Tiziano Rinaldini, il fratello maggiore di una coppia di grandi sindacalisti, vecchi amici e compagni di chiunque in Italia abbia avuto a cuore i lavoratori, se n’è andato. E Tiziano aveva, per dirla con Gramsci, una connessione sentimentale con i lavoratori, in particolare quelli che una volta chiamavamo tute blu. La sua storia inizia a Reggio Emilia, Fgci e poi Pci nella cellula universitaria luxemburghiana di Bologna con Claudio Sabattini, quindi la Fiom, da Reggio a Varese a Roma, al fianco di Sabattini a seguire l’automobile. Lo ricordo nel 1977 a Torino a festeggiare per la conquista della mezz’ora di mensa alla Fiat strappata con una grande lotta che porta la sua firma, due anni dopo il contratto dei meccanici chiuso per ragioni di ordine pubblico. E poi i 35 giorni ai cancelli di Mirafiori e quel maledetto sì a un accordo subìto che Tiziano non volle dare, innanzitutto per rispetto verso chi aveva combattuto la battaglia più difficile, un sì che trasformava una sconfitta in una disfatta per l’intero movimento operaio e che avrebbe segnato la fine del sindacato dei consigli. Il suo no l’ha pagato caro Tiziano, così come Claudio Sabattini, personalità scomode dentro una Cgil che pensava che i lavoratori fossero andati troppo avanti, che avessero preso troppo potere e che era arrivata l’ora di restituire qualcosa, in realtà fu restituito molto più che qualcosa. A pensarlo era una buona fetta del gruppo dirigente del Pci a cui Enrico Berlinguer iniziava a stare stretto.
Se penso a Tiziano penso proprio al sindacato dei consigli, a una stagione magica condotta da chi molto aveva imparato dallo studio di Rosa Luxemburg e l’aveva tradotto in ideali di un comunismo anomalo, eretico rispetto alla rappresentazione prevalente. Ricordo discussioni interminabili sui delegati di gruppo omogeneo proseguite fino a un anno fa, fin quando la malattia gli ha consentito di accalorarsi con una passione indomabile. Ha continuato fino alla pensione a fare il sindacalista, sia pure non nelle collocazioni e con il ruolo che avrebbe meritato. Non ha mai smesso di leggere e studiare, al tempo stesso di socializzare la sua esperienza e il suo sapere. In Emilia ha lavorato per l’Ires-Cgil quindi in confederazione, ha animato insieme a Vittorio Capecchi la storica rivista della Fiom Inchiesta, si è impegnato nella Fondazione Sabattini. Finché ce l’ha fatta. Al suo fianco ha sempre avuto un’altra icona della Fiom, suo fratello Gianni che dei metalmeccanici della Cgil è stato segretario generale.
Averlo avuto per amico e maestro è stato un privilegio. Ciao Tiziano e un abbraccio alla moglie Lorena, al figlio Matteo, al fratello Gianni e a tutte e tutti quelli che gli hanno voluto bene.