Prevenzione e sicurezza sul lavoro al femminile (seconda parte)

di Maurizio Mazzetti /
19 Aprile 2026 /

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Nell’articolo pubblicato lo scorso 23 marzo (https://www.ilmanifestoinrete.it/2026/03/23/prevenzione-e-sicurezza-sul-lavoro-al-femminile) partendo da esame e commento dello specifico Dossier Donne pubblicato dall’INAIL in occasione della ricorrenza dell’8 marzo, si era iniziato a descrivere i possibili approcci al rischio, o meglio ai rischi, specifici legati alle differenze di genere. Ciò in quanto è posizione sempre più diffusa, in base a ricerche empiriche peraltro piuttosto recenti, che la differenza sessuale, anche qualora non costituisca un rischio a sé stante, quantomeno configuri diversamente tutti gli altri rischi; da qui la necessità di valutazioni ed interventi preventivi ulteriori e diversi. Quanto poi tali valutazioni ed interventi specifici siano diffusi, e quanta sia la consapevolezza di tale specificità tra gli operatori, è altro discorso; l’impressione parziale, se si dà anche solo una sommaria scorsa ai pacchetti formativi disponibili sul mercato, è che sia scarsamente diffusa.

Rinviando al suddetto precedente articolo per la Guida INAIL per la valutazione dei rischi in ottica di genere, che pure implicitamente riconosce le suddette specificità, proseguo ora con l’esposizione dell’invece decisamente esplicito dossier “Prévention des risques professionnels: vers une meilleure prise en compte des différences entre femmes et hommes?” (Prevenzione dei rischi professionali: verso una maggiore considerazione delle differenze tra donne e uomini?). del francese INRS, ed in particolare dell’articolo Sexe, genre et prévention des risques professionnels (Sesso, genere e prevenzione dei rischi professionali).

Circa i fattori di rischio diciamo tradizionali, cioè fisici, chimici, biologici, e relativi impatti differenziati di alcuni rischi lavorativi sulla salute femminile non solo riproduttiva, , in particolare quella riproduttiva, esistono specificità biologiche (ormonale, immunitaria), con fattori di vulnerabilità specifici per sesso ed età (agenti allergenici o interferenti endocrini), fisiologiche, su capacità funzionali cardio-respiratorie e muscolari, e morfologiche, poiché arredi, strumenti di lavoro e DPI non sono sempre adattati alle diverse corporature. Il dossier prosegue approfondendo l’esposizione differenziata a determinati fattori di rischio, le attività con usura professionale più marcata per le donne, il tutto cumulato alle attività extra-lavorative, che possono comportare una ulteriore esposizione a fattori di rischio biomeccanici e psicosociali.

Il dossier dell’ente france se INRS sostiene inoltre un approfondimento tesi, stimolante anche quando non completamente convincente, circa la distribuzione di genere di professioni e attività, basata sulle statistiche francesi, che pure a grandi linee dipingono un quadro sostanzialmente sovrapponibile a quello italiano. Nella suddetta distribuzione sono ritenute fondamentali quelli che dal dossier traduciamo come determinanti socioculturali: vi sarebbe precoceattribuzione di ruoli, attitudini e competenze presunte in base al sesso, e conseguenti orientamenti scolastici e professionali, nei comportamenti extra-professionali nella sfera familiare e personale. Le donne avrebbero attitudini “naturali” nei relazionale, letterario, psicologico e linguistico, con propensione alla cura e ad attività sociali/educativi; agli uomini avrebbero maggiori capacità nei campi matematico, fisico e meccanico, con orientamento orientandoli a professioni tecniche e “ingegneristiche”. Dal punto di vista fisico, le donne sarebbero sarebbero più meticolose e quindi più adatte a compiti di precisione, mentre gli uomini sarebbero più adatti a compiti con sforzi anche muscolari intensi e/o svolti in ambienti fisicamente ostili (intemperie, rumore, polvere…). Questi che ben possiamo definire stereotipi sfociano in settori attività prevalentemente maschili (edilizia, lavori pubblici, trasporti, in parte meccanica ed elettronica) e altri prevalentemente femminili (assistenti materne, segretarie, collaboratrici domestiche, badanti, addette alle pulizie, addette alla registrazione dati). E’ immediatamente evidente che da ciò deriva da un lato per gli uomini una tendenziale sovraesposizione degli uomini ai rischi fisici (movimentazione di carichi pesanti, esposizione al rumore, vibrazioni, polveri minerali…), mentre sono sottovalutati alcuni rischi nelle attività a prevalenza femminile, in che siano, tipicamente, quelli psicosociali ma anche ma anche quelli fisici (ad esempio, la assistenza alla mobilità delle persone). Tuttavia, venendo ala realtà italiana, automazione, robotica e Intelligenza Artificiale riducono il gap anche nelle attività tradizionalmente maschili; ed anzi meticolosità e precisione femminili fanno privilegiare le donne in settori come l’elettronica di precisione (chips, ad esempio) o nell’agroalimentare, e in particolare nel settore ortofrutticolo, ove raccolta e cernita non possono essere completamente automatizzate.

