Non possiamo essere che ciò che non siamo davvero. È questo il grande filo conduttore culturale che muove le fila della sterminata opera di Francesco Guccini: l’elogio della contingenza. Cioè, l’essenza stessa della politica moderna. Per questo mi stupisce un po’ il fatto che la commozione per la sua morte si confonda con giudizi cauti sulla qualità politica della sua opera. Guccini è stato – tra i grandi cantautori italiani – quello più coerentemente politico. Anzi: quello più profondamente politico, nella misura in cui la politica non è mai stata una sfera tra le altre dell’esistenza, ma il tentativo di prendere sul serio niente di meno che la morte di dio. Guccini è stato il cantore della politica moderna, senza indulgere in postmodernismi o individualismi (De Gregori), in mistiche (Battiato), in una simpatia per gli oppressi che mette da parte l’esigenza dell’emancipazione e la sostituisce con un’immedesimazione che dissolve ogni esito autenticamente politico (De André). Giudizi non estetici e piuttosto sommari, me ne rendo conto. Qualcuno potrà irritarsi e non essere d’accordo. Ma il senso della mia operazione spero sia chiaro: non si tratta di sminuire il valore degli altri, quanto di sostenere, in morte di Guccini, che egli non è stato semplicemente il cantautore delle nostre storie d’amore malinconiche e finite male (un romanticone amato da noi romanticoni), ma è stato soprattutto il cantore di una concezione complessiva – quella moderna – in cui privato e pubblico, amore e politica, rappresentano due facce della stessa esperienza del mondo, quella del nichilismo. Non si spaventino i tanti lettori che avversano la filosofia e a cui il nichilismo fa venire l’orticaria. Mi riferisco ad esso per indicare un tratto decisivo quanto comune alle nostre vite. Prima dell’età moderna, la nostra vita era ordinata da alcuni valori che non potevano essere messi in discussione. Il figlio del contadino avrebbe fatto il contadino, il figlio del nobile il nobile. Si stava anche comodi in questa servitù volontaria. La vita e la morte avrebbero seguito il ritmo delle stagioni e il tempo sarebbe stato scandito non dal fato, ma dalla volontà di un dio a cui tutti assentivano senza discussioni e che legittimava anche la sovranità del re sui suoi sudditi. D’improvviso dio è morto. Che vuol dire semplicemente questo: i valori che accettavamo senza discussioni si possono finalmente criticare, disconoscere, contrastare. Senza più la legittimazione dall’alto, anche la sovranità tentenna, s’indebolisce, la sua testa viene persino decapitata. Non abbiamo più bisogno di tutori, ma possiamo coltivare ciascuno la propria autonomia, diventare ciò che siamo. Il nichilismo non definisce allora il tempo in cui niente ha più valore, ma il tempo in cui niente ha un valore che non possa essere relativizzato, discusso, abbandonato. Ecco, fatta velocemente questa premessa, proviamo ad andare con ordine e a mettere in fila due grandi eredità politiche che Guccini lascia alla sinistra derelitta di questi nostri tempi.
L’elogio della contingenza, innanzitutto. Cioè della politica moderna. Il cui atto fondativo è precisamente la presa di coscienza della caduta definitiva della legittimazione preventiva del potere. Nulla più s’impone da sé. Per questo è necessaria una forma di governo del tutto nuova che prenda sul serio questa mancanza strutturale di legittimazione. La politica moderna – e la sua forma di governo più nobile, la democrazia – è un’invenzione ontologica. Come si può esercitare il potere su qualcun altro, adesso che l’essere necessario si è dissolto? Adesso che il sovrano deve fare i conti con l’assenza di Dio e il suo regno deve essere giustificato da altro? La contingenza sostituisce la necessità, il nichilismo sostituisce la trascendenza. Dall’inizio alla fine, Guccini non ha fatto altro che mettere in scena e riflettere sull’esperienza politica del nichilismo. Sulla politica dopo Auschwitz, su come diventare adulti prendendo sul serio il fatto che l’esperienza umana è contingenza più che necessità.
