Ci sono molti motivi per andare ricorrentemente a Ravenna e la ricchezza delle sue proposte teatrali, il sincretismo connaturato al Ravenna festival sono come piccole gemme che si incastonano in una visione di mondi. Vie d’acqua, vie di seta, magie d’Oriente, città di mosaici arabescati, questa è una città che stupisce anche negli aspetti legati alla sofferta modernità dell’oggi. Città di porto e petroli tra le grazie bizantine e città non per caso capitale italiana del gioco del Mahjong, nonché evidentemente meticcia.
È meticcia è anche l’esperienza di cui vado a raccontare. Ma sarà anche il caso di raccontarsi perché questo meticciato, palpabile nei fatti in tutte le nostre strade, qui trovi in qualche modo una dimensione corale espressiva e non per caso sincretica e multiculturale.
Certamente in principio furono le Albe e il loro approccio disinvolto e fiabescamente antropologico ad un mondo di grandi maschere. Stiamo tutti pensando al doppio nero di Arlecchino, tema poi ripreso nel Pinocchio per esempio di Baliani. Ogni cultura, questo dovrebbe renderci tutti vicini, vivendo le medesime esperienze di nascita crescita invecchiamento morte con relativi corollari genealogici riproduttivi patogeni, vive aspetti contraddittori di gioia e dolore individuali e collettivi ed ha le sue rappresentazioni in merito tutte passibili di intrecci e convergenze. Così come ogni società vive di ordinamenti e trasgressioni, di stagioni di guerra e di pace. Se l’originaria esperienza delle Albe nere in quel di Ravenna, per come la conoscevamo, ha chiuso il suo ciclo, il core delle intuizioni generative non si è mai esaurito ed ha prodotto gemmazioni impensate là in Africa ed anche qui.
Il grande teatro di Lido Adriano, dopo la riapertura dello storico e mutualistico teatro sociale di Piangipane, è uno degli sbocchi più ibridi e pop che si possano immaginare.
Da un lato Lido Adriano, che ha una sua propria storia di insediamento abitativo proletario, poi di spiaggia povera di città, che si ripopola di comunità straniere, dall’altro Cisim, la scuola d’arte in disuso con il suo giardino ai profumi di Autan e la storia di piccoli rappers che crescono e prendono posizione nella vita, nell’arte, nei contesti. Moder e la crew, gli accoliti del Lato oscuro della Costa, esprimono rabbia per le immagini da cartolina marinara che oggi come allora occultano morte, ecocidio, pulsioni degenerative e speculative su quanto di più pubblico dovrebbe esserci come le nostre coste, i nostri paesaggi.
I ragazzi incazzosi dalle rime sporche sono però in prima linea a difendere i valori fondativi buoni e a rispettare le tradizioni giuste, a organizzare il rito collettivo imperdibile per chi non lo conosca ancora della grigliata per la Festa della Repubblica del due giugno. Viene gente da Bologna, tornano in gioco le albe. Pian piano il posto non è più sala prove o solo gruppettari, ma diventa luogo aggregativo e capacitante per le generazioni che si mescolano e hanno tanto da dare e dire. Si concretizzano programmazioni anche invernali, si alza il tiro dai pomeriggi domenicali alle sere dei weekend, il teatro insieme alle presentazioni di libri cominciano a nutrire questa terra apparentemente di nessuno.
Si crea il geniale formato del teatro nel cesso, ovvero performances, readings, gags fulminanti situate in tutti i bagni del Cisim, si crea soprattutto un sodalizio con Luigi Dadina, il sempre ragazzo di queste parti, che recupera anche artisticamente il suo stesso passato tramite le epopee dei regaz, per scoprire ancora una volta e di più che tutte le storie di adolescenza, tutte le storie dell’essere periferici si somigliano e hanno sempre una loro morale, stravissuta e stropicciata.
A poco a poco si coagulano molte energie e la cosa più stupefacente è che tutti imparano a integrare le proprie esperienze con quelle altrui, in un tempo di crescita, mettendo da parte l’ego, ma creando veri immaginari composti davvero come mosaici dell’anima.
