La paura del collasso climatico non è una patologia individuale, ma una lucida reazione. Per superare il sentimento di impotenza che rischia di attanagliarci, serve unire la lotta per la giustizia ambientale a quella contro la guerra.
C’è un sentimento strisciante che attraversa le nuove generazioni, e non solo, descritto sempre più spesso con una terminologia clinica: ecoansia. In altre parole, la paura cronica del collasso ambientale. Un senso di lutto per gli ecosistemi che svaniscono e l’angoscia per un futuro planetario compromesso, che però troppo spesso vengono liquidati come una fragilità emotiva, un “disturbo” psicologico da curare individualmente.
Ma questa narrazione è profondamente tossica. L’ecoansia non è solo una patologia; è, al contrario, anche una reazione sana, una presa di coscienza razionale e dolorosa di fronte ai dati della scienza e a una politica che non ha preso ancora sufficientemente sul serio ciò che sta accadendo. È la lotta alla privazione del futuro che si manifesta nel presente.
Per liberare questa tensione emotiva e trasformarla in forza positiva, l’ecoansia può uscire dalle stanze della psicologia e trovare il suo sbocco naturale nell’agenda quotidiana della politica e delle persone. In particolare, in quell’intersezione cruciale che è l’ecopacifismo.
Non si può infatti curare la Terra se si continua a distruggerla con le armi, e non si può costruire la pace in un pianeta che brucia. Ogni bomba sganciata è un ecocidio: avvelena i suoli, contamina le falde acquifere, distrugge la biodiversità e cancella il futuro di intere comunità. Ma vi è anche un impatto indiretto e altrettanto devastante: l’economia di guerra sottrae miliardi di dollari, risorse tecnologiche e intelligenze che dovrebbero essere urgentemente destinate alla transizione ecologica e alla cura del territorio. Come possiamo finanziare la decarbonizzazione e la messa in sicurezza dei territori se le priorità dei governi si misurano nell’aumento costante della spesa militare?
La crisi climatica e l’escalation bellica globale, quindi, sono due facce della stessa medaglia, generate da chi considera la natura e gli esseri umani come risorse infinite da sfruttare, colonizzare e, all’occorrenza, sacrificare sull’altare del profitto e dell’egemonia geopolitica. È qui che l’ecopacifismo si offre come la vera “terapia” collettiva all’ecoansia, perché è in grado di proporre un radicale salto di paradigma. Non è un’utopia ingenua, ma l’unico realismo possibile nell’era dell’Antropocene. Ci ricorda infatti, ad esempio, che le frontiere degli Stati sono del tutto inadeguate ad affrontare sfide come il riscaldamento globale o la minaccia nucleare. I confini non fermano né le emissioni di CO2 né le radiazioni. La sicurezza non si costruisce alzando muri o accumulando testate, ma cooperando a livello internazionale per la giustizia sociale e climatica. L’ecopacifismo ci dice che la salvezza di un popolo non può avvenire a discapito di un altro, esattamente come la sopravvivenza dell’umanità non può prescindere da quella della biosfera.
In definitiva, trasformare l’ecoansia in ecopacifismo significa comprendere che la pace non è semplicemente l’assenza di bombardamenti, ma la presenza delle condizioni necessarie affinchéé la vita prosperi. È la cura delle relazioni tra gli esseri umani e tra l’umanità e la natura. Scendere in piazza contro la guerra e contro le fonti fossili significa fare lo stesso identico gesto: difendere la possibilità stessa di un futuro su questo pianeta. Ed è proprio in questa lotta condivisa, collettiva e intersezionale, che l’angoscia smette di fare paura, diventando speranza attiva.