’ stato liberato previo pagamento di 5000 shekel (piu’ 1000 euro) raccolti dall’International Solidarity Movement, il movimento a guida palestinese impegnato a resistere contro l’Apartheid israeliano attraverso i principi e i metodi della non violenza e dell’azione diretta. L’ISM da mesi ha una presenza costante a Khan, giorno e notte, per tentare di impedire le aggressioni.
Ma gli attacchi dei coloni sono proseguiti comunque, concentrandosi sulla distruzione dei tubi e dei rubinetti d’acqua che riforniscono la casa. Nonostante tutto, Khaled non cede. Guardando i suoi campi, dice con la fretta che gli e’ solita: “Nethanyahu faccia quel che vuole, faccia qual che vuole pure Abu Mazen, loro comandano e hanno il potere, ma qui, su questa terra, il re sono io”. Si asciuga il sudore dalla fronte, ricomincia a spostare sassi, a riparare i muri danneggiati. Un’auto di coloni si ferma, ne scendono due o tre, pistola alla cintura. Khalid prende in mano un bastone e si dirige verso di loro, senza esitazione, con consapevolezza. Sa che, come ripete sempre, “Se mi ammazzano, i miei figli continueranno al posto mio”.

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