Prendiamo la canzone manifesto del suo nichilismo, mi riferisco evidentemente a Quello che non. Il cui tema è il contagio inestinguibile della contingenza. Il susseguirsi delle stagioni, le strade deserte, le scoperte ormai vecchie, le rotaie implacabili per nessun dove. Persino i letti, le brandine e le alcove – cioè l’altra esperienza a cui nella nostra esistenza abbiamo assegnato il potere di riscattare il non senso: l’amore. In tutti i casi, l’esperienza dell’umano è quella della sproporzione, della non compiutezza, della finitudine (così direbbero i vecchi filosofi). Politica e privato sono accumunati da questa comune partecipazione alla contingenza del mondo, che sta all’inizio e non semplicemente alla fine. Per questo non possiamo smettere di provare nostalgia per gli amori che ci hanno dimenticato. Non perché siamo masochisti, ma perché ogni amore è fin dall’inizio un fallimento. Quello che – con parole affascinanti ma spesso incomprensibili – ci hanno insegnato autori come Barthes (chi non ha cercato di decifrare il senso dei propri amori leggendo i frammenti di un discorso amoroso?) o come Lacan (quando sostiene enigmaticamente che “non c’è il rapporto sessuale”), Guccini ce l’ha raccontato con la semplicità della poesia: chi ama è colui che è destinato a sentire “un’infelicità vicina”. Perché la pienezza umana è sempre imperfetta: è gratuita, contingente e non necessaria (lo ricordiamo tutti: «Perché mi amavi non l’ho mai capito così diverso da quei tuoi cliché, perché fra i tanti, bella, che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me…»). Come il potere, anche l’amore è esperienza ricapitolativa del nichilismo, del fatto che nulla di ciò che vale può essere garantito, può sfuggire ai graffi del tempo e del destino, può finire o essere messo in discussione. Tutto ciò che siamo ha lo statuto moderno della contingenza: ciò che accade, accade (direbbe un altro grande filosofo in musica – almeno fino a un certo punto – Lindo Ferretti). Il suo essere è il suo accadere, la sua necessità è la sua contingenza. L’amore e la politica, sono la stessa cosa: un disperato tentativo di istituire da noi stessi quel che il nichilismo ha smontato come un’illusione, «un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto».
Ciò che mi interessa sottolineare è la costituzione narrativa che appartiene a quella canzone e che ricorre in buona parte della discografia gucciniana. Paradossalmente, le sue canzoni sono degli elenchi. Mettono in scena in maniera quasi bulimica, ma cosa? La vita minuta, nient’altro. Gli sguardi, le bellezze acerbe, il vento di scirocco (il naturalismo lucreziano di Guccini è uno dei segni estetici più originali della centralità del nichilismo). Il narratore Guccini fa sempre lunghi elenchi di cose impercettibili che accadono. E che poi smettono. Che ne sanno i nostri ragazzi – ai quali l’unica educazione sessuale garantita è quella della mercificazione e dello sfruttamento dei corpi – che cos’è incantarsi di fronte all’insignificante: il sorriso da fossette e denti, il cuore di simboli pieno, il canto delle tue mani?Perché l’esperienza universale dell’uomo moderno è questa frattura tra il valore che assegniamo all’esperienza e il valore che quell’esperienza possiede in sé. Gli amori finiscono, le stagioni passano, il vivere in provincia è grazia e tedio, le locomotive vengono deviate, qualcuno disturba il silenzio dell’Autogrill, un successo mette fine alla vita autentica e ci rende borghesi («ed è una morte un po’ peggiore»). La contingenza ha preso il posto della necessità. Ma per definizione il suo posto è imperfetto: e il destino umano è tutto compreso dentro questo compito che resta. Fare i conti con la nostra imperfezione senza cercare scorciatoie di senso, senza legittimazioni autoritarie, senza nostalgie pre-moderne, senza la pretesa che il potere torni ad essere verticale: che il potente sia quello che ci guarda dall’alto e non condivide con noi nulla. Perché il potente non ha più un doppio corpo, egli appartiene alla contingenza e il suo potere si legittima a partire dal riconoscimento della propria impotenza. La differenza tra il potere e la violenza è ormai solo questa: che il potere moderno sa di non essere più in alto o più nobile del destino degli altri uomini. Quando cerca di rimediare alla sua vanità genealogica – il nichilismo fondativo – diventa violenza. La tentazione di sostituire la democrazia con l’autoritarismo non è affatto un effetto del nichilismo, ma la sua definitiva rimozione in nome della violenza.
