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La Taz, un modello «tedesco» per il manifesto

Il contributo di Guido Ambrosino, corrispondente da Berlino, sul futuro del giornale. Con una proposta: fare una cooperativa di lettori-editori sul modello della Tageszeitung di Berlino.

Cari amici circolisti, qualche riga su un possibile futuro per il nostro manifesto. Come scrive Matteo Bartocci,  «presto o tardi la testata sarà in vendita. Si potrebbe organizzare  una nuova proprietà collettiva». Certo, si potrebbe, e a conferma vi ripropongo – lo faccio da anni – un modello «realmente esistente», quello della Tageszeitung di Berlino, più familiarmente Taz. Il  quotidiano postsessantottino tedesco è interamente posseduto da una  cooperativa di lettori-editori, che ne affida la gestione a una società di giornalisti e tecnici, pienamente autonoma nelle sue scelte redazionali.

Il giornale nacque nel 1979, prendendo a modello Lotta continua  (dove i primi redattori fecero uno stage per imparare il mestiere) – e un po’ anche il manifesto –  grazie a una raccolta di fondi tra i potenziali  lettori. Nel 1992, quando si rese di non poter più andare avanti senza una più solida base finanziaria, il collettivo redazionale cedette la proprietà alla taz Genossenschaft, una cooperativa dei lettori che, oltre a restare consumatori di carta stampata, diventavano anche  produttori-editori del loro giornale.

Di fronte a questo ibrido tra cooperativa di produzione e cooperativa di consumo, la lega delle cooperative tedesche si mostrò all’inizio perplessa, ma si lasciò convincere. Nel 1992la Genossenschaft(da Genosse, compagno) contava 2.922 soci. Ora ne conta 11.833, che nell’arco di dieci anni hanno versato un capitale di oltre 10 milioni di euro, sottoscritto in quote da 500 euro ciascuna. Ogni socio può possedere più quote, fino a venti, ma resta titolare di un solo voto all’assemblea. Le quote si possono acquistare anche in 20 rate mensili di 25 euro. Adesso un socio possiede in media circa due quote.

Lo statuto garantisce autonomia al collettivo di produzione – con un unico livello salariale tra tecnici e giornalisti – anche nella scelta della direzione. In passato, quando proponevo questo modello a Roma, mi si rispondeva che era incompatibile con la legge per i contribuiti all’editoria, che prevedeva solo «cooperative di giornalisti» come proprietarie della testata. Quella legge è stata riscritta innumerevoli volte. Non si potrebbe cambiarla ancora su questo punto «tecnico»?

Nel 1994 il manifesto ha già sperimentato un modello di partecipazione dei lettori, cedendo a 6000 sottoscrittori di un’apposita società per azioni il 22% della testata. Resta ancora il 78%, ora nelle mani dei «liquidatori». Io proporrei di rivitalizzare la vecchia Spa, trasformandola in cooperativa di produzione e di consumo editoriale. E con questo nuovo soggetto lanciare una raccolta di fondi in grado di presentare ai «liquidatori» un’offerta economicamente convincente per il rimanente 78% della testata.

Castelli in aria?  In Italia si parla e si straparla, spesso a sproposito, di «modelli tedeschi», che si tratti dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori o di una legge elettorale proporzionale. Sembra che «modello tedesco» sia sinonimo di fattibilità e efficienza. Perché una volta tanto, invece di fissarci su Merkel e sulla Bundesbank, non ci scegliamo un modello dall’«altra» Germania? Un giornale autogestito da una comunità di lettori-editori si può fare, Germania docet.La Tazvende 55mila copie, con 10mila copie diffuse in edicola e 45mila abbonati.

Guido Ambrosino, Berlino

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