Non si sono ancora del tutto spenti i riflettori e le casse del festival di Santarcangelo che si animano in un fervido transumanar e organizzar cortili, piazze, chiostri a Cividale del Friuli incantevole patrimonio UNESCO, a ruota di Gorizia capitale della Cultura, per la mega rassegna Mittelfest.
Entrambe le situazioni sono oggetto di grande dibattito pur nel generale clima di gradimento e festa mobile: non si può che apprezzare in questo momento ciò che connette le collettività, spinge le comunità a ripensarsi e rileggersi. Ci vogliono coraggio e dedizione per affrontare imprese organizzative di tal fatta in un clima generale di Cultura abdicante al suo ruolo e sospinta a ritirarsi nelle prode rassicuranti di una Italietta mai monda di pulsioni patriarcali e coloniali.
In modalità seppur molto diverse questi due festival di arti performative dal vivo tengono alta la bandiera dell’internazionalità delle proposte. Entrambi i festival segnano quest’anno la fine fisiologica di mandato. Dunque, sono l’ultimo anno per Tomasz Kirenzuk e per Giacomo Pedini, rispettivamente.
In entrambe le situazioni abbiamo già visto ampiamente aggirarsi per le strade, le chiacchiere del dopo Festival le prime interviste, quelle che se non proclamate o presentate ufficialmente si sa essere le nuove direzioni prossime a venire. Luigi De Angelis da Fanny Alexander nel caso romagnolo (come dire tornare a giocare in casa) e Agata Tomsic dalla compagnia ravennate Eros Anteros. Tuttavia, nel caso di Tomsic dobbiamo considerare anche il plus delle sue origini familiari slovene particolarmente appropriate per una rassegna che si sporge da sempre oltre i bordi, i confini smarginati dei modi e dei mondi culturali.
In entrambi i casi si tratta di appuntamenti irrinunciabili per appassionati, ma forse ormai anche per i turisti e gli abitanti stessi dei territori con diversi distinguo però.
Santarcangelo ha da sempre un’aria fricchettona ed errabonda, nonostante le molte primavere sulle spalle e in realtà una certa regolarità di appuntamenti ed una fisionomia ben delineata di alcuni luoghi da annoverare. Quello che appena poco più di ieri sembrava nuovissimo oggi è tradizione, grammatica e prammatica, vedi ad esempio Imbosco, che non è più sfogatoio di inguaribili anime biassanot, ma anche ritrovo teatrale tout public pomeridiano.
Quest’anno le cifre di partecipazione pare abbiano sfidato le più rosee previsioni, ma si sa, era anche doveroso salutare questa direzione e in qualche modo ringraziarla per la generosità e intensità che ha saputo mettere in campo insieme a tutto lo staff organizzativo e d ufficio stampa. Saremo sempre grati alle politiche di sostenibilità ambientale di questo festival che fornisce punti ristoro e punti di passaggio sempre con grandi distribuzioni di acqua pubblica più che necessaria a queste torride temperature, nonché ci rende sempre up to date con le sue bag capienti in materiale riciclato.
Al netto di un po’ di frivolezza che non guasta mai questo festival ci ha regalato momenti di simpatico spiazzamento ponendo più concentrazione mi pare sulla strumentazione che un performer ha di base a sua disposizione per entrare in comunicazione con il pubblico più che sullo shock della nudità dei corpi o sui messaggi inse. Non che non ci siamo naturalmente contenuti politici in questa edizione, ma più importante è verificare con quali insoliti strumenti possano essere veicolati e far sì che la forma sia anche sostanza insieme.