Guccini è politico perché non mette in scena le auto blu, ma le locomotive finite nel dimenticatoio, i suoi eroi sono sempre anti-eroi. L’epica è finita, rimane la politica. Cioè l’esperienza universale attraverso cui gli esseri umani si prendono cura insieme del proprio destino tragico, incompiuto, contingente, terrestre. Destinato allo smarrimento o alla solidarietà. Che rapporto c’è tra questo insegnamento e la sinistra smarrita? Si potrebbe dire che si gioca qui una contesa su una doppia genealogia della sinistra moderna. Da un lato quella che ritraduce la contingenza assegnata dalla morte di dio nella necessità della storia e della dialettica, nelle leggi scientifiche dell’economia politica. Guccini non è decisamente un marxista. Dall’altro lato la sinistra sorge nel momento in cui il potere si secolarizza e può essere disputato da tutti: non ci sono più sovrani o dei che ci salvano, primi ministri o leader di partito che vincono le partite da soli (con buona pace dei sostenitori delle primarie). Perché il potere è trascinato nel gorgo della contingenza e così appartiene a tutti. Tocca salvarci da soli, autogovernarci. Guccini è decisamente un cantore della democrazia come ideale antropologico, non semplicemente come forma di governo. L’esistenza contingente inventa la necessità della politica, dal momento che nessuno più in alto di noi è legittimato a occuparsi di noi. Anche questa è una delle grandi differenze teoriche (purtroppo solo tale, ormai) tra destra e sinistra. Mentre la prima cerca in tutti i modi di rimediare alla crisi di legittimità della politica moderna, la seconda deve restare pienamente nichilista. Mentre la destra cerca di giustificare anche moralmente la differenza tra alto e basso, tra oppressori e oppressi, la sinistra riconosce nel potente niente di diverso che un essere umano come gli altri. Con le stesse rughe (vallo a spiegare a Berlusconi e al suo trucco, a tutti i politici e giornalisti mummificati), gli stessi amori fallimentari, lo stesso ego che non contiene in sé il mondo ma che è meravigliosamente esposto e vulnerabile alla sua forza. Forse è proprio per questo che non amo più di tanto una canzone come Cirano. Quella è una delle rare canzoni in cui vi è una retorica dell’eroe e anche tensione quasi idolatrica. Al contrario, mi pare che il segno distintivo della poetica di Guccini sia proprio l’anti-idolatria: non ci sono eroi e quelli che ci sono son giovani e belli perché sono vecchi e stanchi. Perché sono come noi, non più in alto di noi.
Un’ultima postilla su questo tema. È evidente che dal punto di vista culturale la sinistra non ha più né la forza né la volontà di fare i conti con la contingenza. Il nichilismo è diventato il capro espiatorio del nostro tempo e la sua critica mette ormai d’accordo tutti. Dai casi di cronaca alla bioetica, qualunque cosa di sconcertante accada è colpa della fine di tutti i valori e del nichilismo. Come ne Il Grande Lebowski, la figura del nichilista è diventata il nemico più minaccioso dell’umanità. In realtà il nichilismo di Guccini non è così diverso da quello di grandi narratori (Dostoevskij per primo). Non è una condizione da negare, da sublimare (e sfruttare per i propri fini, come fa il capitalismo contemporaneo), da congedare, da cui difendersi. È la nostra grande occasione, data a tutte le donne e gli uomini (e anche a un dio finalmente anti-idolatrico, avrebbe sostenuto la teologia del secolo scorso). È ciò che resta nel momento in cui dio non giustifica più né se stesso né il mondo che abbiamo intorno. Non cito Dostoevskij a caso: se dovessi dire quale sia il fallimento culturalmente più profondo della sinistra attuale, direi che sta nell’aver ceduto all’idea che solo un grande inquisitore possa salvarci. Solo un’autorità che copra la caduta degli dei può evitare la fine del mondo. La sinistra fallisce perché non riesce più a reggere lo sguardo di fronte alle conseguenze del nichilismo. E allora diventa come la destra: contende con essa il nome del grande inquisitore del futuro, senza accorgersi che dove c’è un grande inquisitore non può esserci sinistra, ma solo menzogna e sottomissione sociale. Come la destra, è attratta dai grandi grattacieli di Milano, mentre Guccini volge lo sguardo verso le sue periferie e si occupa di quelli che le abitano (sto pensando a una canzone meravigliosa e non troppo conosciuta, Samantha). Come la destra, non vuole alzare lo sguardo sulla fine di un’epoca e sulle sue conseguenze, mentre Guccini questa decadenza la mette in scena brutalmente, come accade in quella canzone così contemporanea che è Bisanzio. La modernità è proprio questo: esistenza e politica si occupano della stessa tragica e non più epica condizione umana. Poter essere ormai niente di altro che ciò che non siamo: “vivere è incontrarsi, aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare, bere, leggere, amare, grattarsi”. Gli oppressi – gli “eroi delle occasioni perse” – diventano una classe universale, un prisma per rendere giustizia alla condizione umana tout court.