E ancora: esistono fattori fisici come il trasporto di carichi, oppure condizioni termiche, con effetti differenziati sui corpi femminili o maschili (apparato locomotore, funzioni cardio-respiratorie e termoregolatrici); e sarebbe da verificare se i valori limite da esposizione a qualsiasi agente nocivo siano corretti se indifferenziati rispetto al sesso. Esistono studi tossicologici che indicano una differente vulnerabilità a certi agenti chimici, ad esempio allergie cutanee o respiratorie in quanto normalmente le donne hanno sistemi immunitari più forti, o ancora tumori. Infine, anche se si tratta della questione forse più attenzionata, per le donne andrebbe assicurata una particolare prevenzione ai fini della salute riproduttiva e all’effetto di disturbi mestruali e menopausa. E esistono evidenze che anche il lavoro notturno incida non solo su stress a rischio di infortunio (per stanchezza, difficile concentrazione, alterazione dei cicli fisiologici sonno – veglia) ma anche su salute riproduttiva e maternità per le donne più che sugli uomini, tant’è vero che esso è sottoposto a limiti più stretti per donne e minori da apposita normativa (D. Lgs. 66/2003 e integrazioni successive.)

Quanto ai percorsi professionali, apro però una parentesi: in Italia i dati ISTAT sulle lauree STEM, asseritamente tipicamente maschili, nel biennio 2022 – 2023 indicano una differenza che si va riducendo, nel senso che su 10 laureati le donne sono circa 4, (anche se la percentuale di quelle che si vi si iscrivono sia in partenza la metà rispetto ai maschi: poco più del 16,7% sul totale iscrizioni a tutti i corsi, mentre gli uomini stanno a poco più del 37%). E con una partecipazione femminile in crescita continua, nonché una percentuale leggermente superiore a quella europea; e ancora a proposito di determinanti socio culturali non solo nell’istruzione e formazione, ma complessivamente nel mondo del lavoro, tra chi ha una laurea STEM il tasso di occupazione femminile è di 6-9 punti più basso di quello maschile.

