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Il futuro del Manifesto: uno sforzo "dal centro"?

di Luigi Piccioni, Pisa
Eccomi: leggo tutti i giorni il Manifesto da quando ero in quarta ginnasio, quarant’anni fa; credo di esservi abbonato ininterrottamente da almeno trent’anni; mi sono svenato tutte le volte (tutte!) che ha chiesto soldi; l’ultima volta, dopo l’amministrazione controllata, ho messo su una cena con cui abbiamo tirato su 2 mila euro coi quali abbiamo regalato tredici abbonamenti.
Leggerlo è un po’ un fatto affettivo, come stare con una persona cara che ti accompagna da una vita, ma è soprattutto un’esigenza cruciale: anch’io formo ormai le mie opinioni copiando e incollando mentalmente i pezzi più significativi di sei-sette giornali on-line di quattro paesi diversi, ma pur con tutti i suoi limiti e le sue carenze il Manifesto è la coerente cornice mattutina che mi è indispensabile per dare ordine al mondo. Senza questa cornice tutto sarebbe infinitamente più difficile e opaco. Ecco perché, per me personalmente, è essenziale che viva.
E, credo, non solo per me personalmente. Ritengo infatti che ci sia un cruciale bisogno di sinistra, tanto più quanto la sinistra è debole, poco rappresentata, frammentata, depressa, confusa. Cos’è, però, una sinistra senza informazione, senza formazione, senza progetti editoriali, senza strumenti di comunicazione?

Il web è strategico, individualmente e collettivamente – lo sappiamo benissimo – ma non può bastare, non costruisce progetto, non costruisce formazione duratura. Costruisce più spesso vampate episodiche oppure mostri politici alla Grillo (“and the people bowed and prayed / to the neon god they made”, cantava fin troppo profeticamente Paul Simon ormai cinquant’anni fa).
Ora non voglio rivangare, recriminare. Assolutamente. Non è il caso, non è il momento, non è neanche giusto: bisogna guardare avanti. Se vogliamo allora continuare a far vivere questo progetto e questa speranza che è il Manifesto senza fargli fare la triste fine di “Liberation” mi pare servano sia uno sforzo dal basso, sia una presa in carico dal centro: cioè delle indicazioni sul che fare, uno sforzo organizzativo. Che finora è sempre mancato, e ho l’impressione non solo per debolezza ma prima per diffidenza e oggi, se non capisco male, per calcoli diversi.
Mi pare insomma che redazione e direzione dovrebbero finalmente – se possibile – cercare di “dirigere il traffico”, cioè andare oltre l’unica, eterna indicazione di rastrellare quattrini offrendo al contrario strumenti per costruire una rete di base ampia, radicata nelle città, nei luoghi di lavoro, nei movimenti, perché l’ultima voce collettiva importante della sinistra rimanga in piedi e fruttifichi ancora e a lungo. Non un movimento politico, intendo, ma un progetto informativo reticolare (quante volte negli ultimi vent’anni, sempre inascoltato, Pietro Ingrao ci ha invitato a fare proprio questo?).
In quel che rimane del popolo di sinistra con tutta probabilità le forze ci sono, ma se non le si cerca e non le si stimola non verranno certo fuori o lo faranno in modo sempre episodico e insufficiente. E frustrato, aggiungo.
Chiedo troppo? Forse, ma io su questa base ci starei ancora e sempre ma soprattutto questa a me sembra l’unica strada che politicamente abbia un senso. Se l’idea è invece quella di trovare un “mecenate” e continuare a gestire l’ordinario magari con qualche fastidioso condizionamento in più, sarà difficile – se non impossibile – chiedere nuovamente soldi e fiammate di passione ai lettori e ai sostenitori. E a quel punto sarà davvero la fine di una storia.

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