C’è un altro aspetto dell’eredità di Guccini che potrebbe aiutare la sinistra a uscire dal suo smarrimento e che vorrei brevemente indicare. Ha a che fare con la funzione sociale e politica dell’intellettuale. Chi è l’intellettuale oggi? È colui che è concentrato sull’essere visto piuttosto che sul vedere. Non è una cosa da nulla: l’intellettuale non è più colui che si fa da parte per osservare il mondo, ma è colui che satura ogni spazio col proprio io, che si sostituisce al mondo. Anche la sinistra culturale mi pare sia ormai dominata da intellettuali che fanno la voce grossa e hanno una parola pronta per ogni occasione. Quasi nessuno è più attratto dal vedere quanto invece è concentrato sull’essere visto. Confesso invece che le canzoni che più ho amato di Guccini – e che mi hanno modestamente segnato anche rispetto all’esercizio pubblico della funzione intellettuale – sono quelle in cui il narratore non parla mai di sé, ma osserva. Si nasconde, si mette di lato e racconta, parla in terza persona e quasi mai in prima.
Prendiamo – non posso non farlo anche solo per gratitudine, essendo davvero una delle canzoni della mia vita – Autogrill. Che bei tempi quelli in cui l’intellettuale poteva entrare dove la vita scorre e osservare, e immaginare, e riflettere. Ma nella penombra del mondo, in disparte, ai margini. È quello il suo posto se vuole comprendere ciò che accade, se vuole capire, interpretare, persino trasformare il mondo. Per definizione, l’intellettuale non può stare al centro della scena, non può prendere la parola sempre. Un intellettuale vero non può essere troppo conosciuto. Se entra in autogrill per firmare autografi, oppure per postare un reel in cui ci racconta dei suoi successi, allora smette di assolvere alla sua funzione intellettuale. Perché smette di contemplare il mondo e così di capirlo, di amarlo. Ma anche questo è un grande problema: perché l’attrazione per se stessi è una forma ideologica che finisce per lasciare le cameriere degli autogrill o le adolescenti di Milano (Samantha, che ho già citato, non è che la continuazione di Autogrill) dove stanno: nell’insignificanza, nella trascuratezza. Ci occupiamo di noi stessi e smettiamo di occuparci del mondo. L’intellettuale di sinistra è imperdonabile, perché ha barattato il nichilismo col narcisismo e invece di raccontare di ciò che accade e di cui nessuno si occupa, si occupa quasi soltanto di raccontare se stesso, i propri trionfi e la propria appartenenza all’élite. Se dio non c’è più, non sarò certo io a prenderne il posto. È questo il compito politico dell’intellettuale. Non prendere il posto di dio, ma sedersi sullo sgabello in fondo alla fila, osservare il mondo per quel che è, raccontarlo nella sua inconcludezza. Per esempio, banalmente, riconoscendo che ormai gli autogrill sono posti per ricchi e non per gente normale, visto che persino un Camogli è diventato un bene di lusso (anche per questo odio il capitalismo: perché non posso più innamorarmi della ragazza che mi serve il caffè negli autogrill). Non è più lì che dobbiamo entrare e metterci ad osservare, per amare davvero il mondo per come è. Invece gli intellettuali di oggi si fanno i selfie da Eataly o nei ristoranti stellati, mica si siedono più nel tavolo in fondo delle osterie di fuori porta.
Mentre gli intellettuali scrivono libri ogni mese per manifestare la propria presenza, io ho imparato da Guccini che «quando capirai che cerchi un libro che non c’è, allora ti ricorderai di me». Il mio compito è così di scrivere il libro che non c’è, di raccontare il posto vacante di dio, di rivendicare la significanza degli invisibili, di trasfigurarne gli abiti e vederli danzare (anche se sono nani, infelici, ragazze della notte, ragazze che se ne vanno e che non si ricorderanno più di me ecc.), di andare dove non entra più nessuno e di amare il mondo per quello che è: un insieme di accadimenti che pretende di avere un senso a priori, mentre può averlo solo a posteriori, forse. Non in prima ma in terza persona deve parlare l’intellettuale. È questa l’eredità più grande che mi ha lasciato Guccini. Essere di sinistra è amare il mondo nella sua contingenza. Non smettere di entrare negli autogrill e innamorarmi e poi girare le spalle e andar via con la mia nostalgia, non smettere di commuovermi di fronte all’oceano, di scrivere parole inutili, di andare alla ricerca di quel vento di scirocco che ci spinge ogni giorno «a guardare dietro alla faccia abusata delle cose, nei labirinti oscuri della case, dietro allo specchio segreto d’ ogni viso, dentro di noi».
Questo articolo è stato pubblicato su Volere la luna ll 13 agosto 2026