Concludo questa sintetica carrellata con un minimo approfondimento sui rischi psicosociali, quali stress lavoro correlato, burn out (traduciamo il termine anglosassone con esaurimento professionale, logorio lavorativo, fino al vero e proprio crollo psicofisico), violenze e molestie, carriere lavorative; per una migliore esposizione di questa tipologia di rischi rinvio all’allegata tabella – qui- che ho rubato al sito dello SNOP (Società Nazionale Operatori Prevenzione). Parentesi che alle lettrici magari apparirà superficiale: la più difficile carriera per le donne non è un rischio in senso stretto; ma mancanza o maggior difficoltà a parità di ogni altra condizione, è sicuramente fonte di stress lavoro correlato, tanto più che al pregiudizio di genere si aggiungono maternità e lavoro di cura familiare, a togliere tempo, energie e disponibilità a migliori percorsi di carriera; e dell’ampia letteratura sull’argomento mi limito a riportare alcuni dati contenuti su uno studio INAIL uscito lo scorso marzo ““Salute e carriera: il bilancio delle donne nel pubblico impiego”. l’Italia presenta ancora un tasso di occupazione femminile tra i più bassi d’Europa (53,1% contro una media UE del 66,3%). Per contro, la Pubblica Amministrazione si conferma comparto tradizionalmente “femminilizzato”, con le donne che rappresentano circa il59,2% del totale dei dipendenti: ma permane una quella disparità di carriera (anche talora persino più accentuata che nel settore privato) definita “soffitto di cristallo”(Glass Ceiling), cioè una barriera invisibile che impedisce alle donne di raggiungere le posizioni apicali. Infatti solo il 16,3% degli organi di vertice della PA è occupato da donne, sia pure con Le differenze territoriali sono marcate: nel Nord-Est si registra la situazione più favorevole (20,9% di donne ai vertici), mentre nel Mezzogiorno la quota scende al 10,9%, a conferma del peso dei determinati socio culturali di cui parla lo studio francese.

Tornado ai rischi psicosociali, elemento comune sono i maggiori carichi familiari in termini di tempo (di lavoro e di recupero), e di energie fisiche e psichiche. Inoltre, nelle professioni ad alto contenuto di partecipazione emotiva, (quali i lavori di cura, assistenza, istruzione ed educazione) ove si concentra il rischio di burn out, l’occupazione femminile è prevalente. Per struttura fisica, e cultura predominante da parte di almeno una parte dell’utenza, le donne sono più esposte alla vera e propria violenza fisica, come le statistiche sulle violenze al personale sanitario confermano, ma anche alla violenza verbale; e quest’ultima, in quanto raramente non denunciata e non necessariamente esplicita/diretta, è verosimilmente sottostimata; ed è comunque fortemente influenzata dalla crescente presenza nel mondo del lavoro di persone provenienti da culture ove la donna è soggetto subordinato e debole, magari anche giuridicamente. Ma mentre violenza fisica o verbale provengono quasi sempre (e viene da dire, “fisiologicamente”, ma di una fisiologia malata) dall’esterno dell’organizzazione in cui si lavora, le molestie, sessuali e no, esplicite o allusive, provengono normalmente dall’interno. Si tratta di un fenomeno sfuggente, dai confini oggettivi difficili da tracciare, variabile in ragione di fattori culturali e ambientali, nonché di percezione individuale (di chi la molestia, percepita, la subisce come di la mette in opera); e non ho rinvenuto statistiche/studi specifici o generali per quelle in ambito lavorativo. Peraltro, per violenze e molestie lo schema binario uomo-donna mostra i suoi limiti, perché, sia pure in maniera variabile geograficamente e culturalmente, le persone LGTBQ, anzi LGBTQAI sono esposte a propri, particolari rischi, primo, come purtroppo noto, la discriminazione; e anche in termini di opportunità di sviluppo professionale o di quella che sinteticamente definiamo di solito carriera (che non è solo una ascesa nei vari livelli dell’organizzazione in cui si lavora; si tenga conto, ad esempio, che i livelli gerarchici formali, anche se magari non quelli retributivi, tendono a diminuire quanto più è avanzata l’attività dell’organizzazione stessa, come avviene tipicamente ove sono necessarie competenze STEM). Ancor più che per violenze e molestie sulle persone binarie, qualsiasi indagine sul punto sconta la comprensibile difficoltà non solo a denunciare ma anche a dichiararsi. Il tutto conferma comunque che una corretta valutazione dei rischi dovrebbe tenere conto anche delle differenze di genere, anche a normativa vigente, ma meglio se con qualche riferimento espresso peraltro da costruire.

