Il teatro declinato al femminile plurale

di Silvia Napoli /
8 Maggio 2026 /

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Uno scorcio di settimana all’insegna di una prismatica lettura di ciò che può voler dire “donnità”, anche attraverso uno sguardo maschile, anche con l’ambizione di una valenza generalista, come quando si assume il maschile come categoria dell’umanità in assoluto è il bilancio di una manciata di situazioni in ambito teatrale di queste giornate partigiane. Giornate in cui cresce la voglia, la febbre di manifestare e mobilitarsi, anche ricordando staffette, martiri, gappiste, madri costituenti e in definitiva donne libere che resero grande e speciale la nostra storia proto-repubblicana.  

Ed è con questo spirito, questo zefiro libertario addosso che mi accingo a riferirvi di quanto ho visto, ascoltato e commentato. Potremmo cominciare per esempio, da un incontro -talk, sorta di intervista a cielo aperto tenutasi nell’auditorium di Damslab, che ha visto protagonisti Christian Ceresoli e Silvia Gallerano, una coppia d’arte e di vita, come li ha definiti la docente, studiosa, letteralmente enciclopedica Laura Mariani, da tempo impegnata in una poderosa nomenclatura e rilettura della presenza femminile sulle scene teatrali.  

L’occasione per questa lezione di vita, come vedremo è la riproposizione dello “storico“ spettacolo La Merda, un caso più unico che raro nel panorama produttivo e distributivo italiano di vero e proprio cavallo di battaglia, come si sarebbe detto un tempo e lavoro di e da repertorio.  

Stiamo parlando di un lavoro seminale e nello stesso tempo unico nel suo genere, un po’ come tutte quelle cose che segnano un punto di svolta soprattutto nella biografia e nel percorso artistico di chi le idea e poi le realizza. Un lavoro ad alto impatto di genere eppure scritto da un uomo, che però, aggiungo io, a distanza di 15 anni, che sono volati in un attimo, che hanno visto la fine del berlusconismo da cui quello spettacolo prese le mosse, come sistema, ma non certo delle sue conseguenze e cascami culturali, quasi antropologici o del suo farsi modello politico globale, mantiene evidentemente la sua dirompenza catartica.  

La Merda, infatti, con tutte le sue peculiarità che ad oggi rimangono tali, pone molteplici interrogazioni sulla drammaturgia nostrana, sulla stagione dei gruppi, sulla formazione, sulla epistemologia e metodologia della coproduzione creativa, su cosa ad oggi significhi fare teatro indipendente ed anche attivismo, femminismo. Sullo statuto della provocazione e della trasgressione nell’arte. Una discussione che non si abbandonerebbe mai o non si dovrebbe, perché come poi la passione interrogante degli studenti dapprima intimiditi poi via via più incuriositi e pronti ad intervenire anche con competenza e cognizione di causa ha dimostrato, le ragioni di un caso, sono tutte li oggi come allora.  

Ceresoli e Gallerano si sono concessi con generosità e pratica biografica femminista, brio e collaudata sintonia, alternando convinzioni teoriche, dettagli tecnico organizzativi i ad aspetti molto personali delle loro esistenze individuali e di coppia  

Dopo 15 anni, la Merda riproposta in migliaia di repliche, tradotta in molteplici lingue anche non proprio mainstream, mantiene un impatto leggendario e torna il 4 maggio al Teatro Duse, seguita poi qualche giorno dopo dagli esiti di un prodotto laboratoriale targato Gallerano che si chiama Svelamenti.   

Le ragioni dell’indubbio successo di un testo e di una performer pluripremiata a livello internazionale, anzi forse più in questo contesto, a cominciare dal prestigioso fringe di Edimburgo, ma, si sa, nemo propheta in patria, stanno nell’incoscienza e testardaggine proprie di tutti i pionieri e di quelli che sanno accettare il fallimento come possibile orizzonte. Soprattutto il fatto di non stare classificabili, ma di accettare uno status di scomodità di incasellamento più che di scandalo, ha fatto sì che lo spettacolo trovasse una sua misura di classicità, in qualche modo.  