Questo gigantesco lavoro di squadra si condensa nel progetto pluriennale del Grande Teatro di Lido Adriano. Che si nutre di laboratori tout public per grandi e piccini dai 5 ai 90 anni che durano praticamente tutto un anno chiamando a raccolta comunità straniere molteplici e competenze e caratteristiche trasversali. Per poi approdare a spettacoli monstre, esattamente opposti al teatro minimalista del monologo e dell’autoreferenzialità.
Si tratta di solito di imponenti e ambiziose elaborazioni-mondo, ispirate a grandi opere mitopoietiche o grandi classici. Del resto, poi, nel cuore antico di Ravenna, gli amici e sodali da una vita di Albe, sono soliti radunare cittadinanza e proporre un evento teatrale altrettanto fuori formato e partecipativo a loro volta. Un modo come vedremo altro per arrivare alla realtà più stringente, rodato negli anni dalla metodologia della Non scuola, sperimentata ovunque nel mondo, dai giardini di Santarcangelo agli slums di Kibera.
Ma alla vigilia di una degna conclusione di programmazione, ci sta di fare due chiacchiere con Gigio Dadina.
Chiacchiere a 60 gradi, ma in realtà ben salde nel focus e orientamento.
Ci puoi esemplificare le caratteristiche salienti di questo progetto, differenze e analogie con i precedenti realizzati qui?
Allora, le differenze sono nell’ordine delle cose. Nel senso, lavorare per mesi con tante persone così, siamo 135 in scena, in azione, non tutte professioniste non sempre e non tutte già svezzate, con fasi di crescita per chi ritorna, per chi sceglie di esserci o vuol continuare una strada, molto diverse tra loro e con le nuove acquisizioni significa prepararsi ad in lavoro di accoglienza complesso ci sono tanti incidenti di percorso in mezzo, come innamoramenti ma anche sfidanzamenti. Questa è già realtà che entra nel farsi del teatro una realtà che è sempre sta principio cardine dell’operare di Albe non si va a caccia di belle storie random ma si sceglie di attraversare vite. Quanto alla nostra affezione per opere che abbiano un canone classico, di più, mito generativo, non è affatto in contrasto con tutto questo. Anzi. Ci pare l’unico sistema possibile per collegarsi, far intersecare ciò che è così soggettivizzato da apparire incondivisibile. Le esperienze fondative dell’umano. Ma anche se fai caso la grande presenza degli animali, che noi tendiamo a rimuovere se non interpretata come completamente assoggettata a noi, ha non solo valenza simbolica in quegli antichi testi ma porta la grande dignità del vivente con sé e anche si depositaria e poi tramite di visioni e saperi.
Rispetto ad un approccio politico, cosa mi puoi dire?
