Ogni gruppo sociale, scriveva Gramsci nei Quaderni dal carcere, ha un proprio tipo di scuola, destinato a perpetuare una determinata funzione tradizionale, direttiva o strumentale. Se si vuole spezzare questa trama, bisogna che la scuola metta lo studente nella condizione di formarsi come persona capace di pensare, di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige. Capace di immaginare.
La riforma Valditara sulla scuola tecnica e la filiera professionale rappresenta un attacco grave e miope al sistema educativo italiano, con ricadute sociali e culturali che devono preoccupare tutti e richiamare la nostra attenzione, provocando in noi una reazione.
Non si tratta infatti esclusivamente di una questione di cattedre che si riducono o di didattica impoverita, fattori, in ogni caso, di suprema rilevanza. Più in profondità abbiamo a che vedere con una scelta politica ben definita, con una visione di come debbano districarsi i rapporti tra le classi sociali: relegare la scuola tecnica a semplice officina di manodopera, mentre solo dai licei uscirà la futura classe dirigente destinata all’università e poi a ruoli apicali di manager, funzionari e amministratori, detentori delle infrastrutture tecnologiche.
A peggiorare la situazione, si aggiunge il fatto che questa riforma è stata avviata a iscrizioni già chiuse, senza alcun riguardo per studenti e famiglie che hanno fatto scelte scolastiche inconsapevoli, basate su un’offerta formativa radicalmente stravolta. È un vero e proprio colpo basso da parte del ministero che lascia migliaia di giovani e i loro genitori in balìa di un sistema che cambia le regole in corsa, senza alcun rispetto per le loro aspettative e i loro bisogni.
La reazione degli insegnanti non si è fatta attendere. In diversi istituti, i collegi docenti hanno rinunciato ad adottare testi scolastici per il prossimo anno, manifestando così il dissenso verso un provvedimento che penalizza la qualità dell’insegnamento e tutelando le famiglie rispetto a un vuoto informativo da parte dello stesso ministero. Inoltre, sono stati proclamati scioperi che hanno bloccato per due giorni gli scrutini, altro segnale forte di protesta contro una legge che consideriamo ingiusta e dannosa per il futuro degli studenti e del paese.
A Bologna gli istituti scolastici principalmente coinvolti in queste forme di contestazione sono stati il Belluzzi-Fioravanti, Aldini Valeriani, Keynes, Majorana, Serpieri e Scarabelli. A sostenere i docenti ci sono poi le famiglie che hanno fatto ricorso al TAR del Lazio.
Questa riforma rischia di cancellare anni di sforzi per valorizzare il ruolo fondamentale della formazione tecnica nel nostro paese.
La riduzione delle cattedre, combinata con un modello didattico che non tiene conto delle esigenze degli studenti più fragili, condanna questi ultimi a una qualità formativa scadente e a un futuro di precarietà lavorativa sottopagata, esponendo per di più i giovani alla mercé della malavita nelle zone più a rischio dell’Italia.
Così si rafforza la differenza economica e culturale. Così si allarga la distanza tra modelli di vita e aspirazioni.
Non è un caso che il Governo scelga di investire principalmente su un’élite scolastica. La scuola tecnica viene trasformata in un serbatoio di manodopera a buon mercato per il mercato del lavoro, mentre la classe dirigente, quella dei futuri professionisti con una migliore qualità del lavoro e della retribuzione, si formerà prevalentemente all’interno dei licei, proseguendo naturalmente il percorso di studi verso l’Università e i successivi master che da alcuni anni godono di tanta attenzione, nonché di investimenti pubblici e privati. Agli studenti che si diplomano negli istituti tecnici viene proposto di proseguire il percorso negli Istituti tecnici superiori che nulla hanno a che vedere con la preparazione culturale delle università, ma si limitano a sviluppare specifiche competenze spendibili in specifici settori lavorativi.
Se ci concentriamo poi sul ruolo dei docenti, non deve sfuggire che persino all’interno di questa categoria di professionisti, la riforma Valditara crea una crepa. Non è un caso se a scioperare e a criticare i nuovi provvedimenti siano prevalentemente docenti di istituti, quando sarebbe utile una partecipazione collettiva da parte di tutto il comparto scuola. Dirò di più, le nostre proteste devono essere supportate anche dai lavoratori che abbiano a cuore una prospettiva migliore per i propri figli e per lo sviluppo economico del paese. Lo diceva Berliguer che, se i giovani lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e l’ingiustizia.
