Armi, padiglioni, proteste: se la caccia diventa materia didattica

di Paola Urbinati /
15 Aprile 2026 /

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Sabato 18 aprile alle ore 16 e 30, presso la Casa di Quartiere Katia Bertasi (via Fioravanti 18/3, Bologna), si terrà l’incontro Scuola e università bene comune: la precarietà del sapere tra mercato, austerità e autoritarismo. (LOCANDINA QUI) Invitando a partecipare le nostre lettrici e i nostri lettori all’iniziativa, pubblichiamo il prezioso contributo di Paola Urbinati sulla pubblicizzazione delle armi nei contesti educativi, sul suo distruttivo impatto culturale e pedagogico, letto alla luce del preoccupante fenomeno di normalizzazione istituzionale e didattica della violenza.

Che legame c’è tra la scuola e una fiera di armi per la caccia? Quale valore educativo attribuiamo all’esperienza che un bambino e un adolescente possono vivere all’interno di padiglioni fieristici che espongono e invitano a provare armi per la caccia e altre forme di competizione aggressiva?

Negli ultimi anni, la fiera EOS (European Outdoor Show) si è imposta come uno degli eventi più rilevanti in Italia per i settori della caccia, del tiro sportivo e dell’outdoor. Dietro l’immagine di semplice evento dedicato alla natura e allo sport, cresce una domanda sempre più urgente: che tipo di messaggio educativo trasmette un evento in cui le armi sono protagoniste, anche in presenza di minori?

Dalla vetrina commerciale al fenomeno culturale

Dopo le edizioni ospitate a Verona e il trasferimento a Parma nel 2026 (esperienze accompagnate da polemiche e da manifestazioni di protesta ad opera di rappresentanti della Rete regionale pace e non violenza Emilia-Romagna), EOS ha consolidato numeri decisamente importanti: decine di migliaia di visitatori e centinaia di aziende partecipanti. I padiglioni dedicati alla caccia e al tiro sportivo rappresentano una parte centrale della fiera, con esposizione di fucili, pistole, munizioni e accessori, come suggeriscono i frequentatori.

Non illudiamoci, però, che si tratti solo di una mostra tecnica o commerciale. La fiera costruisce una vera e propria narrazione culturale, in cui l’arma non è semplicemente uno strumento, ma diventa simbolo di identità, passione e appartenenza. Ed è proprio qui che emerge il nodo problematico per chi si occupa e si preoccupa di educazione e formazione: la normalizzazione delle armi e il loro utilizzo come materiale didattico per le scolaresche che si recano in fiera. A questo si aggiunge la gratuità dell’ingresso garantita ai minori di dodici anni.

All’interno dei padiglioni, tra stand curati e dimostrazioni pratiche, l’arma viene presentata in modo accattivante, quasi spettacolare. Le linee di tiro, le prove pratiche e il contatto diretto con i prodotti trasformano l’esperienza in qualcosa di coinvolgente, emotivamente pregnante. Questo tipo di esposizione porta con sé un rischio: quello di produrre un effetto preciso, ovvero rendere familiare e al contempo speciale l’uso e il possesso delle armi, soprattutto agli occhi dei più giovani.

Quando un oggetto potenzialmente letale viene inserito in un contesto di intrattenimento e curiosità, perde parte della sua gravità simbolica e reale. Diventa accessibile e perfino desiderabile.

A che gioco giochiamo?

“La violenza non è una eccezione deviante, ma sempre più il comportamento normale che gli adulti esibiscono e legittimano” (P. Pugliese, Il Fatto Quotidiano, 8/04/26).

Le polemiche più accese degli ultimi giorni riguardano appunto la partecipazione di minori e di scolaresche nei padiglioni fieristici di EOS. Nelle edizioni precedenti, a Verona, sono state documentate situazioni in cui bambini e ragazzi entravano in contatto diretto o indiretto con armi, sebbene in contesti controllati. Il problema, va sottolineato, non è solo normativo, ma profondamente educativo. Non riguarda soltanto il rispetto della normativa vigente, ma le conseguenze che questo contesto si trascina dietro.

Quale messaggio riceve un minore quando una fiera presenta le armi come oggetti di interesse, divertimento o prestigio? Quale immaginario costruisce un bambino quando l’esperienza delle armi è mediata da un ambiente positivo, organizzato e privo di conflitto reale? Il rischio è quello di una banalizzazione e “normalizzazione” della violenza (Pugliese), o quantomeno di una rimozione del suo significato reale.

Anche laddove siano state introdotte regole più restrittive per gli espositori, resta il dato di fondo: la semplice esposizione, in un contesto celebrativo o ludico, può avere un impatto formativo sui bambini e sugli adolescenti. Non esiste una risposta unica alla domanda sugli effetti di un simile immaginario, poiché questi dipendono molto dal contesto educativo, culturale e relazionale. Tuttavia, la letteratura scientifica individua alcune tendenze alquanto solide.

Tra gli effetti negativi più documentati, legati all’accesso o anche solo alla familiarità con le armi, c’è il rischio di comportamenti aggressivi e di indebolimento della capacità di gestione non violenta dei conflitti. I bambini ci guardano e ci imitano. Gli adolescenti cercano fuori qualcosa che li aiuti a ricucire dentro una lacerazione profonda, individuando un modello che li rafforzi e li identifichi.

