Il bosco incartato

di Francesco Strazzari /
24 Luglio 2026 /

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C’è un punto preciso sulla vecchia Aurelia, all’altezza dell’oratorio di San Guido, dove Carducci si fermò a guardare i cipressi «alti e schietti» che «quasi in corsa giganti giovinetti» gli balzarono incontro. Provate a fermarvici oggi. Vi balzeranno incontro anche loro, gli altri giganti: i cartelloni «Compro Oro», quelli «Spazio Pubblicitario Disponibile», il totem del centro commerciale, la promessa di un materasso a rate. Duecento anni di poesia nazionale, duemilacinquecentoquaranta cipressi disposti in duplice filare, un viale che è patrimonio artistico nazionale per Decreto Ministeriale del 21 agosto 1995 – e all’imbocco, come benvenuto, l’offerta di liquidare la fede nuziale della nonna.

AMMIRO LA COERENZA. Mentre a Bolgheri si spendono cinque anni di monitoraggio fitosanitario e cloni autoctoni selezionati contro il cancro corticale per salvare gli alberi dal fungo, nessuno pare preoccuparsi dell’altro patogeno, quello a base di forex e alluminio, che prospera indisturbato ai bordi della carreggiata. Contro il Seiridium cardinale mobilitiamo il Cnr e la Tenuta San Guido; contro il Cartellonis vulgaris, al massimo, un’alzata di spalle. Il primo uccide i cipressi lentamente. Il secondo uccide il motivo per cui li abbiamo piantati.

Quel che avanza lungo le strade italiane è una sostituzione di selve. Dove il paesaggio era scandito da filari, pinete e viali alberati, si infittisce una boscaglia di pali, pannelli e totem che germoglia a ogni rotatoria, a ogni svincolo, a ogni ingresso di paese, confondendo in un unico sottobosco illeggibile nomi di strade e paesi, insegne di attività e réclame di prodotti e servizi. Una selva che non fa ombra, non trattiene il terreno, non ospita nulla, ma colonizza la risorsa più scarsa di cui il paesaggio dispone: il primo piano. Nei convegni chiamiamo la bellezza «il petrolio d’Italia»; poi la lottizziamo a metro quadro lungo le provinciali, come farebbe un paese che, possedendo i giacimenti, li affittasse come parcheggi.

SAPPIAMO DOVE CONDUCE la deriva, perché l’approdo abita già l’immaginario collettivo: è Las Vegas, dove l’insegna ha preceduto la città e la città è rimasta un supporto per insegne; sono le metropoli asiatiche sfavillanti, da Hong Kong a Shibuya, dove il neon ha bollito e abolito il buio e le facciate esistono in quanto schermi. Scenografie affascinanti finché restano eccezione ed esotismo; molto meno quando diventano, per accumulo di permessi, il destino ordinario di ogni tangenziale e complanare.

Il fastidioso dettaglio è che altrove hanno cominciato a diboscare. Alle Canarie, che di turismo campano quanto e più di noi, la Ley 9/1991 vieta, salvo eccezioni, ogni pubblicità visibile dalle strade extraurbane, e stabilisce che la rimozione non dia diritto ad alcun indennizzo: la togli e non paghi nulla a chi l’aveva messa. San Paolo – dodici milioni di abitanti, mica un borgo di poeti – con la Lei Cidade Limpa del 2007 ha tirato giù oltre 15.000 cartelloni e 300.000 insegne fuori misura; sotto la pubblicità ricomparve un’architettura che nessuno vedeva più, e la profezia dei ventimila disoccupati e dei milioni di ricavi perduti si dissolse senza che nessuno rimpiangesse i tabelloni. Il Vermont li vieta dagli anni Settanta, insieme a Maine, Hawaii e Alaska, con una motivazione da incorniciare: i cartelloni omologano i paesaggi, e se ogni strada ha lo stesso Compro Oro nessuna strada è più quella strada.

Grenoble, infine, ha compiuto il gesto simbolicamente perfetto: 326 cartelloni smontati e sostituiti con bacheche di quartiere e alberi. Alberi al posto della pubblicità: la selva restituita alla selva.

CERTO, IL CARTELLONE è soltanto l’affiorare in superficie di una pervasività più profonda, che abbiamo smesso di percepire come anomala. La pausa idratazione ai mondiali, ufficialmente per il caldo e in realtà – profetizzò Maradona – per infilarci uno spot; i pacchi da aprire in prima serata televisiva, con la fila davanti all’elemosiniere di turno, per vendere meglio i blocchi pubblicitari. Ormai, per leggere un articolo o guardare un video su YouTube, gli annunci da sorbirsi sono diventati due, e domani, senza che nessuno fiati, saranno tre. La soglia si sposta ogni volta di poco, e ogni volta ci pare normale. Ma lo schermo, almeno, si può spegnere. Il paesaggio no: è l’unico medium da cui non si esce.

Rientro a Bologna dalle vacanze e ritrovo i viali alberati della circonvallazione tappezzati di annunci, un maxi-billboard luminoso piantato dentro i Giardini Margherita. Arrivo a casa, parcheggiando davanti al paradosso del cartellone che ti distrae per intimarti di non distrarti alla guida. Davanti alle selve pubblicitarie pare non ci sia progressista o conservatore che tenga.

Resta la nostra piccola, italiana specialità: la venerazione a chiacchiere e l’incuria nei fatti. Finanziamo cloni resistenti al cancro corticale e lasciamo che il primo piano di uno dei paesaggi più fotografati d’Europa lo detti un’agenzia di affissioni. I cipressi di Carducci, per fortuna, resistono. Il problema è la selva che gli abbiamo piantato davanti – e che, a differenza del fungo, non ha bisogno di umidità per proliferare. Basta un permesso di un’amministrazione affamata, e il nostro sguardo distratto.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 24 luglio 2026

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