Rasoi

24 Aprile 2026 /

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Martedi 28 aprile alle ore 20 e 30, presso il Centro Giorgio Costa, in Via Azzo Gardino.48 (Bologna), il manifesto in rete presenta “Per una critica politica della pace e della guerra. Un confronto” (Cronopio), il nuovo libro di Pierandrea Amato (Università di Messina) e Valerio Romitelli (Università di Bologna). Ne discuteremo assieme agli autori, in dialogo con Sandro Mezzadra (Università di Bologna). Modera il dibattito Silvia Napoli (il manifesto in rete). (LOCANDINA DELL’EVENTO QUI) Di seguito un contributo di Silvia Napoli sul libro, buona lettura.

Probabilmente il titolo di una collana che si chiama Rasoi – tra l’altro nomenclatura a me molto cara rammentandomi uno spettacolo di Enzo Moscato, uno degli indiscussi maestri dell’avanguardia teatrale napoletana – per i tipi della partenopea casa editrice indipendente Cronopio, dovrebbe far riflettere sulla postura dei testi pubblicati.

Infatti la riflessione ci torna utile a partire da questo oggetto abbastanza anomalo, ovvero Per una critica politica della guerra e della pace, sottotitolo un confronto, che a partire dall’inusuale formato di libello che viene a rammentarci i pamphlets polemici, ormai rimossi perché sostituiti dai più “facili” tutorials della qualunque, o sunti wikipediani nell’ispirazione, ci parla di una urgenza, di una necessità cogente di stare nel campo di tensioni davvero assoluto e dunque vertiginoso che il titolo ci annuncia.

Ancora, il fatto che nessuna delle categorie citate tuttavia sia maiuscola, ci dice ancora che il mandato del confronto, conflittuale ma non polarizzato, tra i due autori Pierandrea Amato e Valerio Romitelli viene da una spinta forte a misurarsi senza filtri e senza schematismi pur dentro le reciproche griglie di appartenenza, con sorprendente, considerati i tempi, disinvoltura, con quella che un tempo neanche tanto lontano si sarebbe chiamata Teoria, dapprima posta in parallelo, poi decisamente contrapposta all’onnipresentemente citata Prassi, poi secolarizzata ancora nelle pratiche, non solo quelle burocratiche ahinoi, ma le best practices, le pratiche virtuose da mettere in circolo, nel circo massimo infine di una socialdemocrazia sbiaditissima, che ha espunto cambiamenti radicali dal suo orizzonte di pensiero e, oltretutto deprivata di un welfare glorioso, ancorché strategicamente infarcito di patriarcato di controllo, si accontenta di un bricolage conto terzi, che ignora volutamente le dinamiche coloniali da cui è letteralmente assediato.

Ma potrebbe mai esistere un pragmatismo funzionale ad una progettualità se non accompagnato da un buon impianto epistemologico? E guarda caso in coincidenza di cosa, il welfare glorioso, dalla culla alla tomba è sparito dai nostri radar? In un mondo globalizzato, ma non certo internazionalista, in cui tutti grandi tentativi federativi segnano il passo, la crisi verticale delle grandi organizzazioni internazionali di pace e cooperazione si accompagna ad una combo micidiale di crisi della razionalità illuminista e contemporaneamente delle grandi religioni monoteiste, penuria di risorse prime, collasso ecosistemico, demografia impazzita, emergenze sanitarie senza precedenti recenti, il tutto condito da super accelerazionismo tecnologico, gli Stati pur zoppicantissimi nella tenuta valoriale, tornano protagonisti con le forme di violenza di loro competenza, ovvero l’apparato di repressione interna e naturalmente la difesa/offesa bellicista, preventiva o di reazione ormai intercambiabili, sovrapponibili.

Ed ecco pur nelle differenze e divergenze, i nostri autori sono qui a ricordarci che quel portato di ribaltamento, di metanoia, cosi tenacemente apparentemente appiattito ed altrimenti assicurato come succedaneo dall’oppiaceo ipermercantilista, torna ad esprimersi con forza con guerre diffuse, non più tanto ai margini dei decadentissimi imperi, ma in cerchi concentrici sempre più limitrofi al “core” o cuor di civiltà, paventando di nuovo una minaccia di annientamento umano e di specie, ormai possibile in varie forme e tempistiche a catena, come non si paventava dalla guerra fredda e mai dopo la caduta del muro, nonostante focolai distruttivi e premonitori si fossero attizzati proprio da li in poi.

A questo punto un dubbio, a cominciare dalle parole di papa Bergoglio, che già faceva veggenza su una tragica prospettiva di terza guerra mondiale a pezzi e durata pluridecennale con conseguente impauperimento e imbarbarimento generalizzati, una questione sottintesa con cui questo libro ci mette in relazione interrogativa è quali siano la natura della guerra e della pace, se siamo anche in buona sostanza in grado di nominare, distinguere e scegliere tra queste due condizioni, visto che comunque sicuramente solo il nostro colonialismo ci ha impedito fin qui di stare nella consapevolezza di 150 conflitti sparsi per il pianeta.

