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Reportage da Burin, in Palestina: olive in fiamme


di Handala
Il 6 Novembre è stata annunciata la costruzione di 1213 unità abitative nelle colonie di Gerusalemme Est, occupata dal 1967: è stato questo il messaggio che Israele ha inviato agli Stati Uniti in vista delle elezioni presidenziali. Secondo Richard Falk, il Rapporteur per i diritti umani nei Territori occupati, oggi in Cisgiordania si contano più di 600.000 coloni: ecco il famoso processo di pace di Netanyahu e soci. Questi sono i dati. Ma i dati, di per sé, non parlano. Voglio provare a raccontare come questi numeri si traducano nella lingua viva di chi sta qui, in Palestina.
Burin è un villaggio palestinese a sud di Nablus (la città più popolosa della Cisgiordania). Da qualche settimana andiamo a raccogliere le olive da alcuni contadini. Diamo loro una mano, ma in realtà la nostra funzione principale è quella di tentare di impedire gli attacchi dei coloni e dell’esercito. Il villaggio è in una piccola vallata schiacciata tra due colline, sulle quali salgono i terrazzamenti degli ulivi. In cima ad ognuna di queste colline, una colonia e un avamposto militare: Bracha a nord, Yizhar a sud.

I contadini tentano di fare ciò che facevano i loro padri e i padri dei loro padri prima di loro: curare i loro alberi, raccoglierne i frutti verdi e neri, farne olio. Non mi viene in mente azione più innocua, persino romantica per noi cittadini urbanizzati. Se non fosse che per i coloni che vivono poco distanti quella è terra di Israele, promessa dalla Bibbia, rubata dagli Arabi, e loro dovere è riconquistarla ad ogni costo, con ogni mezzo. Né più, né meno. Il 6 Novembre, verso le 5 di pomeriggio, Bader e la sua famiglia stanno mangiando hummus, falafel e naturalmente olive: si riposano dalla giornata di lavoro appena finita. È in quel momento che, attraverso la finestra di casa, vedono del fumo salire dal loro campo, su una delle due colline di Burin. Corrono sul posto, a qualche centinaio di metri da dove vivono: terra bruciata. I coloni sono scesi e hanno incendiato gli ulivi. Ad ogni costo, con ogni mezzo.
Ghassan ha 23 anni, occhio sveglio, volto di un’intelligenza senza speranza. La prima volta che lo vedo, qualche giorno fa, mi viene incontro a dorso di mulo, cappellino da baseball, maglia del Che, parlando al cellulare con un altro contadino a proposito del solito attacco di coloni. La vera contraddizione, in Palestina, è parlare di contraddizioni. Ghassan, come molti suoi coetanei, è già stato in carcere: aveva a 21 anni. Dodici mesi dietro alle sbarre di cui molti, troppi, in isolamento. Mi racconta dell’ultima sopraffazione: l’esercito di occupazione è entrato nella scuola elementare di Burin, ha lanciato lacrmogeni all’interno, i bambini hanno risposto con una raffica di sassi.
Molti pensano che i coloni siano estremisti folli, cani sciolti, che il loro governo tenti piuttosto di tenerli a bada, facendo il possibile per la soluzione cosiddetta “Due popoli due Stati”. Davanti a questa affermazione ai contadini viene da ridere per non piangere, perché nei fatti i coloni sono l’avanguardia dell’esercito israeliano, aprono la strada. Fanno terra bruciata, per annetterla al glorioso Stato ebraico.
In un villaggio poco distante da Burin, ‘Asira al Qibliya. Il copione è simile: avamposto militare in cima alla collina, case dei coloni poco distanti; ma in questo villaggio si sono messi avanti col lavoro: hanno già incendiato gli ulivi intorno, la collina è spoglia, inutilizzata e chiusa agli abitanti. Gli ulivi rimasti sono più in basso: Asira, come un sol corpo, si frappone tra artigli rapaci e quella che è la sua principale fonte di sostentamento. A Maggio di quest’anno ci sono stati scontri più violenti del solito, un ragazzo palestinese è stato colpito al collo da un colono armato di fucile. Come è evidente dal filmato pubblicato sopra, i soldati stanno a guardare.
Qualche giorno fa il non-presidente del non-Stato palestinese Abu Mazen ha affermato  che è tempo di rinunciare al diritto al ritorno per i rifugiati. Secondo la risoluzione 194 delle Nazioni Unite, tutti profughi della Nakba hanno diritto a tornare nelle loro case. Nel 1948-49, infatti, più di 800.000 persone fuggirono dalla loro terra in quello che ora è lo Stato sionista, scappando per paura o più spesso costrette con la forza, convinte di potere ritornare nel giro di qualche giorno. I loro villaggi furono distrutti, ma a 64 anni di distanza molti hanno ancora le chiavi, pesanti e arrugginite, delle loro abitazioni, vecchie case oggi seppellite da fabbriche, hotel, appartamenti, parchi naturali. La memoria storica è cancellata, ma non la loro.
Basta andare in un campo profughi per capire cosa ne pensano i rifugiati delle uscite infelici del loro non-presidente. In quei campi profughi dove l’esercito entra una notte sì e un’altra pure (conviene non farti trovare in giro a mezzanotte), entra e spara lacrimogeni o arresta qualcuno, per ricordare chi è che comanda. Repressione e terrore: sono convinti che funzioni.
Balata, il più grande campo profughi della West Bank, durante la Seconda Intifada è stato massacrato, e ancora oggi ne porta le cicatrici, sotto forma di fori di proiettile sulle pareti delle abitazioni. Fu chiuso per settimane, coprifuoco totale, impossibile uscire. Immaginate cosa significhi non solo dover vivere all’interno di un chilometro quadrato in più di 30.000 persone (non ci sono refusi), ma anche non poter uscire di casa, attendere solo che l’esercito entri e ammazzi o arresti qualcuno. Nel campo di Askar, poco distante da Balata, l’Israeli Defence Force gettò, nel marzo del 2002, un missile, a casaccio. Uccise cinque persone e ne ferì decine. Ma per il coprifuoco imposto impedì l’arrivo di ambulanze così come il trasporto dei cadaveri fuori dal campo. Si dovette contrattare l’ingresso della Mezza Luna Rossa in cambio dell’arresto di ricercati (secondo Israele) che vivevano nel campo.
Potrei prolungare la lista di tragedie all’infinito, potrei parlare del muro, dei checkpoint, della Nakba che non è mai finita così come continua ogni giorno la demolizione quotidiana di case. Ma prima di tutto, credo sia giusto ricordare che i Palestinesi sono ben consapevoli della loro condizione, comprendono che nulla è migliorato nonostante tutte le strade intraprese, dalla lotta armata alla diplomazia. Però, a dispetto del pessimismo dell’intelligenza, è in loro radicato e inestricabile il gramsciano ottimismo della volontà. E questo perché in gioco è la loro stessa sopravvivenza: come è scritto su tutti i muri, “To exist is to resist”. Penso che qui come in nessun altro luogo, per i Palestinesi come per nessun altro, sia proprio vero. Né più, né meno.

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