Questo il caso, ad esempio, di Kms of resistance, coreografia senza musica di Mehdi Dahkan da Tangeri, concepita come paso doble fra due magnetici performers, che a piedi e torace nudi e pantaloni stazzonati orchestrano una tesa composizione per respiri affannosi, ansimi, gemiti, urla roche e strozzate, mozziconi di prece, sempre più angoscianti, raffigurando benissimo quel che possano passarsi profughi, migranti, esuli, scampati ad un intuibile genocidio cui inevitabilmente la mente corre. incredibili le reazioni di un pubblico da domenica pomeriggio composto da zdaure locali intuitivamente avvezze ad uscite culturali e ludiche tra amiche, come da manuale emancipatorio e però per il festivo con qualche marito al seguito probabilmente meno preparato al teatro di ricerca di loro. Si è sentito distintamente interagire il pubblico direttamente con i performers, peraltro invano, per esempio chiedendo loro di parlare perché sarebbero stati al sicuro in quel contesto e avevano facoltà di farlo o per chiedere quanta fatica costa avere un visto o un permesso di soggiorno. Ci siamo qui filologicamente con il tema dell’essere sotto pressione e la pressione sociale anche se di diversa natura è al centro anche di Ha di Jana Jacuka, artista lettone che, supportata da un programma Das Theatre master programme, ispirata dai più grandi nomi della ricerca d’avanguardia tra anni 60 e 70, confeziona a sua volta un divertissement dove a partire da brevi frasi haiku o nuvoletta da comics, ricostruisce l’ingorgo interiore di aspettative, ipocrisie, mancanze, equivoci, fraintendimenti sociali che possiamo tradurre solo con versi, grugniti, sempre più grotteschi e vicini alla nostra natura animale. Una sorta di gioco al massacro con se stessi. Non possiamo dimenticare la riproposizione molto significativa nel contesto del festival, del bel documentario Odio dei Motus, già entrato peraltro nella collezione di Mambo. O dell’interessantissimo Abracadabra di Francesca Pennini, visto mesi orsono in Arena del Sole. un capitolo a parte meriterebbero naturalmente sia dal punto di vista dell’esperienza pubblica che della qualità innovativa sia i dj sets di Imbosco, autentiche esperienze a 360 gradi che, i concerti e le performances in piazza sempre pronte ad alzare l’asticella della recezione media da parte del pubblico anche semplicemente in cerca di ipotetica frescura serale e generico ristoro, spesso completamente affascinato da musiche che non sembrano tali e che accompagnati dai movimenti reiterati degli artisti performers paiono evocare un desiderio di trance collettiva. Che era sottotraccia, ma pronto lì a riemergere in modalità ancestrali. Che forse ha sempre fatto parte di una antica cultura agricola, sottoposta alle infinite pressioni delle carestie e dei saccheggi. E molto di ancestrale e di ricerca di nessi profondi tra passato e presente viene evocato anche nella performance di Wissal Houbabi, artista poliedrica, cosmopolita di origini marocchine, abitante a tratti a Bologna e più spesso richiesta da biennali e fondazioni prestigiose. Sawt si intitola il suo lavoro. Ovvero studio sull’Aita, una antica pratica di canto rituale che esorcizza in maniera insieme spirituale e corporea il dolore della perdita e della separazione L’estasi e il tormento dalla forma colta a quella popolare. Anche qui un cortocircuito tra culture urbane rurali, e dimensioni spazio-temporali complesse. Si tratta questo di un progetto Fondo, dedicato alle creatività emergenti e più rappresentative grazie ad un network di tredici enti culturali diversi da svariati paesi europei.