Insomma, la riforma Valditara va in una direzione opposta a quella che vorrebbe maggiore mobilità sociale al fine di ampliare la base della futura classe dirigente. La politica dell’attuale Governo vuole piuttosto rafforzare l’elitismo e disegna una società in cui ci sia la massima distanza tra chi governa e chi è governato, tra chi ha un salario inadeguato e chi ha un elevato profitto economico, poiché mantiene il controllo gerarchico dell’innovazione tecnologica.
In Italia, il legame fra scuola tecnica e università viene per questo motivo indebolito, con il rischio concreto che gli studenti provenienti dai percorsi tecnici e professionali siano sempre più esclusi dall’accesso all’istruzione superiore e dalle future posizioni di leadership nella società. La riforma non solo impoverisce la qualità della didattica per gli alunni fragili, ma frena anche il potenziale innovativo del paese, lasciando nelle mani di una élite sempre più ristretta l’organizzazione e l’amministrazione dei settori strategici.
Nel frattempo, il messaggio che sta passando tra i giovani è che lo studio e il sapere non siano prioritari nella realizzazione dei progetti di vita e di lavoro e l’università appare come un’esperienza faticosa e inutile per raggiungere traguardi.
Il rischio è sotto gli occhi di tutti: si rafforza la divisione sociale ed educativa, si alimenta una società a due velocità in cui ai giovani meno privilegiati viene negata la possibilità di un percorso formativo dignitoso e di un reale accesso a ruoli di responsabilità.
La scuola tecnica dovrebbe essere invece una fucina di competenze e innovazione, capace di rispondere sì alle sfide del mercato del lavoro, ma ancora prima di offrire pari dignità a ogni studente.
Con questa riforma si assiste a un arretramento culturale preoccupante che contribuisce a mantenere e amplificare le disuguaglianze. Se si vuole davvero investire nel futuro del paese e dei giovani, bisogna rilanciare la scuola tecnica come pilastro di un sistema educativo inclusivo e di qualità, non marginalizzarla a mero bacino di manodopera a basso costo.
In questa ottica, il rapporto tra scuola tecnica e università deve essere rafforzato, non indebolito, per garantire maggiori opportunità, indipendentemente dalla scelta che si può fare a tredici anni, sotto la pressione di tanti fattori che nulla hanno a che vedere con le aspirazioni e i sogni di un adolescente.
La questione è chiara: i Governi devono investire risorse e professionalità sugli spazi e i tempi dell’istruzione e della formazione.
In un mondo sempre più tecnologico e complesso, solo un rafforzato sistema formativo integrato, che permetta agli studenti degli istituti tecnici di accedere agevolmente all’università e di diventare protagonisti nei settori dell’innovazione, può garantire uno sviluppo sostenibile e una reale mobilità sociale.
La scuola non può e non deve essere piegata a logiche di mero profitto o selezione sociale. La riforma Valditara in questo senso è un passo indietro che l’Italia non può permettersi e che una politica di sinistra deve contrastare con proposte alternative, prima fra tutte la scelta di investire più risorse nell’istruzione, anche a costo di sottrarne ad altri servizi. Investire nella scuola e nell’università vuol dire infatti investire nel benessere generale della collettività.
Se per Gramsci la scuola non deve limitarsi a trasmettere conoscenze tecniche o nozioni astratte, ma deve promuovere lo sviluppo integrale della persona, rendendola capace di comprendere e intervenire attivamente nella realtà sociale (come emerge nelle Lettere dal carcere), più recentemente anche il Pontefice si è espresso sulla funzione fondamentale della formazione. Nell’enciclica, Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV sostiene l’importanza di politiche attive, di diritto alla formazione continua, di alfabetizzazione digitale. Sostiene la necessità di protezioni sociali quali strumenti che impediscano di lasciare indietro chi ha meno risorse, meno tempo, meno accesso. Questo perché la formazione non può essere un privilegio competitivo, ma una condizione di giustizia. (Monica di Sisto in Sinistra Sindacale)
La scuola deve essere organizzata per diventare un luogo di emancipazione e di formazione di una nuova intellettualità organica, capace di rappresentare e guidare le trasformazioni sociali, superando la mera trasmissione di saperi e promuovendo una vera funzione egemonica culturale (Gramsci, Quaderni dal carcere, libro 12).
Come insegnanti siamo per ciò chiamati a vigilare, affinché non si alimenti una società a due velocità in cui a giovani già emarginati in partenza, socialmente ed economicamente più fragili, si neghi la possibilità di avere ruoli di responsabilità collettiva.
Che si neghi loro di avere aspirazioni, desideri e opportunità. Che si neghi anche solo la speranza.