La Merda, sottotitolo Partitura, mescola elevatezza tragica e trivialità, attacco al patriarcato, flusso di coscienza quasi joyciano e performance quasi degna di una Abramovic se pensiamo a Gallerano completamente nuda sostanzialmente immobile come una statua accoccolata su uno sgabello per tutto il tempo, letteralmente offerta in pasto al voyerismo del pubblico. In tutti questi quasi come se, si crea da un lato una misura appunto di classicità atemporale e dall’altro uno scatto di denuncia che da contingente oggi diventa una rappresentazione di feroce disagio mentale costante sottotesto delle nostre giornate sociali. La passività che diventa vettore di corruzione, virus di una inoculata umiliazione che ci rende complici sistemici sono ancora squadernati lì davanti a noi con efficacia inalterata. Ma tutto questo dovrebbe farci riflettere sulle debolezze dell’apparato produttivo, distributivo e forse anche formativo italiano, che magari permette anomalie che fanno storia, ma non incoraggia di sicuro lo slancio e l’empowerment delle più giovani generazioni e soprattutto, se tanto si parla di welfare culturale, non riesce ad esercitarlo nei confronti di quanti operano o aspirano ad operare nel settore. Insomma, si vuole fare terapia con la cultura sui mali sociali senza aggredirne le cause strutturali e comunque non si guarda a tutto il comparto culturale che ha la febbre alta.   

Un poco all’epoca berlusconiana grazie anche ad una straordinaria interprete in scena, Beatrice Schiros, nel ruolo di una madre padrona, asservita alle logiche del produttivismo patriarcale in un profondo nord est segnato da languori cechoviani (il giardino, il giardino!), che di Berlusconi riprende su di sé, smorfie sornione, allure banalizzante e mercantile, cadenza gergale, si rifà anche questo Defrag, seconda parte della trilogia della Memoria di uno straordinario quanto impossibile Trevisan, il cui genio tanto ci manca, per la devota scrittura scenica di Jacopo Squizzato.  

Se il primo risultato, visto sempre alle Moline, nella scorsa stagione, ovvero Sandisk, dava corpo e voce ad una sorta di magazzino ctonio, confessionale di tre giovani addetti- automatizzati a mansioni malpagate e subalterne, proiettati nel lirismo di una vita spericolata associata ad un fantomatico colpo da preparare, un terzetto tutto maschile, ormonale e patetico insieme, qui la seconda parte, auspicando si porti a termine tutta la trilogia, ci dà conto in questa sorta di trattatello socioeconomico per frammenti e squarci poetici inaspettati, di una sorta di laboriosità paradossalmente parassitaria, sospesa tra artigianato e rendita catastale. Un falso movimento senza alcun orizzonte valoriale in vista, in cui madre e due figlie, le peraltro ottime Laura Torriani e Roberta Lanave, inscenano una sorta di comitato d’affari termale, come poteva esserlo per la latinità maschile (e tutto allude ad una dimensione veneta per piccoli segni impercettibili), ambientato in una ipotetica piscina, in realtà vasca da bagno domestica, che è in realtà uno scorticarsi reciproco sui propri fallimenti personali. Anche in questo caso, l’alterità, il maschile è tutto proiettivo. Sono uomini déracinés, deboli, egotici, parassitari, “artisti”, contrapposti ad un presunto pragmatismo femminile che però sconta appunto la derivazione, l’ascendenza non già da una trasmissione di saperi femminili ma da un capitalismo appunto segnato dal discorso patriarcale, che sembra rovesciare in tutto, conducendo però ai medesimi risultati immobilisti, l’assunto delle tre sorelle cechoviane: a Mosca, a Mosca! non si darà. C’è solo una gita, per così dire, nel giro delle gallerie d’arte di Padova, sullo sfondo a dichiarare una impossibilità di vedere oltre la roba. Molto calzante tutta la costruzione drammaturgica, basata su tre monologhi che sono in realtà un dialogo fittissimo che disegna una infelicità familiare senza redenzione, tanto che è qui negata la rappresentazione della fertilità che potrebbe essere chissà, un possibile scampare ad un destino senza sorprese, ma solo smacchi.  