Un lascito prezioso di questa pluriennale direzione che ha saputo trasmetterci l’importanza di un rinnovato internazionalismo fatto di reti produttive e distributive tra arte e attivismo per i diritti umani. E dio sa, come i recenti brutali fatti di cronaca dimostrano, se in questo momento non ne abbiamo bisogno. Il tema del duo o del doppio come motore di azione già presente nel primo spettacolo si enfatizza in altri due lavori che hanno destato grande clamore ed entusiasmo al festival ovvero Clap e slap di Be company formata da due coreografi performers rispettivamente lituana Agniete e bielorusso IgorLo spettacolo serrato nel confronto dialettico ma non tragico come potrebbe sembrare racconta di vite e pratiche che la storia mette necessariamente in una contrapposizione specchiante. I temi in campo sono notevole come il confine ambiguo tra autodifesa e aggressione, responsabilità collettive e individuali. Come un giardino, di Non scuola delle albe, che in realtà si svolge al Supercinema siamo in altri territori. Quelli della preadolescenza. Un cast oceanico, solo le albe possono muovere masse del genere, travolge con irriverenza e incanto e passione la platea adulta formata in questo caso in gran parte da amici, parenti, insegnanti disposti a tutto, anche ad essere messi sotto accusa nella loro qualità di cura e attenzione dato che il tema è proprio quello della mancanza di comunicazione e fiducia tra generazioni. Fey, di Violetta Cottini, lavora in controtendenza per sottrazione e minimalismo nella pace notturna di imbosco. Un lavoro ai confini della video arte che ruota intorno al tema delle fototrappole a infrarossi, per cogliere quanto di pauroso e arcaico ci sia tra la selva e le memorie fiabesche d’infanzia, con una domanda sempre incessante e inevasa di racconto. Si torna però presto ad un ritmo techno tribale e concitato, nonché al tema speculare gemellare con il coinvolgentissimo Shout me twice agito da due eccezionali performers, nel corso del festival presenti in altre formazioni, che sono Katerina Andreou, greca e Melissa Guex, svizzera. insieme danno vita ad una sorta di inno alla libertà, che è urlo, vibrazione, impulso, fisico e tecnologico insieme. quello che vediamo sono una sorta di streghette contemporanee, che si camuffano, si travestono, si raccontano un po’ come due teppisti periferici, o sembrano uscite da qualche immaginetta iconica di Banksy nel loro assimilarsi a impuniti black bloc metropolitani., pronti a scatenare il caos e il riots in questo caso ad uso godimento sinestetico. Insomma, una vibrazione rigenerante in un mondo sempre più a tinte cupe.
Concordo con qualcuno che ha sottolineato che più ad addii e pomposi messaggi, l’edizione di quest’anno ha molto alluso alla necessità di salvaguardare la festa collettiva come dimensione estrema di un politico irriducibile a qualsiasi ingabbiamento. E sappiamo che dall’interdizione dei raves sono poi scaturite mille altre politiche securitarie. Salutiamo dunque con allegria quasi le piazze e le strade santarcangiolesi e ci addentriamo nel profondo Friuli tanto amato da Pasolini.latemperie che si respira a Cividale naturalmente è più composta connaturata a paesaggi ed umori diversi, ma ugualmente fervida. Anche capitandovi come la sottoscritta ad inizio festival ed in orario pomeridiano la piacevole sorpresa e vedere che c’è tantissimo pubblico appassionato e attento meno ascrivibile alla abituale “community” del teatro italiano zingarescamente in giro anche per ritrovarsi e stringere collaborazioni. Per riconoscersi oserei dire. Identificarsi quasi. Un bisogno che a Santarcangelo diviene quasi fisicamente tangibile, specie considerando le vicende di Angelo Mai. Il suo sgombero doloroso che segna una parabola in questo momento difficile per la cultura italiana tutta. Qui il senso di inquietudine è dato naturalmente dal tema dei confini, dalla consapevolezza che accanto a paesaggi lindi e dolci passa tutta la crudezza balcanica con la consapevolezza di un vicino Est terra di conflitti e ferite insanate. Qui i nomi dei registi dei direttori di teatro anche all’avvicendamento dei vertici di Mittelfest stesso si fanno talvolta complessi da pronunciare. Ma del resto l’internazionalismo è l’unica scelta possibile in questo momento storico segnato da problemi globali troppi grandi per pensare di risolverli ciascuno per suo conto nel proprio orticello. C’è una cordialità da conversazione pervicacemente coltivata nei ristoranti o e nei bistrots mancando le attrazioni della techno e di altre iniziative di massa. Si sa che Mittelfest è un delicato equilibrio di produzioni sperimentali e di produzioni eleganti e di altissima qualità per un pubblico più vasto.