Infine, cambiando discorso, non posso non riportare, dalla sempre e ammirevole (in quanto autonoma e non istituzionale, anzi, “supplente”) pagina https://www.facebook.com/Mortidilavoro quanto i curatori scrivono sul recente duplice infortunio mortale accaduto a Palermo (che non è diventato triplice solo perché l’operaio ferito è stato “salvato” dai pneumatici accatastati nell’officina su cui è precipitato il cestello con le due vittime, dopo la rottura del braccio della gru che reggeva il cestello stesso). Perché c’è veramente tutto: lavoro nero, imprese inaffidabili e fantasma, violazione delle norme di sicurezza, mancanza di formazione e DPI, incompetenza/ignoranza e pessima gestione dei lavori, incompetenza nell’uso delle attrezzature, dubbio stato delle stesse, mancanza di controlli, codazzo di retoriche dichiarazioni e promesse, sacrosanti ma inefficaci scioperi. E l’ennesima dimostrazione che la patente a crediti in edilizia, dal punto di vista della sicurezza sul lavoro, ha effetti pressoché nulli (la ditta esecutrice dei lavori, inattiva da dieci anni, avrà pur avuto la sua patente con relativa dote iniziale di crediti automatici, almeno nella misura base, con la patente stessa richiesta tramite una semplice auto-dichiarazione dei requisiti alla domanda, e rilasciata con il meccanismo silenzio assenso. E l’inutilità resta anche se ne invece fosse stata priva, dal momento che la ditta lavorava e della sua eventuale mancanza con elevatissima probabilità nessuno si sarebbe accorto, visti i numeri dei controlli e tenendo presente che l’Ispettorato Nazionale del Lavoro – INL – nelle Regione Autonoma Sicilia (come le altre regioni/province autonome) non opera, e alla vigilanza si provvede (se si provvede …) attraverso altri organi/enti.

OMICIDI PERFETTI

Gli ingredienti ci sono tutti: due stranieri ingaggiati in nero, al lavoro senza protezioni a 30 metri di altezza su un mezzo preso a noleggio da una ditta senza operai che non apriva un cantiere dal 2016, una gru mal posizionata perché intralciava un gommista, una committenza privata, una regione autonoma in cui l’INL non ha giurisdizione. A corredo, la consueta inondazione di lacrime di coccodrillo condite di “inaccettabile” e “basta”, le istituzioni che giurano di avere a cuore la sicurezza dei lavoratori (no, la ministra Calderone no, oggi ha perso la voce), i sindacati che annunciano agguerrite mobilitazioni. Mescolare con cura e come risultato si avrà non una, ma due vite spezzate.

Appartenevano al 49enne romeno Tiberi Mihai Daniluc e al 41enne tunisino Jaleleddine Najhai, entrambi residenti a Palermo, morti alle 11,30 di venerdì 10 aprile in via Marturano dove erano impegnati da un paio di settimane nella ristrutturazione di un nono piano con attico. I lavori erano affidati alla Edil Tech Costruzioni, inattiva da 10 anni, che aveva noleggiato una gru da Agliuzza Sollevamenti. Il mezzo ostacolava però l’attività del gommista Gammicchia ed era stato posizionato all’angolo opposto rispetto al punto dell’intervento, nonostante (scrive La Sicilia), fosse stato suggerito di avvicinarlo. È questa probabilmente la causa della tragedia, perché alla massima estensione e con un peso sul cestello non indifferente, il braccio della gru ha ceduto di schianto, facendo precipitare i due operai sulla rampa di un garage e abbattendosi sulla tettoia del gommista. Daniluc e Najhai sono morti sul colpo: non avevano protezioni, non erano agganciati e lavoravano in nero. Un meccanico di 34 anni è rimasto ferito.

La procuratrice aggiunta Laura Vaccaro ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e ordinato l’autopsia, fissata per lunedì. Gli indagati sono per ora il titolare della Edil Tech e il proprietario dell’appartamento, che saranno sentiti da Polizia e Spresal, così come l’operatore della gru, il direttore dei lavori, il responsabile della sicurezza e i familiari delle due vittime. Cgil, Cisl e Uil prendono tempo: “Nei prossimi giorni definiremo le iniziative attraverso assemblee con i lavoratori, perché è il momento di agire per salvare vite”. Usb invece ha proclamato uno sciopero generale di 24 ore a Palermo e provincia per lunedì 13 aprile, con un sit-in davanti alla prefettura.

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