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Pessima Ikea: proseguono le mobilitazioni dei lavoratori. "Gli abusi sono la norma"

di Angelica Erta
Non si fermano le mobilitazioni per i lavoratori Ikea di Piacenza, dipendenti o forse sarebbe meglio dire ‘servizi’, appaltati alle cooperative di facchinaggio dal polo piacentino. Dopo i provvedimenti disciplinari ai lavoratori più esposti, le cariche della polizia ai sit-in e la ritorsione dell’azienda che ha minacciato di lasciare a casa 107 lavoratori – la prospettiva era stata resa nota nei giorni scorsi dal consorzio di cooperative Cgs – si sono moltiplicate in tutta Italia le azioni di solidarietà.
Nei giorni scorsi a Bologna, Milano, Padova, Firenze e Napoli, poi a Torino, attivisti e lavoratori si sono schierati a fianco dei colleghi non più disponibili ad accettare condizioni di lavoro al ribasso. Con la decisione ventilata dalla multinazionale di attuare una parziale riduzione dei volumi sul polo logistico piacentino, dicono dalla sede di Casalecchio, “l’Ikea ha mostrato il suo vero volto, il riposizionamento del flusso di merci per i blocchi degli ultimi giorni è fra gli strumenti classici di un capitalismo padronale che acuisce i toni del comando e dell’imposizione”. E non a caso le minacce di licenziamento colpiscono soprattutto gli aderenti al sindacato Si Cobas.
All’Ikea il management rifiuta le accuse, bollando come infondate le prospettive di licenziamento: lo spostamento dei volumi di merci sarebbe una misura temporanea per far fronte all’impossibilità di accesso e di uscita dei mezzi di trasporto. Sta di fatto che pur senza la minaccia di licenziamenti immediati le ragioni della protesta restano intatte, si espandono a macchia d’olio in tutta Italia, dove sembra che la vertenza abbia innescato una spirale crescente di mobilitazione. “Molte cooperative sono diventate ricettacoli di sfruttamento al servizio dei grandi marchi” esordisce Nicoletta Frabboni, dei Cobas Bologna.

Nel parcheggio di Casalecchio, a manifestare la loro solidarietà per i colleghi piacentini, troviamo lavoratori della coop bolognese di movimentazione merci, Handling Solutions. Come i dipendenti del consorzio CGS i lavoratori della Handling Solutions sono per la stragrande maggioranza immigrati. Il mancato rispetto del contratto di lavoro è la normalità, gli abusi sono la norma in un sistema per cui il termine paraschiavistico rischia di avvicinarsi sempre più alla realtà. “Su un totale di 220 ore lavorate – dicono i lavoratori del consorzio Geodis Zust Ambrosetti di Calderara – in busta paga ne figurano 85-90 di media, a volte anche meno, il resto ci viene pagato come trasferte, così l’azienda non ci versa i contributi.
Non esistono straordinari, festivi o turni notturni, tutto è pagato allo stesso modo, a forfait, con una busta paga costruita a discrezione del padrone”. Per i lavoratori stranieri il ricatto è doppio, la contrazione delle ore lavorate si ripercuote anche sulle difficoltà per il rinnovo del permesso di soggiorno, con un reddito al limite o insufficiente per l’intero nucleo familiare. Normalità sono pure le trattenute di una cinquantina di euro al mese per danneggiamento inesistente ai bancali, solo uno strumento per abbassare ulteriormente i costi. La deregulation è totale in questo sistema dove si arriva a fare turni di 10-11 ore.
“Il mercato del lavoro – insiste la Frabboni – si sta costruendo per scatole cinesi, per cui l’immagine dei grandi brand resta impeccabile mentre il lavoro sporco lo fanno altri. In questa corsa al massimo ribasso le aziende moltiplicano i profitti, delocalizzando in casa nelle sacche di lavoro malpagato”. Intanto si difendono all’Ikea, loro acquistano servizi, ma ormai queste parole risultano eufemismi insopportabili. “Tnt, Sda, Handling Solutions, Sifte Berti – continua la Frabboni – sono fra le grandi multinazionali di logistica che ricevono commesse e appaltano a loro volta ai consorzi presenti sul territorio. In regione ci sono stati casi di fallimenti pilotati, cooperative sociali chiuse dopo 3-4 anni al solo scopo di abbattere ulteriormente i costi. Il capitale sociale sparisce, per cui i lavoratori non vedono più una lira delle quote trattenute e scontano la riassunzione nella nuova coop con i salari decurtati”.
Che il sistema Ikea stia diventando la norma, conosciuta e sottaciuta, con la competitività su scala globale pagata esclusivamente dai lavoratori? Intanto la protesta per migliori condizioni di lavoro va avanti, dalle sedi dei megastore Ikea fino al web per coinvolgere i cittadini-consumatori. All’entrata del parcheggio di Casalecchio siamo avvisati da un cartellone: “Voi montate i mobili, loro smontano i diritti #pessima Ikea”, mentre i blitz si moltiplicano sulla rete. Sul “manifesto del cambiamento Ikea”, nelle cellette dell’alveare colorato pensato dalla multinazionale svedese per incontrare i gusti dei potenziali clienti, non si affollano più apprezzamenti sui prodotti, ma prese di distanza dalla politica antisindacale dell’azienda.
“Da oggi vi boicotto, o trattate bene i lavoratori oppure vi scordate i miei soldi”. All’entrata della sede bolognese nel giro di 2 ore i 600 volantini sono andati esauriti. “L’Ikea utilizza cooperative che sfruttano i lavoratori, consegna il coupon alle casse” è l’altro manifesto del cambiamento, quello chiesto a gran voce dai lavoratori.

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