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Bologna, il caso La Perla: "Se va avanti così entro otto mesi si chiude"

di Angelica Erta
Sempre più grave la crisi della Perla, noto marchio dell’intimo made in Italy che si trova a Bologna. A oggi sono 250 i lavoratori in cassa integrazione straordinaria fino al gennaio 2013. Lunedì prossimo, 8 ottobre, è fissato l’incontro fra i sindacati e la proprietà per deciderne le sorti e, dato il clima in azienda, Giacomo Stagni, della Filctem-Cgil arriverà al tavolo con il pessimismo della ragione. “Temiamo richieste di messa in mobilità ben più consistenti dell’attuale cassa integrazione, ma non ci arrenderemo e riprenderemo le mobilitazioni”.
E poi, quasi paradossalmente, afferma: “Cerchiamo un imprenditore. Di fronte alla mancanza di investimenti di questi ultimi anni meglio cambiare ‘padrone’. Siamo in un limbo drammatico, se va aventi così fra 6-8 mesi si chiude”. Una lenta agonia addebitata da Stagni alla non-gestione del settore commerciale: in 4 anni si sono succeduti 3 amministratori delegati con indirizzi diversi. E prosegue il sindacalista: “Oggi stiamo lavorando con i campionari per le collezioni autunno-inverno 2013, serve continuità e una politica di rilancio vera. Oltre l’intelligenza di intercettare i nuovi mercati: Asia, Russia e Medio Oriente”.
Un’odissea senza lieto fine, quella della Perla, che ha visto un’accelerazione nel 2007, anno in cui la storica azienda della famiglia Masotti è stata ceduta al fondo statunitense JH Partners. Fra il 2007 e il 2011 il fatturato è sceso dai 170 a 113 milioni e i dati del 2012 non sono stati ancora resi noti. Si rammarica Stagni: “Inutile nascondersi, quando l’azienda è stata rilevata perdeva già 10 mln di euro e aveva subito un ridimensionamento notevole rispetto agli anni d’oro, ma il piano industriale sulla carta parlava chiaro. Riorganizzazione della produzione e razionalizzazione del personale a fronte di investimenti. Ma il rilancio non è mai arrivato e di soli tagli si muore”.

Il primo accordo, firmato con la JH Partners il 14 gennaio 2009, prevedeva la cassa integrazione straordinaria per 220 dipendenti, prorogata di altri due anni nel 2011 per 300 lavoratori. Ai tagli dei rami improduttivi – negli ultimi anni della gestione Masotti c’era stata “un’espansione sbagliata” verso il prêt-à-porter nell’abbigliamento – doveva rispondere lo stabilimento bolognese con il lancio di due linee di intimo. A questi capi è mancata la rete di vendita sui cui far vincere i dettagli di moda, la qualità delle lavorazioni e la creatività. Ammette ancora in sindacalista della Filctem-Cgil: “Tra il 2007 e oggi c’è stata la tempesta della crisi ma i settori della moda e del lusso sono stati quelli che hanno resistito meglio, e spesso in controtendenza, hanno aumentato i fatturati. La Perla, al contrario, è rimasta ferma, aggrappata all’Italia e in Europa dove la metà dei negozi multimarca stanno chiudendo”.
La ripresa sta nei mercati emergenti, asiatici e russi, in cui si acquistano prodotti di qualità, indipendentemente dal prezzo, stregati dal tessuto, dalla linea o desiderio di un marchio che ha ancora un forte appeal. A marzo, al tavolo cui ha partecipato anche la Regione la proprietà si è di nuovo impegnata ad investire in questi Paesi, promettendo l’apertura di 12 punti vendita. 2-3 quelli effettivamente aperti a fronte di una decina di negozi chiusi in Italia negli ultimi 2 anni. A questo proposito sbotta Stagni: “È evidente che conquistare un mercato non ha nulla a che vedere con l’apertura di qualche negozio a raglio. L’accesso al credito bancario per l’azienda è bloccato e allora che investano soldi propri”.
Delle 250 casse integrate moltissime sono donne, donne che hanno dato la vita nello stabilimento e ora si ritrovano a 45-50 anni con il rischio di restare a casa e la prospettiva difficilissima di un rientro nel mercato del lavoro. “E poi oggi, a differenza del passato”, conclude Stagni, “con la riforma Fornero si chiudono tutti gli sbocchi per un passaggio dalla mobilità alla pensione”.

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