Turismo e lavoro nero, il 64% è fuori regola

di Ivan Cimmarusti e Sara Monaci /
26 Agosto 2026 /

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I carabinieri contro 785 aziende turistiche. In 486 trovano il lavoro fuori regola. Ristoranti, bar, hotel e resort. Ma anche villaggi turistici, campeggi, stabilimenti balneari, piscine e parchi acquatici. 

Fra giugno e luglio, la campagna della Tutela lavoro fa emergere 751 posizioni irregolari su 3.825 lavoratori, porta alla sospensione di 157 attività e alla denuncia di 423 persone all’Autorità giudiziaria. Il conto economico è di 3,5 milioni di euro fra sanzioni e ammende. Il dato è pesante. 

E il suo perimetro va definito: non si tratta di un campione casuale. Le 785 aziende sono state individuate attraverso indici di anomalia sviluppati mediante l’analisi delle banche dati. I controlli si sono dunque concentrati sulle attività che presentavano segnali di rischio. «L’esito della campagna straordinaria conferma la persistenza di fenomeni di lavoro sommerso, utilizzo irregolare della manodopera e inosservanza della normativa prevenzionistica nel comparto turistico-alberghiero», commentano i carabinieri della Tutela lavoro, al comando del generale Antonio Bandiera. 

Per il comando, il bilancio dimostra l’importanza dei controlli sul territorio e la necessità di interventi mirati nei periodi di maggiore affluenza, per garantire condizioni sicure, regolari e rispettose della dignità dei lavoratori. «I risultati confermano la necessità di mantenere elevato il livello di vigilanza nel comparto turistico-alberghiero, soprattutto durante la stagione estiva». 

Complessivamente sono state sospese 157 attività: 88 per l’impiego di lavoratori in nero, 50 per gravi violazioni delle norme sulla sicurezza e 19 per la contestuale presenza di entrambe le fattispecie. Lavoro nero e minori Il cuore degli accertamenti è la gestione della forza lavoro. I carabinieri hanno rilevato 553 casi di lavoro irregolare e 198 lavoratori completamente “in nero”. 

Nel medesimo quadro figurano 167 lavoratori extracomunitari con posizioni non conformi. Quasi duecento persone erano impiegate senza alcuna copertura contrattuale o previdenziale. Da sole rappresentano oltre il 26% delle 751 posizioni lavorative irregolari. Il sommerso non colpisce soltanto chi lavora senza tutele. Altera il mercato. Chi abbatte artificialmente il costo della manodopera può allargare i propri margini e competere in condizioni di vantaggio rispetto alle imprese che rispettano le regole. Il risultato è un circuito che penalizza gli operatori regolari e, insieme, impoverisce la qualità dell’occupazione. 

Fuori dalle regole finiscono anche i minori. In questa campagna ne sono stati individuati 26, impiegati in violazione della normativa che li tutela. È un fronte sul quale i militari dell’Arma mantengono alta l’attenzione. Nel corso del 2025, estendendo lo sguardo alle attività di vigilanza condotte in tutti i settori contro il lavoro minorile irregolare, 217 dei 517 minori controllati risultavano occupati in violazione delle norme. 

Circa il 42 per cento. La sicurezza violata Un contratto, da solo, non mette il lavoro al sicuro. Molte delle aziende turistiche ispezionate non hanno rispettato gli obblighi sulla formazione dei dipendenti, sulla sorveglianza sanitaria o sulla predisposizione del Documento di valutazione dei rischi. 

Anche quando il rapporto è formalmente regolare, l’inosservanza delle norme di prevenzione espone i lavoratori a rischi significativi e costituisce una grave violazione degli obblighi del datore di lavoro. Le ispezioni hanno portato alla contestazione di 395 violazioni del decreto legislativo 81 del 2008. 

Per ciascuna è stata impartita una prescrizione diretta a ripristinare le condizioni di sicurezza previste dalla legge. Il cottimo dietro le camere Al dato dei carabinieri sui 167 lavoratori extracomunitari con posizioni non conformi si affiancano le verifiche svolte dal Sole 24 Ore su una parte precisa del lavoro negli alberghi: le addette alle camere, spesso coordinate dalle cooperative che si aggiudicano gli appalti. 

Arrivano perlopiù dal Sudamerica e, solitamente, hanno un permesso di soggiorno. Firmano un contratto, indossano divise dignitose, sistemano le camere e se ne vanno in silenzio. In superficie tutto appare in ordine. Nella giornata reale, invece, il lavoro è a cottimo e malpagato. 

La paga lorda oscilla fra 5 e 7 euro, all’interno di rapporti formalmente part-time. Ma per rifare le camere serve molto più tempo di quello pattuito. 

Le lavoratrici non possono fermarsi quando termina l’orario concordato, perché il compenso resta legato al risultato e il risultato viene verificato dai controllori delle camere. Se il lavoro è svolto male o troppo in fretta, non viene pagato. 

Così le ore aumentano, senza essere riconosciute. Nella maggioranza dei casi viene applicato il contratto multiservizio. La cornice è legale, la condizione materiale resta povera: per arrivare a 1.100-1.200 euro al mese, le cameriere devono accumulare almeno venti ore di straordinario ogni settimana.  Il contratto, sulla carta, c’è. Il tempo reale del lavoro, no.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Sole 24 ore il 19 agosto 2026

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