Ex Ilva, dov’è la soluzione?

di Guido Ruotolo /
30 Luglio 2026 /

Condividi su

A oggi non c’è una soluzione per l’ex Ilva di Taranto e per tutta la filiera di tubifici sparsi nel Nord del Paese, più di diecimila lavoratori diretti. Per trovarne una, il vertice di palazzo Chigi con i sindacati potrebbe lasciare intendere che fa ben sperare un mese di tempo, di incontri tecnici. Secondo quanto riportano le agenzie di stampa, il vertice a palazzo Chigi, tenutosi ieri 28 luglio, sarebbe iniziato con la presa d’atto della decisione dei giudici milanesi: dunque, senza area a caldo, anche i tubifici e i treni nastri non avrebbero futuro. Certo, i gruppi siderurgici privati producono l’acciaio nei forni elettrici, con il “rottame”. Ma per l’acciaio speciale non c’è futuro senza dover comprare all’estero i “semilavorati”, le bramme, che ricordano grossi materassi, prodotti appunto nell’area a caldo, negli altiforni. Bramme che poi vengono passate sotto i rulli dei treni nastri, diventando così coils, gomitoli di acciaio che finiscono nei tubifici.

A oggi, dunque, la situazione sembra senza via d’uscita. Ma il governo, dopo i due bandi del 2024 e 2025 per vendere l’ex Ilva, dovrà adesso presentarne uno nuovo. Le dichiarazioni dei sindacalisti, all’uscita dal vertice con il governo ­– oltre ad annunciare otto ore di sciopero con assemblee dei lavoratori –, hanno evocato il rischio di “un disastro industriale e sociale”, e hanno posto la necessità di “un piano straordinario di sicurezza nazionale che salvi il comparto industriale, il salario e l’occupazione dei lavoratori del gruppo ex Ilva”. Insomma, sindacati e governo devono concordare, entro settembre, soluzioni straordinarie per impedire la chiusura degli stabilimenti e rilanciare il polo siderurgico. Consapevoli che, per molti ex Ilva, dovrà essere garantita una nuova opportunità di lavoro.

Il punto fermo dell’accelerazione della vertenza è la decisone dei giudici dell’Appello della sezione civile del tribunale di Milano. Il 9 luglio hanno ascoltato i “ricorrenti”, e lunedì scorso hanno rese pubbliche le motivazioni che hanno portato a decretare la chiusura dell’area a caldo di Taranto, senza subordinate. Senza cioè – come pure aveva sostenuto il giudizio di primo grado – contemplare il rispetto di certe prescrizioni dettate dagli stessi giudici. Così il mostro che vomitava lingue di fuoco sparirà per sempre da Taranto. L’area a caldo è quella degli altiforni, uno funzionante, un altro in manutenzione, un terzo ancora sotto sequestro della magistratura.

Il governo parla di “singolare sincronia” tra il vertice con i sindacati e la decisione della magistratura. È falso. I sindacati, da sei mesi, chiedevano di spostare la vertenza ex Ilva dal ministero delle Imprese e del Made in Italy a palazzo Chigi. E avevano annunciato per ieri l’autoconvocazione a palazzo Chigi. I giudici dell’Appello di Milano hanno deciso in merito ai ricorsi delle parti nei giorni scorsi, e non potevano aspettare oltre. Premeva la sentenza di primo grado, che aveva stabilito che, il 24 agosto, si sarebbe avviato il processo di spegnimento dell’area a caldo, se non fossero state adottate le prescrizioni decise dallo stesso collegio giudicante. Come si sa, il governo e i commissari straordinari ex Ilva, invece di lavorare per ottemperare alle prescrizioni, hanno puntato tutto sul ricorso in appello. E hanno perso. Raggiante e felice l’avvocato Ascanio Amenduni, che ha assistito i ricorrenti, il comitato di undici genitori di Taranto: “La salute dei tarantini cessa di essere una Cenerentola e diventa Principessa”. Aggiunge l’avvocato: “Peccato che sia stato necessario rivolgersi alla giustizia, vista la colpevole latitanza dell’amministrazione pubblica”.