Un’altra domanda bruciante sottintesa è quella inerente le responsabilità: se la maggioranza di noi, comuni citoyens, non ha innescato almeno direttamente o apparentemente genocidi, se non se ne considera responsabile, a chi stara la responsabilità della pace? Quale è la natura della stessa? chi come dove la fa e la costruisce? In quali luoghi e tempi? E naturalmente chi scrive, ossessionata negli ultimi due anni da queste tematiche e spaventata da quanto tutti gli aforismi brechtiani ancora e ancora, anche se a sigle rovesciate, si stiano rivelando attuali ha preso atto da tempo del fatto che si fa presto a dire pacifismo e quanti tipi di pacifismo storicamente esistano, a connotazione coloriture diversificate naturalmente a seconda della fase storica e dei movimenti a cui questo pacifismo si fa compagno di strada. Una lunga strada insomma lastricata di non violenza, ma anche azioni di sabotaggio, pratiche ecologiche, antimilitarismo, antinuclearismo, antiautoritarismo, umanesimo, educazione relazionale, approccio culturale e formativo (basterebbe trascorrere mezza giornata in laboratorio con la scuola di pace di Montesole per rendersi conto di questi aspetti), una strada ricca di personaggi, attivisti, intellettuali e possiamo tranquillamente riferirci a Danilo Dolci, Capitini, Valerio Minnella. Senza contare gli appelli alla diserzione nei fatti bellici o il sostegno ad essa, ma anche ad una diserzione in senso più ampio da parte di Franco Berardi Bifo, il richiamo continuo al disarmo, al non allineamento, al rifiuto di risolvere gravissime crisi economiche con il solito grosso investimento nell’industria bellica, quando tutti gli altri sporchi commerci multinazionali implodono in un mix incrociato di ricatti complotti e competizioni tra fazioni del grande capitale.

Questo libretto però non è movimentista, non suggerisce ricette appunto pratiche, senza imbarazzi e senza come si diceva, la pomposità delle maiuscole, va al cuore storico filosofico del problema, che è la relazione tra guerra e politica, una tensione che entrambi gli autori danno per costante, alimentata com’è in sottotesto da una palese asimmetria di potere tra le classi.

Il pensiero femminista ci ricorda come una certa quasi confortevole idea palingenetica della guerra come possibile paradossale pur se strettoia, via d’accesso ad un mondo migliorato, quasi edulcorato, se non pacificato e comunque più puro e prospero, (se non altro per il “tutto da ricostruire” materiale, ma anche nell’ordine sociale e del simbolico), sia sempre stata trasversale tra gli schieramenti. Le feroci divisioni tra socialisti e movimenti femminili dei primi novecento, sono li a testimoniarlo, cosi come è vero che ogni grande rivoluzione del secolo scorso e non solo sia quasi sempre risultata corollario di guerre devastanti.

Eppure, ora come ora siamo di fronte a scenari inediti, impensati che ci suggeriscono da un lato di tornare a un po’ di fondamentali teorici, per sfrondarli di psicobiologico e leggerli nella loro materialità storica e dall’altro di considerare i processi costituenti della trasformazione sociale così come i blocchi geo politici in rapido mutamento in maniera attenta, vigile e intersezionale /convergente.

Questo agile volumetto con passione e determinazione che lo fanno leggere d’un fiato, si occupa come avrete inteso, del primo aspetto della questione. Nato come confronto alla distanza tra due saggi on line, ora diventa un botta e risposta cartaceo che cerca tra i nobili padri putativi del pensiero strategico e d’altro canto delle genealogie del sapere e dunque del potere, un gancio febbrile con l’oggi più bruciante.

I due pensatori, Valerio Romitelli, storico politico che ben conosciamo e Pier Andrea Amato, filosofo, intellettuali contro la guerra, ma pacifisti nel senso corrente del termine, probabilmente no, si riferiscono a nomi quali Von Clausewitz, Schmitt, Marx, Badiou, Mauss, Tronti, Deleuze, ma principalmente concentrano il nucleo caldo dei loro punti di convergenza e pure disaccordo sulla lezione foucaultiana.

