Questo 25 aprile

di Livio Pepino /
25 Aprile 2026 /

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Ogni 25 aprile ha una sua specificità, anche se non sempre l’impatto è rilevante come quello del 1994 che segnò la ripresa (momentanea) della sinistra dopo la vittoria elettorale di Berlusconi. Quest’anno non è tempo di festa. Da festeggiare c’è, infatti, assai poco con la situazione nazionale e internazionale in cui siamo immersi. È tempo, piuttosto di analisi e di messa a punto di una reazione adeguata contro lo status quo. Come in altri periodi della nostra storia. Ricordo il 1960, quando il ciclo di lezioni organizzato a Torino da Franco Antonicelli su antifascismo e resistenza, fu – come è stato detto – la preparazione per una ulteriore lezione: quella dei moti del luglio, a Genova, contro il programmato congresso del Movimento sociale italiano. Ebbene, quest’anno, il 25 aprile ci richiama a tre questioni, fondamentali nell’ormai lontano 1945 e di nuovo di prepotente attualità: la liberazione dal fascismo, la fine della guerra voluta da Hitler e Mussolini e l’adozione della Costituzione repubblicana, frutto della Resistenza.

Il fascismo, sconfitto 81 anni fa, si ripropone nella società, nella politica e nelle istituzioni. Ci sono delle diversità, come inevitabile dato il mutato periodo storico e il cambiamento del contesto, ma la sostanza è la stessa: il militarismo, il culto della guerra e della nazione, il disprezzo per la cultura, la vocazione autoritaria, la teorizzazione della disuguaglianza, il rifiuto del diverso e dei migranti, l’organizzazione dello Stato in base a cordate parentali e amicali. Troppo spesso, negli ultimi anni, ciò è stato sottovalutato e, anche dopo la vittoria delle destre nelle elezioni del 2022, molti “cattivi maestri” hanno continuato a sostenere che eravamo di fronte a un semplice, fisiologico cambio di governo. Non era così ed oggi, seppur tardivamente, cresce la consapevolezza che siamo di fronte al tentativo di instaurare, di nuovo, un “regime reazionario di massa” per usare parole di Antonio Gramsci. Lo dimostrano, nonostante il doppiopetto indossato dagli improbabili nuovi gerarchi, la continua umiliazione del Parlamento (che si vorrebbe nuovamente ridotto ad “aula sorda e grigia”), il perseguimento di un contatto diretto e senza mediazioni del capo con il popolo (praticato dalla presidente del Consiglio in attesa di formalizzarlo con l’introduzione del premierato assoluto), l’azzeramento dei meccanismi di controllo e dei relativi poteri (che ha avuto la manifestazione più eclatante nella “riforma della giustizia”, respinta solo dal voto popolare), il tentativo di occupare i luoghi della cultura e di riscrivere la storia, le politiche economiche di favore nei confronti dei poteri forti (maldestramente occultate da un populismo verbale privo di contenuti), le leggi di contrasto dell’immigrazione fondate sull’identità nazionale e sulla razza (vere “leggi razziali” del nuovo millennio, secondo una lucida definizione di Gastone Cottino), la repressione capillare del dissenso con abbandono di alcuni tratti dello Stato di diritto, la non nascosta ammirazione per i campioni internazionali dell’autoritarismo (a cominciare dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump). Alcune forti resistenze sociali, le grandi mobilitazioni dell’autunno scorso e, in ultimo, la vittoria del no nel referendum hanno momentaneamente bloccato quel disegno ma è ormai chiaro ai più che una seconda legislatura a trazione Fratelli d’Italia sarebbe devastante e, anche grazie all’esperienza accumulata in questi anni, porterebbe alla fine della forma di Stato disegnata dalla Costituzione del 1948. A ciò – e alla necessità, come obiettivo primario, di evitare una nuova vittoria della destra nelle elezioni del prossimo anno – ci richiama questo 25 aprile.

La Liberazione segnò, nel 1945, anche la fine della guerra voluta da Hitler e Mussolini. La conclusione del conflitto e le devastazioni (materiali e morali) da esso prodotte portarono al bando della guerra: nel diritto internazionale, nell’articolo 11 della nostra Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”), nel sentire diffuso degli uomini e delle donne. Ciò non ha eliminato le guerre nel mondo ma le ha, in qualche misura, limitate per quattro decenni e, soprattutto, ha prodotto la loro diffusa condanna da parte dell’opinione pubblica mondiale. Con il nuovo millennio – e oggi più che mai – lo scenario si è ribaltato: la guerra è tornata ad essere strumento ordinario di definizione dei conflitti tra gli Stati, la forza ha sostituito il diritto e soppiantato gli organismi internazionali, è stata di nuovo sdoganata la possibilità di uso delle armi nucleari, il genocidio viene praticato impunemente e su larga scala da Israele nei confronti del popolo palestinese (cancellando il “mai più” proclamato dall’umanità sulla porta di Auschwitz), la corsa alle armi cancella ovunque le conquiste dello Stato sociale. Tutto ciò, oltre ad essere praticato, è teorizzato da politici e capi di Stato (a cominciare dal presidente degli Stati Uniti che vorrebbe, per di più, essere insignito del Nobel per la pace). E il veleno si diffonde. Anche nel nostro Paese intellettuali considerati progressisti deplorano il decadimento dello spirito bellico prodotto da decenni di pace e, replicando il delirio dei futuristi, considerano la guerra come “igiene del mondo”. Da qualche tempo il mondo – i giovani soprattutto – ha cominciato a reagire. In questo contesto di reazione si colloca questo 25 aprile che propone alcuni imperativi irrinunciabili: il ripudio della guerra, il valore assoluto della pace, il rifiuto di ogni forma di riarmo e l’impegno a negare l’appoggio a qualunque forza politica che lo pratichi e lo sostenga.

La Costituzione del 1948 è il portato della Resistenza: per questo la si celebra il 25 aprile. Oggi essa è sotto attacco, svuotata dei suoi valori, delegittimata nel suo significato, picconata nella prassi e con reiterate proposte di modifica. Ad essere attaccati sono i diritti sociali fondamentali (dalla salute al lavoro), il diritto al futuro delle nuove generazioni (con la negazione di fatto della crisi climatica) e le libertà politiche (con provvedimenti legislativi che minano le basi dello Stato di diritto spingendosi a prevedere come delitti l’espressione del dissenso e la resistenza passiva). Questo attacco è plasticamente rappresentato dall’approvazione, proprio alla vigilia del 25 aprile, della legge di conversione dell’ennesimo decreto sicurezza che, più ancora dei suoi precedenti, straccia letteralmente la Costituzione (tanto da provocare un esplicito richiamo del presidente della Repubblica, di cui è ben nota la prudenza nell’esercizio del potere di verifica della conformità costituzionale delle leggi). Non basta. Ad essere messo in discussione è – come già detto – lo stesso assetto istituzionale previsto nella Carta del 1948: con la legge di modifica dell’ordinamento della magistratura, la realizzazione dell’autonomia regionale differenziata e la proposta di istituzione del premierato assoluto. La prima modifica è stata cancellata, come noto, dal voto referendario; la seconda è stata in buona parte devitalizzata dalla Corte costituzionale; la terza è stata messa in stand by dalla sconfitta referendaria ma non è difficile prevedere che la manovra si riproporrà attraverso nuove strade. In questa situazione il 25 aprile, in continuità con l’univoca indicazione del voto referendario, richiama alla necessità di una difesa senza se e senza ma della Costituzione repubblicana.

Questo deve essere il 25 aprile del 2026.

Questo articolo è staton pubblicato su Volere la luna il 24 aprile 2026

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