Cosa dicono i giudici milanesi? “In senso risolutivo e dirimente, ai fini della decisione, la Corte ritiene che debbano essere essenzialmente esaminati: il reclamo dei cittadini riferito alla censura concernente l’omessa rimozione completa dell’amianto”. E poi il tema delle polveri sottili e delle necessarie misure precauzionali non previste dall’Aia (Autorizzazione integrata ambientale). “La Corte reputa che il reclamo dei cittadini concernente il tema dell’amianto sia fondato (vedi qui). Sul punto, va riformata la decisione del tribunale, nella parte in cui non ha accolto la richiesta di sospensione dell’attività nell’area a caldo, come richiesto dai reclamanti, in ragione dell’omessa rimozione totale dell’amianto ancora presente nello stabilimento. Va constatato che l’Aia 2025 effettivamente non contiene alcuna prescrizione in tema di rimozione dell’amianto, così indefinitamente prorogando la prescrizione del decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 2017, tanto che la rimozione è prevista a fine vita degli impianti”. “Deve certamente darsi atto che sono stati già smaltiti 6780 kg. di amianto presente negli stabilimenti. Risultano tuttavia ancora inglobate negli impianti (precisamente nei cowper) oltre due tonnellate di amianto”. Eppure – ricostruiscono i giudici – era stato previsto che tutto l’amianto sarebbe stato rimosso entro il 23 agosto del 2026. Senonché, nel 2023, “il gestore ha chiesto la rimodulazione del cronoprogramma 2023 riconoscendo che una parte di amianto sarebbe rimasto nella sede originaria fino a fine vita degli impianti”.

I giudici concordano sul rischio per la salute e per l’ambiente rappresentato dalle emissioni di polveri sottili. “L’inquinamento è più elevato in alcuni quartieri (specie Tamburi) che in altre zone. È dimostrato il legame tra PM10 e aumento di malattie e mortalità”. “Nella Dichiarazione di fine visita del Relatore speciale delle Nazioni Unite sulle implicazioni per i diritti umani della gestione e dello smaltimento ecocompatibile di sostanze e rifiuti pericolosi, Marcos A. Orellana, a conclusione della visita condotta in Italia dal 30 novembre al 13 dicembre 2021, è stato riconosciuto, tra l’altro, testualmente che: ‘Secondo le informazioni ricevute, l’impianto e il suo processo produttivo sono obsoleti’. L’Arpa Puglia ha concluso che le future attività previste per l’impianto avrebbero un impatto inaccettabile sulla salute umana e sull’ambiente. Questa conclusione ha preso in considerazione gli standard nazionali esistenti sull’inquinamento atmosferico, che sono ancora meno protettivi di quelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità…”.

Ma il sogno di un’ex Ilva decarbonizzata è ancora possibile? Scrivono i giudici di Milano: “È rimessa all’autonomia di gestori e proprietari degli impianti l’iniziativa di ripresa dell’attività, quando essi avranno: rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti; adottato le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di sei milioni di tonnellate all’anno”.

Però sono sogni, la dura realtà è un’altra. L’area a caldo va chiusa. E a quattromila lavoratori occorre garantire un lavoro e il salario. L’area a freddo di Taranto era un gioiello, invidiato da tutti. I suoi tubi attraversano il sottosuolo di mezza Europa, compresa la Siberia. Quest’area a freddo, oggi completamente ferma, è composta da due treni nastri dove l’acciaio appena prodotto dagli altiforni passa sotto rulli giganti, che riducono lo spessore a pochi millimetri o centimetri. Ci sono poi due forni “a longheroni”, che vengono utilizzati per il riscaldamento delle bramme prima della laminazione. E infine ci sono anche due treni di produzione lamiere, due linee di rivestimento dei tubi, una linea di elettrozincatura. Per rendere quest’area a freddo produttiva, occupando 3.500 lavoratori, secondo alcuni tecnici dell’ex Ilva, occorrono almeno sei, sette milioni di tonnellate all’anno di “semilavorati”, di bramme.

Il governo intanto si appresta a una nuova gara per l’acquisto dell’ex Ilva. Non più gli impianti dell’area a caldo, ma solo quelli dell’area a freddo. Palazzo Chigi spera che si facciano avanti anche industriali siderurgici italiani. In ogni caso, serviranno sei, sette milioni di tonnellate all’anno di “semilavorati”.

Questo articolo è stato pubblicato su Terzogiornale il 29 luglio 2026

Articoli correlati