In particolare la suggestione forte è data dall’assunto dominante sin dalla prima lezione del ciclo al College de France, denominato Bisogna difendere la Società. La tesi è che, rovesciando l’assunto arcinoto che la guerra sia la continuazione politica con altri mezzi, la guerra sia la condizione primaria della politica e non la sua eccezione. Non ciò che essa inibisce, ma ciò che essa propaga. Conseguentemente, la guerra è la cifra stessa della pace. La pace è ciò che in buona sostanza permetterebbe alla guerra, lasciando esprimere al culmine i rapporti di forza sociali, di esprimersi incessantemente. Infatti le nazioni sono sempre organizzate emergenzialmente come fossero in guerra. La guerra è una condizione permanente che agisce soprattutto all’interno della società nei suoi rapporti più repressivi.

E parrebbe difficile nella situazione italiana attuale contestare queste affermazioni seppur così radicali e “pessimiste”, secondo una ricerca un po’ buonsensaiola di presunti sol dell’avvenire. Nel capitolo titolato leggiadramente da Romitelli, Per una diserzione creativa, lo storico prova a mettere in fila punti in comune e punti di frizione tra il suo pensiero e quello di Amato. Rivendichiamo entrambi una scelta da disertori, dicendo un convinto no al fatto della guerra. Però si affretta ad aggiungere che forse non siamo precisamente d’accordo sul cosa si intenda per guerra e dunque anche sul che fare.

Qui il discorso si fa sottile come non mai e molto interessante, visto che ci stiamo riferendo a due intellettuali, che annoverano tra i loro titoli, rispettivamente la rivolta e l’immagine carnefice, nel caso di Amato, oppure nel caso di Romitelli. La felicità dei partigiani e la nostra, organizzarsi in bande. Difatti, il primo, pensando a Gaza, si chiede se evocare la pace in un contesto così feroce e politicamente sopraffattorio non suoni quantomeno ambiguo, optando per un più minimale cessate il fuoco, assai comunque improbabile come tristemente sappiamo.

Romitelli dal canto suo accorda alla guerra lo status di fatto totalizzante, ma lo include tra altri, non lo considera quello totalizzante per eccellenza, perché ci vedrebbe una ineluttabilità quasi ontologica, tale da rendere anche la lotta di classe una espressione guerresca e non destinata ad esiti costruttivo-alternativi.

Il tema quindi non sarebbe bellicismo vs pacifismo, ma ricercare una sperimentazione politica alternativa al regime capitalista. Sono grandiose si le analisi del dispiegarsi dei dispositivi di potere in Foucault, ma presuppongono di stare nel perimetro della famosa governamentalità. Cosa che fa confondere costantemente guerra e politica anche pervasivamente nella società, rendendo la politica succube alla guerra.

Per Romitelli, sia pure per brevi fasi, la politica se non un primato può avere una sua autonomia e ne consegue che la pace è una tensione, uno stato temporaneo costantemente minacciato di precarietà. Particolarmente appassionante nel libro, come avrete compreso densissimo, anche se apparentemente asciutto, la disamina amorevole quasi di Amato sui pregevolissimi studi di Romitelli sullo status del partigiano, che esce dalla logica della guerra statuale ed organizzandosi per bande, persino dalla retorica resistenziale inventando una forma di fuoriuscita dalla governamentalità, proprio perché la figura in sé è un evenement e come tale non vanta genealogie. Tuttavia, dice Amato, Romitelli facendo convergere un po’ arbitrariamente Schmitt e Foucault, contestualmente li accusa di non volerne più sapere della politica intesa come esperienza creativa, felice, inventiva, essenzialmente di condivisione (che evidentemente i partigiani organizzati per bande prefigurano).

Il duello di fioretto, che nella lettura tende a comporsi quasi come una sorta di epistolario, un epistolario d’amore perché ribadisco, con forza, l’amore per le proprie discipline e il dibattimento, il desiderio propriamente detto di discutere come in un’agorà, traspare fortissimo e coinvolge, anzi travolge il lettore ha i suoi punti di acme tutt’altro che conclusivi, sul genocidio del popolo palestinese che ci chiama appunto ad un duro confronto con le nostre radici culturali e sul concetto di annientamento totale ovvero se sia persino per noi pensabile cosi come il nulla l’arma di annientamento di massa.

Insomma, un testo in dialogo con chi legge e con il presente, pur cavalcando tutta la storia della filosofia dai presocratici, perché già dialetticamente mosso in sé e stuzzicante tra il rincorrersi di analogie e divergenze continuo.

Non solo per voi sarà appassionante leggerlo, ma se potrete, sarà un modo ulteriore di partecipare alla vita pubblica ed opporsi allo stato di cose presente, anche assistere alla presentazione, prevista per il 28 di aprile tra Liberazione Festa dei Lavoratori, data più accuratamente scelta non si potrebbe presso… Presentazione a cura di manifesto in rete. In dialogo tra loro e con voi saranno Valerio Romitelli e il prof Mezzadra, grande esperto di quegli scenari internazionali ormai da definirsi distopici, cui accennavo sopra. Moderazione a cura di Silvia Napoli per circolo Manifesto.

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