La nostra idea di relazione tra teatro e politica sta proprio nella metodologia di lavoro, la partecipazione non in quanto orchestrazione di consenso, ma metodo di apprendimento reciproco, al di là del discrimine del professionismo. Certo, può essere che noi formiamo anche futuri protagonisti delle scene in senso stretto, per dire: c’è un gruppetto di adolescenti che si sta formando con noi e potrebbero vedere per loro una via percorribile di futuro. Detto questo, come orizzonte sin da subito ci siamo dati l’Oriente, in quanto immaginario, in quanto non contrapposizione o antagonismo ma ulteriore possibilità oltre il nostro esausto occidente, sotto ogni punto di vista. Il nostro Occidente con i suoi rigidi binarismi è stato sin troppo al vertice di tutti i discorsi e gli assunti. Noi abbiamo bisogno di guardare all’altro da noi e la collocazione storica di Ravenna ci pone in quella condizione particolare di sguardo attivo. L’anno scorso, ci siamo ispirati sempre al potere delle scritture indiane, ma il focus vero con grande tempismo è stato quello della guerra e del genocidio perpetrato ai danni del popolo palestinese. Avevamo un sacco di bandiere in scena. Stavolta ci siamo da un lato spinti un po’ più in là perché la Cina sta tra le nostre pieghe politiche, commerciali, tecnologiche come un convitato di pietra. Ormai non è più semplicemente una serie di grandi numeri impressionanti, un data base quantitativo, ma anche un livello alto di pensabilità di futuro. Sono alti e densi di futuro in qualche modo, i contenuti con cui sta colmando la sua backwardness. Ti posso anche fare un esempio molto banale. L’altro giorno al porto di Ravenna è arrivata una nave cargo che ha scaricato migliaia di auto elettriche di ultima generazione ed il lavoro è stato svolto in un battibaleno in mezza giornata- Una energia giovane che emana anche dalla complicatissima trama, un intreccio picaresco che è poi anche romanzo di formazione: al centro in pratica una scimmia antropomorfa, o meglio un umano forse incarnazione delle migliori caratteristiche di una scimmia, caratteristiche di furbizia e destrezza, ma anche di ibris giovanile….i valori racchiusi nel sincretismo religioso sono poi gli ingredienti tipici di un romanzo di formazione….obbedienza confuciana alle istituzioni e ai maestri ma anche un sano ribellismo, una vitalità incontenibile, un essere freak e queer nella mutevolezza delle differenze, rappresentata da tutto ciò che lo scimmiotto riesce a incarnare in uno scorrere vitale secolare.
Un re scimmia di casa all’opera di Pechino raffigurato in una eccentricità da David Bowie. Un personaggio che con lievi adattamenti e slittamenti di grafia e di senso corre per tutto l’Oriente ed è tuttora ispiratore di cartoon, graphic novel e video giochi tanto da essere considerato ponte ideale tra oriente e occidente.
Molto interessante anche il fatto che il monaco che dapprima prova a fregare e che poi diverrà suo fedele compagno di viaggio, di grafia in grafia assume un suffisso sanz. Ed ecco a voi una versione ispirata e saggia di Sancho Panza. Stavolta rispetto allo scorso anno ci siamo voluti divertire, accentuare l’aspetto giocoso. Il fatto di assumere questa cifra di umiltà corale scoraggia qualsiasi aspetto di bullismo o maranzitudine, per così dire. Raramente mi sono ritrovato a dover dirimere situazioni difficili. Ma ricorda che una formazione di base da maraglio ce l’ho anch’io e so mettere a posto con la postura giusta le persone prepotenti. Non abbiamo bisogno di alludere ai prepotenti della terra di questo momento, le maschere e il loro meccanismo, evocano questioni morali a cui ciascuno può dare la raffigurazione che preferisce.
Questa conversazione con Gigio, interrotta da una chiamata urgente per sistemare il debutto mi funge da ottimo viatico per la visione dell’ultima replica, quella più affollata, sentita, calda a tutti i livelli e ad alto tasso di emotività. Nonostante le zanzare, la bellezza delle suggestioni e memorie del Cisim mi rapisce sotto un cielo rosa confetto. Lo spettacolo funziona come un musical in cui risaltano i costumi pastello dei bimbi, i giochi di luci, le melodie evocative di un oriente da cartolina, soprattutto l’energia acrobatico circense e la verve entusiastica e incantata dei più piccoli.
La morale è che non vi è nulla di epistemologicamente superiore nel mondo dell’est, dell’ovest, del sopra e del sotto, l’importante è solo e sempre il viaggio. Un viaggio che non per caso non si sposta stavolta dal giardino, perché non è tanto o solo geografico, ma interiore, conoscitivo e formativo. Insomma, il romanzo di formazione plasticamente rappresentato. Ma la parte ulteriore della serata fa parte del pacchetto. La grande cena, l’agape del Cisim in salsa romagnola e che raduna autori attori spettatori intorno alle zdaure. Salsicce, tomini verdure grigliate, vino nero e tanta allegria e commozione non accademica. Anche questo è apprendimento comunitario.