È che lo sbigliettamento è molto elevato. Una sfida, dunque, anche di grandi numeri per chi dovrà assumerne la direzione. Una sfida a 360 gradi insomma. Per intanto l’inizio è molto interessante con l’ultimo lavoro del giovane e “barocco“ autore Condemi. Il suo dr Jekyll è mr Hyde, nascondino come verrà chiamato tutto il tempo è un contenitore di riflessioni non tanto sulla banalità del male quanto sulla sua continua possibile attualizzazione. Alla fine in questa messa in scena che è un grande assolo antiborghese si allude ironicamente al dibattutissimo tema della salute mentale e dell’uso delle molecole: farmaci, droghe di cosa stiamo parlando? Ed è anche interessante la sovrapposizione dei personaggi: Hyde Jekyll ok sono la stessa cosa ma anche Utterson l’avvocato che è il punto focale del racconto ha i suoi scheletri nell’armadio e il suo custodire segreti e turpitudini in fondo è il rovescio della medaglia dell’essere persone perbene. Non è un caso che questo essere per bene venga identificato con lo stare sostanzialmente soli e ben chiusi in casa o in uno studio. Tutte le relazioni sono pericolose di per sé. Londra è una città sporca e tentacolare dove le bambine vengono lasciate sole a girare di notte magari senza cellulare perché la famiglia è scioccamente alternativa all’ordine. Ma quale ordine è difficile definirlo. La Scienza evidence based conduce all’ossessione. Là dove vorrebbe catalogare poi si scontra appunto con il caos del vissuto. Se vivere è anche desiderare non ci può essere pace nelle nostre vite fino all’autodistruzione. Il dispositivo gioca sul minimalismo. Bianco nero grigio. L’idea di un ufficio forse di una casa asettica abitata da un factotum dai passi pesanti che è psicopompo testimone suo malgrado di una discesa agli inferi, si rivela efficace nel concentrare attenzione su una recitazione via via più magnetica e concitata da parte dell’efficace Christian La Rosa. C’è una gigantesca uscita di emergenza a delimitare la scena ma non verrà mai aperta perché non ci sono alternative e tutti i ninnoli borghesi della casa ottocentesca segnerebbero una distrazione da questo messaggio. Curioso il passaggio in cui il nostro eroe negativo indossa abiti bianchi giganteschi simili ad uno scafandro indossando una sorta di scatola visore che gli consente il controllo da remoto dei movimenti sulla strada, fino al bancone della farmacia dove Paul è stato mandato a prendere le sostanze. Uno spettacolo che sorprende nel crescendo. Se supponevamo di stare dentro una storia risaputa ben presto ci rendiamo conto che il tema della violenza e dell’indifferenza ci riguarda tutti: l’esperimento è sociale, infatti, e quanto la cronaca ci consegna ogni giorno ce lo sta a dimostrare. Scroscianti gli applausi alla fine e favorevoli le impressioni di tutti.
