Il 2 giugno 1946 le donne entravano nella storia con una matita in mano per aprire una nuova pagina del nostro Paese. Oggi, quel testimone passa a una generazione che nella pace può vedere l’unica forma possibile di democrazia.
di Fabbri Gabriele
Il 2 giugno 2026 non è una ricorrenza come le altre. Ottant’anni fa, l’Italia non sceglieva solo la forma repubblicana; per la prima volta, la metà del Paese fino ad allora muta, le donne, prendeva parola in un voto nazionale. Entravano nelle cabine elettorali con il peso della polvere e del sangue di un conflitto mondiale ancora sui vestiti, portando con sé un’istanza che non era solo di genere, ma di sopravvivenza civile. Fu quella spinta, nata dalla Resistenza e dal dolore delle madri e delle staffette, a rendere possibile ciò di cui oggi godiamo tutti i giorni e che forse troppo spesso diamo per scontato: la democrazia.
Le “Madri Costituenti” inoltre non portarono solo il voto, ma un’etica della cura e della responsabilità che divenne l’ossatura della nostra Carta e del nostro vivere quotidiano.
Concetti che nell’Europa odierna, che parla principalmente un linguaggio di riarmo e trincee, sembrano dimenticati. Ma quel lascito di ottant’anni fa, oggi può essere invece esempio e trovare un nuovo e vibrante slancio nelle mani dei giovani. Se il 1946 fu l’anno della conquista della democrazia e della forma repubblicana, il 2026 può essere l’anno della difesa sostanziale del suo contenuto, partendo da un concetto centrale: quello della pace. Non una pace intesa solo come assenza di conflitto, ma anche come precondizione per l’esistenza stessa di ogni diritto.
Perché c’è un filo rosso che lega le donne che nel ’46 sognavano una Repubblica senza più bombardamenti e le ragazze e i ragazzi che oggi possono animare il movimento pacifista. Entrambi possono partire dal fatto che la democrazia è un corpo fragile, che può morire anche rapidamente sotto i colpi della militarizzazione del pensiero e delle risorse. Per i giovani di oggi, impegnarsi contro la guerra non è un esercizio di retorica, ma una necessità intersezionale. Sanno che non esiste giustizia sociale, né transizione ecologica, finché una grande parte delle risorse collettive viene dirottata verso l’industria bellica. Ogni euro investito in un sistema bellico è un euro sottratto alle aule scolastiche, alla ricerca universitaria e alla cura di un territorio sempre più ferito.
Certo, oggi si fa i conti con quello che è definito il “realismo” della politica istituzionale che sembra essersi arresa all’ineluttabilità del conflitto, accettando la guerra come un destino cinico e senza alternative “realistiche”. Il movimento pacifista giovanile può invece arrivare a creare un nuovo vocabolario di parole e di azioni. Fatto anche di un realismo diverso, concreto: quello di chi chiede di porre nuove basi su cui fondare la società odierna rimettendo al centro l’essere umano, di chi rifiuta la narrazione binaria del “nemico” e di chi vede nella cooperazione internazionale l’unica difesa possibile. Ma anche di creare un nuovo concetto di “sicurezza” che non si costruisce alzando muri o accumulando testate, ma garantendo dignità e diritti a tutte e tutti.
Il protagonismo dei giovani nel pacifismo odierno è anche, probabilmente, il miglior modo per onorare l’ottantesimo del voto. Votare, partecipare, scendere in piazza, allora come ora, significa scegliere quale mondo abitare. E significa anche dare una direzione ad una Repubblica che non si limita a celebrare la propria nascita, ma che pratica quotidianamente il ripudio della violenza in tutte le sue forme.
In questo 2 giugno, la memoria delle donne che ottant’anni fa impugnarono la matita si può fondere quindi con le voci di chi, oggi, impugna striscioni e propone percorsi di disarmo. Di chi vuole costruire il suo futuro. Può essere passaggio di testimone quasi naturale, ma non scontato: la Repubblica è nata per la pace, e solo attraverso il coraggio pacifista dei suoi cittadini più giovani può sperare di restare fedele a se stessa, trasformando quella matita del ’46 in uno strumento ancora capace di scrivere il futuro.