L’emergenza abitativa esiste e dovrebbe essere un grande tema di sinistra

di Rinaldo Gianola /
7 Maggio 2026 /

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Il Piano Casa proposto dal governo Meloni suscita qualche timore a prima vista perché prevede da subito un’accelerazione delle procedure di sfratto che rischia di colpire, un’altra volta, le categorie sociali più fragili. Il programma del governo per affrontare la questione abitativa, uno dei gravi problemi del Paese, può essere solo propaganda e si vedrà se ci saranno atti coerenti. Non c’è dubbio, però, che è urgente riproporre in termini coerenti e, si spera, non episodici il tema politico dell’intervento pubblico sulla casa. Il Piano Meloni prevede dieci miliardi di euro di investimenti in dieci anni per rendere disponibili 100mila case popolari o a prezzi calmierati, con il corollario di un impulso all’housing sociale e il dimezzamento degli oneri dei notai per la compravendita.

La filosofia di fondo, emersa già in passato con altri governi di colore diverso, è di recuperare e valorizzare il patrimonio pubblico, troppo spesso abbandonato e non utilizzato. Il problema da risolvere alla fine è chi metterà i fondi, altri fondi (dieci miliardi in un decennio sono pochi, i comuni sono già in allarme e chiedono chiarimenti), e la soluzione interessante è di impiegare la Investimenti Immobiliari Italiani, società di gestione del risparmio controllata da Tesoro, per raccogliere e destinare al Piano Casa le risorse nazionali ed europee. La creazione di un grande fondo pubblico, dove possono confluire anche i contributi della Ue e dei privati, può essere la strada da perseguire per velocizzare e garantire gli interventi.

La casa non è un bitcoin, ma trionfa la speculazione

La questione abitativa è diventata un’emergenza in molte città italiane ed europee, la casa ridotta a mercato, a speculazione e profitto, diventa un ulteriore fattore di divario sociale. Bisogna ripensare e ricominciare da capo, dalla Costituzione si potrebbe suggerire. La casa non è una merce qualsiasi, è un diritto. Sulla base di questa semplice considerazione l’Unione europea ha deciso di affrontare l’emergenza abitativa determinata non solo dalla mancanza di abitazioni per un ritardo nelle politiche di rigenerazione urbana, ma soprattutto dalla irrefrenabile crescita dei prezzi a causa di fenomeni speculativi. La casa è diventata per la finanza e i capitali un investimento altamente remunerativo come “l’oro e i bitcoin” sostiene la Commissione Ue e dunque bisogna porre dei limiti e intervenire per fermare la progressiva finanziarizzazione dell’edilizia. Il progetto europeo Affordable Housing Plan contiene una serie di misure che abbina interventi regolatori e politiche di edilizia sociale con la spinta a mobilitare capitali pubblici e privati, nel tentativo di affrontare uno dei principali problemi economici e sociali dell’Unione. Un piano che dovrebbe essere complementare con il progetto New european Bauhaus finalizzato alla costruzione di nuove abitazioni più sostenibili dal punto di vista ambientale.

La questione abitativa in Europa come fattore di povertà

La casa è diventata negli ultimi anni uno dei fattori principali dell’impoverimento delle famiglie, accanto alla perdita del lavoro e al crollo del potere di acquisto dei salari. Il dato sostanziale, ha denunciato il commissario europeo alle politiche abitative Dan Jorgensen, è che nell’ultimo decennio il costo delle case è cresciuto del 60% (media dell’Unione). Un aumento insostenibile, anche perché le famiglie non hanno certo registrato benefici così rilevanti sul fronte delle entrate. Il rialzo dei costi dell’abitazione sta producendo un’ondata di espulsioni silenziose dalle grandi città e una distinzione sempre più netta tra chi sta sopra e chi sta sotto nella scala sociale. Nei principali centri urbani europei la pressione su affitti e prezzi delle case sta ridefinendo la composizione sociale, spingendo residenti storici e classi medie verso la periferia. L’esodo dalle grandi città è un fenomeno europeo e molto americano, famiglie e giovani rinunciano alla vita in città non per scelta culturale, ma a causa dei costi proibitivi dell’alloggio. Negli Stati Uniti il tema della sostenibilità abitativa è ormai una prioritaria questione politica ed è stata al centro della campagna elettorale che ha portato il giovane democratico Zohran Mamdani a diventare sindaco di New York.

Guardare indietro, il più grande piano pubblico per la casa

In Italia per trovare un intervento pubblico a favore della casa per tutti bisogna tornare indietro di circa settant’anni, quando la Dc era un partito di massa e di governo capace di proporre grandi riforme e investimenti per la rinascita post-bellica. Altri tempi, si dirà. Ed è vero. Forse le politiche pubbliche di ispirazione solidale non sono più di moda, i sospettosi sentono subito odore di soviet, ma non si può lasciare tutto al mercato.

Oggi il successo politico di alcuni sindaci sensibili alle più gravi questioni sociali, a New York, a Seattle e prima a Londra e a Barcellona, possono aprire una stagione diversa. In Italia manca da decenni una coerente politica della casa a favore dei ceti sociali economicamente più deboli. L’intervento più importante nella storia della Repubblica è stato il Piano Casa Fanfani. Prendeva il nome dal suo promotore Amintore Fanfani, uno dei “cavalli di razza” della Dc, che contribuì a creare il più grande patrimonio di edilizia residenziale pubblica, una vera e profonda novità sul mercato della casa. Un Piano finanziato attraverso la Gescal, un fondo creato con i versamenti dei lavoratori e dei datori di lavoro e in parte del bilancio pubblico.

Dopo la sua abolizione non c’è stato un programma pubblico della stessa rilevanza politica e dello stesso impatto sociale.  In Europa il nostro Paese ha la più bassa percentuale, rispetto al numero di abitanti, di alloggi in affitto e tra questi il livello più basso di alloggi sociali. Secondo una ricerca dell’Ocse del 2023, a fronte di una media europea in cui otto case su cento sono in mano pubblica (mentre in Austria, Danimarca e Olanda il rapporto sale a venti su cento) in Italia sono poco più di due su cento. È vero, peraltro, che chi vive in affitto è una minoranza: il 18,0% delle famiglie residenti nel 2024, a fronte del 73,5% che ha, invece, un’abitazione di proprietà (il restante 8,5% si riferisce ad abitazioni in usufrutto o uso gratuito). Il segno del successo per gli italiani è la casa di proprietà, il mutuo accompagna le generazioni, ma la realtà è che le case non bastano e molti non ce la fanno né a comprare né a sostenere un affitto di mercato.

Ecco perché è importante una politica pubblica per la casa, per risolvere una questione sociale strettamente collegata con la moltiplicazione del numero di famiglie povere. Una crisi che andrebbe affrontata con provvedimenti pubblici, articolati, pluriennali, possibilmente condivisi a livello parlamentare per renderli più forti. Un terreno di battaglia politica che dovrebbe essere della sinistra.

Questo articolo è stato pubblicato su Striscia Rossa il 4 maggio 2026

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