Questa storia risaputa ha ancora qualcosa da comunicarci. Da tutt’altre parti siamo lo stesso giorno con il giovanissimo e dinamico gruppo di danza olandese. Ensemble che non lascia spazi vuoti alla meditazione questo di De danzerà, in un lavoro concitato: vengono messe in campo diverse espressioni del sé, infatti, dal canto al suono, alla danza molto fisica e atletica fino alla acrobatica dei ragazzi. Un sestetto che si mette alla prova in diverse scene di contatto fisico a due estremamente intense che esplorano molte possibili varianti sentimentali dell’odio, dell’amore, della rabbia della tristezza. Hold your horses si intitola lo spettacolo. Letteralmente trattieni i cavalli, come dire tieni a bada i tuoi demoni. Ecco, questo lavoro adotta un approccio opposto a quello pocanzi descritto per mr Nascondino. Intanto i demoni si possono tenere a bada e come Orfeo insegna il canto, la melodia sono una delle ricette principe per farlo. Poi queste pratiche non sono mai solipsistiche, la collettività è quanto ci sosterrà anche quando tentiamo mosse azzardate o affondiamo nella tristezza o siamo sopraffatti dal conflitto. L’abilità del gruppo a sciogliersi riunirsi, formare alternativamente un gruppo rock e una compagnia di danza che ricorda l’esuberanza dei primi Momix conquista un pubblico folto e formato da grandi e piccini. Proattività e ottimismo trasudano da questo lavoro ma bisogna ammettere senza troppe sdolcinature. Vorrà forse essere questo lavoro una rappresentazione possibile di una generazione Z di nuovi europei alle prese con problemi gravissimi tali da richiedere per forza un atteggiamento collaborativo? Sarebbe stato interessante chiederlo e la compagnia dichiara di essere infatti disponibile a che il pubblico salga sulla scena per chiacchierare e fare domande, ma il punto è che a Mittelfest vige una puntualità austroungarica e in realtà la time line non lascia scampo. Se si vuole ristorarsi prima del concertone serale che dalla piazza viene prudenzialmente spostato al teatro Ristoricausa avverse previsioni meteo bisogna forzatamente lasciare la chiesa dove lo spettacolo si svolge in tempi piuttosto rapidi.
Cividale è un luogo incantevole per chi non la conosca e questo è un festival che meriterebbe essere accompagnato da una attenta ricognizione storica e paesaggistica perché tutto fa parte del pacchetto, ovvero comprendere il Genius loci nelle sue sfumature. Il Friuli è una regione a statuto speciale pochissimo conosciuta in generale dagli italiani ma che è legata a progettualità e innovazioni importanti se pensiamo a tutta la vicenda basagliana che prende le mosse da Gorizia e non da Trieste come comunemente si crede. C’è una solidità di investimento pubblico sia sulla salute mentale che sulla cultura in questa regione ma purtroppo il Friuli non è facile da raggiungere. Su questo forse bisognerebbe battagliare di più. Lasciare Cividale per correre altrove è stato un dispiacere ma anche una fatica impervia: come è possibile che la linea ferroviaria sia dismessa? Occorre quasi una giornata per fare un viaggio da est a ovest come la sottoscritta doveva. Per raggiungere Udine da cui poi passano finalmente le principali traiettorie ferroviarie. Si fa con un servizio di pullman sostitutivo poco segnalato e su cui è difficile informarsi. Il viaggio in pullman da un lato è piacevole e sociologicamente interessante. All’apparenza sembra un vagare bonario nelle campagne: nei discorsi dell’autista e della gente che sale sentiamo un afflato morale e una connessione con la natura e un affidarsi quasi provvidenziale che avevamo dimenticato nel nostro agitato vivere bolognese. Si vedono finalmente i migranti: sono donne che vanno a servizio a fare le badanti ed hanno lunghe giornate di spostamenti davanti. Tutti si conoscono e affrontano i contrattempi con pazienza. Quella virtù dimenticata da noi urbanizzati. L’Italia come ai tempi di Soldati e Piovene nonostante la tanto deprecata omologazione consumista seduce sempre con le sue molteplicità. Tra un disguido un ritardo e un malfunzionamento mi viene da pensarci perché nel dopofestival tra esperti e veterani quando avevo introdotto nel discorso il tema delle diversità mi era stato detto che molte erano state cancellate appunto dalla cultura globalista delle merci. Nella terra di Caporetto tutto sembra segnalare la resilienza della natura verso la pace contro le guerre dei Kings. La cultura molto puoi aiutare in tal senso. Lunga vita, dunque, a Mittelfest e auguri alla nuova Direttora che verrà pubblicamente annunciata dopo la chiusura del festival il 27 di luglio.