La consuetudine all’esposizione e al maneggio di armi può determinare la scelta di tale “costruzione identitaria”, così come, all’opposto, l’esempio di pratiche non violente determinerà più facilmente l’avvicinamento a un modello e a un ideale di coesistenza pacifica. In adolescenza, il possesso o l’esibizione di armi può diventare un simbolo di status o appartenenza al gruppo, un mezzo per affermare identità o potere.

Alcuni dati mostrano che i giovani portano armi anche per sentirsi più sicuri e per ottenere riconoscimento sociale. Questo può rinforzare modelli di mascolinità aggressiva o dominio. Il tredicenne bergamasco che ha accoltellato a scuola la sua insegnante aveva appositamente indossato, per l’occasione, un abito mimetico, perché voleva identificarsi in un “soldato che combatte per i propri diritti”, ma anche per dimostrare la sua “superiorità” rispetto ai coetanei e a tutti i “comuni mortali”. La divisa diventa simbolo di forza e dominio.

La scelta di rendere gratuito l’ingresso ai minori, invece di vietarlo, ci preoccupa perché suggerisce che la volontà di chi allestisce questo evento non si limita alla vendita, ma si estende alla creazione di un terreno fertile per sviluppare interesse e propensione verso un modello di vita basato sulla prevaricazione. Quando i giovani partecipano a eventi di questo tipo, si preparano a diventare parte di un pubblico futuro. Familiarizzare con i prodotti significa costruire una base culturale, oltre che commerciale. In questo senso, la fiera EOS non è neutrale, ma contribuisce a modellare percezioni, valori e atteggiamenti.

Una responsabilità collettiva

Le proteste registrate sia a Verona che a Parma non sono solo espressione di dissenso ideologico, ma riflettono una preoccupazione più profonda: il ruolo che eventi di questo tipo giocano nella formazione culturale. In un mondo attraversato da tensioni e conflitti, in una società in cui la violenza trova spazio tra generazioni sempre più giovani, la promozione, anche indiretta, delle armi deve sollevare interrogativi che non possiamo ignorare.

Per dirla con le parole di Pugliese: “È il bellicismo culturale nel quale siamo pesantemente immersi da anni che genera, attraverso il cattivo esempio, una pervasiva pedagogia della violenza”.

La Fiera EOS non è soltanto un evento commerciale riservato agli adulti. È uno spazio simbolico in cui si costruiscono significati. E quando tra questi significati c’è una rappresentazione positiva, ludica, accessibile e coinvolgente delle armi, la questione educativa diventa centrale. Ignorarla significa accettare, implicitamente, che anche le nuove generazioni crescano in un contesto in cui le armi non fanno più paura, ma al contrario stimolano curiosità o, peggio, sono percepite come strumenti irrinunciabili per affermarsi.

Dunque, come si può far passare come didattica la visita di studenti a questa fiera?

In una scuola sempre più controllata sul piano dei contenuti e degli strumenti didattici, la contraddizione rispetto al valore educativo appare ancora più evidente. Se da un lato una circolare ministeriale richiama il principio del contraddittorio e del pluralismo, sottolineando la necessità di esporre gli studenti a punti di vista diversi e criticamente fondati, dall’altro si assiste alla partecipazione di scolaresche a fiere delle armi, contesti che presentano una visione unilaterale e promozionale del settore.

Ne deriva un cortocircuito educativo: mentre si invita formalmente al confronto aperto, si legittimano esperienze formative prive di reale contraddittorio.

È difficile non cogliere un’altra contraddizione nel modo in cui la società affronta il tema della violenza giovanile. Da un lato si moltiplicano gli allarmi sull’uso di coltelli tra adolescenti e si invocano misure di sicurezza, dall’altro si normalizza la partecipazione a eventi centrati proprio sulle armi. Questo cortocircuito può inviare messaggi ambigui: mentre si condanna l’uso improprio degli strumenti di offesa, si offre un contesto che li legittima come oggetti di fascinazione.

Una riflessione coerente imporrebbe di interrogarsi non solo sui comportamenti devianti, ma anche sui modelli culturali che contribuiamo a costruire. Eventi di questo tipo dovrebbero essere limitati a un pubblico esclusivamente adulto. L’uso delle armi non deve entrare a far parte dell’immaginario quotidiano di bambini e ragazzi.

Le normative italiane ed europee indicano chiaramente una direzione educativa basata su sicurezza, non violenza e cittadinanza responsabile.

La scuola deve essere uno spazio in cui la violenza non è normalizzata né valorizzata, ma compresa, prevenuta e trasformata in apprendimento relazionale. L’approccio più efficace è quello che sviluppa competenze emotive e sociali.

In tale contesto, anche “giocare alla guerra”, secondo Piaget e Vygotskij, può avere una funzione educativa, ma deve restare distinta la differenza tra arma simbolica (gioco, finzione, immaginazione) e arma reale (rischio concreto).

Il contesto educativo, culturale e relazionale farà la differenza. La presenza di adulti portatori di un modello non violento farà la differenza.

Paola Urbinati è Referente scuola Sinistra Italiana Emilia-Romagna

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