Fine estate inizio autunno 1983, Montefibre di Pallanza, Verbania. Il parterre è particolare, centinaia di proletari, operai accompagnati da mogli e figli in un clima sobrio, preoccupato ma in fondo in fondo allegro. La fabbrica è occupata dai suoi dipendenti per fermare la decisione dell’azienda di chiudere la produzione del nylon e dunque dello stabilimento. Non è certo la prima battaglia di questi operai per salvare lavoro e produzione, dal ‘75 la lotta non si è mai fermata, tra vittorie e pareggi loro sono ancora qui, e vogliono restarci. Ci sono già stati momenti di solidarietà, concerti, dibattiti, sottoscrizioni per sostenere l’occupazione ma quello di stasera è un appuntamento speciale. Sul palco, pronti a un vivace confronto, ci sono Carlo Petrini (Carlin), Francesco Guccini, un delegato operaio e il sottoscritto, giornalista del manifesto. Sopra il tavolo una bottiglia magnum di Bricco dell’Uccellone, una barbera dal bouquet commovente. Titolo dell’incontro: “Il rapporto tra barbera e lotta di classe”. Tutto da ridere, un momento di distensione tra un’assemblea, un confronto con le istituzioni, uno scontro con la proprietà della fabbrica. Carlin spiega che c‘è l’industria, certo, ma c’è anche il primario, l’agricoltura. Ci sono gli operai, certo, ma ci sono anche i contadini il cui lavoro è fondamentale, va rispettato. E poi va detto che c’è la rabbia e c’è la lotta, ma c’è anche la gioia, il riposo, e perché no, il mangiare e il bere bene, attività per l’appunto primarie. Il cibo dev’essere buono, genuino, la terra dove crescono le verdure, la frutta, la vite, dove pascolano gli animali dev’essere trattata con cura. E bisogna mangiare lentamente, masticare a lungo, degustare. E il vino non ne parliamo, la vita è troppo breve per bere vino cattivo. Guccini canta e decanta il vino d’osteria, strumento di socialità che non sempre risponde alle regole auree di Carlin, ma pazienza. Io mi arrampico sugli specchi per trovare il nesso tra la dura lotta operaia, l’impegno sociale e il colore della barbera, tra il rosso rubino intenso delle grandi etichette e il violaceo da piola. Il pubblico si diverte, c’era bisogno di un momento di leggerezza. Tra il pubblico c’è anche Gino Vermicelli, comandante partigiano, commissario politico nella Repubblica dell’Ossola, fondatore del manifesto.
A fine dibattito la cena sul tavolone più lungo che c’è. Menù, polenta e ragù d’asino, qualcuno storcerà la bocca in difesa della povera bestia ma vi garantisco che è fantastico. E ovviamente, barbera. Sono seduto di fronte a Carlin, tra Guccini e mia figlia di tre anni che non capisce dove si trova, al dibattito l’avevo lasciata nelle mani di un vecchio compagno del manifesto, Carlo Alberganti, già segretario della Camera del lavoro di Verbania. Adesso la bambina è stanca ma non riesce a dormire. Guccini si intenerisce, le canta una ninna nanna e finalmente si addormenta. Tre anni dopo, dall’Arci gola sarebbe nato Slow food, presentato nel primo numero del Gambero rosso da un editoriale di Carlin dal titolo “I forchettoni”. Il Gambero rosso uscì come inserto del manifesto, diretto da Stefano Bonilli, salvo poi prendere una strada diversa, diciamo così più commerciale. A me fecero fare un’inchiesta sulla qualità della mensa a Mirafiori – in via eccezionale ottenni l’autorizzazione dell’ufficio stampa Fiat ad andare a mangiare con le tute blu – un altro modo per legare lotte operaie e alimentazione. La mensa fresca, del resto, era nata grazie a una importante lotta operaia.
Carlin lo ricordo a metà degli anni Settanta nelle riunioni della commissione operaia del Pdup, e già lì veniva a spiegare il mondo contadino in un confronto serrato con operai e operaisti. Era determinato, positivo, allegro. Faceva il consigliere comunale di minoranza a Bra, organizzava proteste che si concludevano con la deposizione di sacchi di immondizia davanti alla casa del sindaco e al tempo stesso s’inventava la prima radio libera d’Italia, Radio Bra onde rosse. E poi eccolo nel Club Tenco. La prima sede da cui dilagò una nuova visione del mondo di sinistra ha un nome che è tutto un programma: Mendicità istruita, a richiamare la necessità di condividere, di trasformare la compassione in testimonianza di resistenza. Cazzeggiavamo nel Circolo Pantagruel, con lui andavamo a “cantare le uova”, vecchia tradizione contadina delle Langhe e del Roero che Carlin ha fatto rinascere.
In un suo prezioso articolo in ricordo del Nuto Revelli del Mondo dei vinti ha scritto della “disfatta di un mondo che non ha più compassione” che è “una disfatta peggio che Caporetto e allora per esistere bisogna incominciare a vedere negli altri, in coloro che soffrono primo fra tutti questa umanità, un elemento di amorevolezza e di attenzione. Si dice prima gli italiani, prima gli italiani intelligenti dopo lasuma il post anche ai betè” (La Stampa). Traduzione dal piemontese: lasciamo il posto anche ai tonti.
In occasione della sua morte Carlin è stato raccontato da tanti commentatori e amici come l’uomo geniale che riusciva a trascinare nel suo mondo da re Carlo d’Inghilterra al presidente brasiliano Lula, dal pescatore della Mauritania al pastore di Betlemme fino al papa. Il Carlin di Madre terra e di Slow fish. A me premeva ricordare le origini del compagno Carlin, origini e valori fondativi che non ha mai dismesso, neanche dopo essere diventato un’icona.