Terminiamo questa pur parzialissima carrellata con Compagnia Licia Lanera, ormai di casa ad Ert che anzi, qui ha scelto di festeggiare il suo ventennale, con tanto di torta e candeline, dopo aver percorso insieme a Lorenzo Donati, la Direzione artistica di Ert e il critico Graziano Graziani, tutta una carriera creativa.  

Licia Lanera magmatica, elettrizzante capocomica di spicco nella scena italiana di rinnovamento insieme ad un manipolo di autorevolezze femminili, aveva rilasciato sui social un post di grande pessimismo sulla condizione dell’artista in generale e performativo in particolare, stante la evidente volontà governativa di liquidare appunto tutte le esperienze produttive, organizzative, culturali virtuose sotto molteplici aspetti, compresa l’affluenza di pubblico giovanile per esempio, i codici linguistici più contemporanei, l’appeal internazionale. Immediata era stata la reazione solidale, affettuosa e preoccupata di amici, sodali, compagni di strada, ammiratori. Ma dopo questa prima dell’ultimo lavoro James, Lanera si mostra in grande spolvero, affilata, commossa, pop, al di sopra di ogni possibile addebito di trivialità, come solo lei sa essere e come tutti i teatranti di razza sempre sono quando possono appunto lavorare ed esprimersi così, nella modalità pur faticosissima, rischiosa, sfibrante che hanno scelto ed è loro congeniale.  

James è un lavoro a mio avviso molto più complesso di quanto sembri, che sceglie una via apparentemente naif, sboccata, divertente come una stand up di raccontare uno sperdimento personale, di genere, che diventa poi anche generazionale, esistenziale ed assoluto: una scommessa con l’Amore e con la Morte da cui usciamo tutti perdenti o quantomeno ammaccati.  

L’arte, la vita, la rappresentazione, tutto deraglia progressivamente in questo lavoro corale, che sceglie anche in questo caso di agire dialoghi che sembrano monologhi e viceversa, in una allusione e rielaborazione pirandelliana continua che diventa poi apertamente citazione dai 6 personaggi in cerca di autore.  

La vertigine dell’intercambiabilità dei ruoli che è propria delle possibilità della scena, ma in fondo anche della vita, in cui caso e scelta consapevole si contendono il nostro destino di finitezza, diventa amarissima nella parte finale del lavoro, quando con un colpo di teatro inaspettato, andiamo a scoprire chi sia quel James cui in quanto spettatori, persi nel gioco delle battute e dei rimandi tra le classi di età e gli orientamenti sessuali, ormai non badavamo più e che nel massimo della finzione, ma anche di quello che è un paradigma didascalico da Pinocchio in poi, è addirittura un fantoccio.  

Licia Lanera sceglie il paradosso di due attori che interpretano animali in scena a ricordarci tutto il coté specista e il nostro mondo, la nostra bacchica provenienza che mettiamo tanto spesso tra parentesi, e l’altro di un umano – burattino, che tali gli altri sono spesso così nella nostra fantasia proiettiva onnipotente. Le conclusioni sono ahinoi dolorosissime: non ci salverà una cieca presunta generosità di razza bianca privilegiata dalla insondabile ingiustizia della morte.  

Uno spettacolo che stratifica con ambizione esuberante tutte le più grandi contraddizioni di civiltà, raccontando in apparenza i problemi, i tic, le idiosincrasie di una compagnia teatrale, un poco cialtrona come si confà anche al nostro limitatissimo aderire alla vita di tutti i giorni. Siamo un tutti quanti, animali in scena con un copricapo paraocchi, portati più o meno consapevolmente al macello e gli occhi si fanno lucidi su questa presa d’atto.  

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