Skip to content

La Coop sei tu anche e soprattutto quando i lavoratori si vedono negare i loro diritti

Sciopero Coop Renodi Stefania Pisani, Filcams Cgil Bologna
Pongo alla vostra attenzione quello che sta succedendo nel mondo della cooperazione di consumo del territorio e nello specifico in Coop Reno, che opera principalmente nella provincia bolognese. Quanto al metodo adottato dalla dirigenza, in aperta controtendenza rispetto al valore primo che caratterizza da sempre il mondo cooperativo, si decide sui diritti dei lavoratori non “operando insieme” ma decidendo in via unilaterale.
Al pari di quanto si sta registrando con le aziende private che operano nella grande distribuzione (i cosiddetti “padroni”), la dirigenza di Coop Reno, nonostante i tentativi sindacali esperiti in questi due mesi, ha deciso dal 1 novembre, in via unilaterale di eliminare il contratto integrativo aziendale a più di 600 lavoratori e sostituirlo con un regolamento interno assolutamente discrezionale e in alcun modo condiviso con i sindacati maggiormente rappresentativi in azienda. L’unico “margine di spazio” lasciato al sindacato è quello di accettare quanto la dirigenza ha disposto.
Relativamente al merito, nonostante i bilanci aziendali non evidenzino dati allarmanti, l’azienda ritiene di dover fare efficienza per poter reggere l’acme della crisi che ci sarà nel 2013 e decide di farlo:

  • affrontando un problema di natura temporanea come la crisi mediante l’eliminazione definitiva dei diritti dei lavoratori sanciti nel contratto integrativo aziendale dalla nascita della cooperativa stessa (1988);
  • obbligando i lavoratori ad effettuare d’ora in poi 3 ore settimanali in più, pari a 144 ore annue, a parità di stipendio, quindi a gratis
    conseguentemente riducendo la retribuzione annua di un importo pari a 3000 euro in media ad ogni lavoratore (tra contributi e stipendio).

Lo slogan che la dirigenza ci ha proposto è il seguente: FARE EFFICIENZA PER FARE SVILUPPO, posto che alcun piano di sviluppo aziendale è mai stato presentato ai tavoli di discussione, sono a sottolineare che l’efficienza si è deciso di farla esclusivamente su un bacino di lavoratori che (da quanto ci riferisce l’azienda durante gli incontri) sempre in numero crescente ha lo stipendio bloccato per un quinto.
Ci dicono che il contratto integrativo aziendale, nella sua struttura cardine vede la nascita oltre 25 anni orsono e dunque non è più ideoneo ad affrontare situazioni di mercato come quelle odierne; questa è una verità apparente e non solo perché questo impianto è stato confermato, con opportune modifiche nel 2007 anno dell’ultimo rinnovo del contratto.
Nel mondo di 25 anni fa, sindacati e dirigenza delle cooperative, attorno ai tavoli di confronto condividevano lo stesso valore politico: lavorare tutti un po meno per lavorare tutti; unico problema era quello di trovare una declinazione normativa economicamente sostenibile per l’impresa. Dietro al valore politico di cui sopra si nascondeva un’idea di sviluppo economico territoriale che partiva dal presupposto che per rendere economicamente autonome le comunità era necessaria una distribuzione allargata della ricchezza. Questo del resto il modello di sviluppo che ha fatto economicamente grande il nostro territorio regionale. È senz’altro vero che il mondo di oggi è profondamente diverso rispetto al mondo di venticinque anni fa, ma siamo sicuri che che il valore della distribuzione allargata della ricchezza sia un valore non congeniale al superamento della crisi che stiamo attraversando?
Siamo sicuri che il valore dell’oggi debba essere “lavorare tutti un po’ di più a gratis per mandare a casa i contratti a termine?” perché questo è uno dei grossi rischi che si sta correndo. A tal proposito sarebbe bene far cadere da subito il velo di ipocrisia che porterà a dire “poverini… sono rimasti a casa perché si è in crisi…” assolutamente no! Verranno lasciati a casa perché viene chiesto agli altri di lavorare delle ore in più a gratis.
Sempre nel mondo di venticinque anni fa una parte della ricchezza prodotta dalla cooperativa andava redistribuita tra i lavoratori che avevano contribuito a crearla senza distinzione di ruoli, non gli basta più il fatto che ora la distinzione di ruoli nella distribuzione ci sia, ma viene chiesto di collegarla all’effettiva presenza del lavoratore in azienda perché altrimenti… non si incentiva i lavoratori alla produttività.
Questo meccanismo rischia di mettere in forse diversi diritti costituzionali come quello alla salute e vi faccio un esempio per farmi comprendere: supponiamo che dopo 20 anni di lavoro a sollevare pesi la schiena mi si rompe (questo è uno dei problemi maggiormente diffusi tra i lavoratori della grande distribuzione), adottando questo criterio mi si dice che fino a quando sono integro e quindi sono presente in azienda non ci sono problemi ma quando sono “rotto” (e bada bene per ragioni di lavoro!) allora vengo ulteriormente penalizzato perché nei miei giorni di assenza non percepisco il salario variabile.
Quanto sopra per sottolineare come la manovra che si sta principiando con la coopwrativa più piccola del’area bolognese e che potrebbe estendersi alle altre (stanno testando la reazione sindacale ma anche pubblica!) nasconda un pericolo grandissimo: l’annullamento dei valori cooperativi, mutualistici e solidaristici che non solo sono stati alla base dello sviluppo economico dei nostri territori ma che, come autorevoli studiosi sostengono, potrebbero essere la chiave di volta della crisi che stiamo attraversando.
Nella piena consapevolezza che in periodo di crisi sono necessari interventi di recupero di efficienza sui quali siamo disposti a discutere con l’azienda al fine di trovare soluzioni condivise, siamo a contestarne non solo la modalità adottata che si sostanzia nel presupposto che i lavoratori e le loro rappresentanze non hanno voce in capitolo, salvo accettare acriticamente ciò che l’azienda dispone, ma, come vi ho specificato sopra, anche il merito delle soluzioni avanzate.
Il 31 ottobre 2012 i lavoratori di Coop Reno, per le ragioni di cui sopra, hanno aderito in massa allo sciopero proclamato con dei risultati eclatanti quasi l’80% di adesione:

  • su 25 punti vendita ne sono stati mantenuti completamente chiusi al pubblico 12;
  • altri 10 sono riusciti a garantire l’apertura solo nella mattinata (con diversi reparti di freschi chiusi) ma sono stati obbligati alla chiusura pomeridiana;
  • solo per 3 si è riusciti a garantire l’apertura per l’intera giornata.

In diversi punti vendita il funzionamento dei reparti dei freschi si è riuscita a garantire solo con l’impiego del personale normalmente addetto agli uffici dei punti vendita. Anche il volantinaggio, con relativa condivisione con la clientela, registra notevole sensibilità dei soci consumatori e dei clienti che dalle prime ore di apertura dei punti vendita ha avuto modo di parlare direttamente con i lavoratori di Coop Reno che illustravano le ragioni della protesta; molti soci consumatori e clienti hanno deciso di non effettuare la spesa in segno di solidarietà.

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.